“Ma se è giugno e nevica!”. I falsi miti sui cambiamenti climatici
Nevicate primaverili, negazionismo e scorciatoie per la transizione ecologica alimentano falsi miti sulla crisi climatica. Sofia Farina di Source International ci aiuta a smascherarli.
Pochi giorni fa, mentre in pianura le temperature estive stavano già creando le loro consuete difficoltà quotidiane, il cuore delle Dolomiti trentine si è svegliato sotto un sottile e soffice strato di neve. Le immagini delle cime imbiancate, delle auto in difficoltà sulla strada imprevedibilmente scivolosa e il ritorno improvviso di un paesaggio quasi invernale hanno fatto rapidamente il giro dei social, alimentando uno dei classici falsi miti sulla crisi climatica. Infatti, insieme alle foto, è tornata a circolare la solta frase: “Altro che riscaldamento globale”.
È una reazione – nonostante tutto – comprensibile, perché il clima lo percepiamo prima di tutto con il corpo, ma è anche fuorviante. Tuttavia una nevicata a giugno, in particolar modo se si verifica in quota, non smentisce la crisi climatica e soprattutto rappresenta il tempo meteorologico di un momento preciso, non la traiettoria climatica di un pianeta che continua a scaldarsi.
Quel che conta è quanta neve cade in media, a quale quota, per quanto tempo resta al suolo e come stanno cambiando le stagioni nel loro insieme. Sulle Alpi il segnale è già evidente: uno studio coordinato da Eurac Research ha ricostruito le nevicate alpine tra il 1920 e il 2020 e ha stimato una diminuzione media del 34% sull’intero arco alpino, con cali più marcati sui versanti sud-occidentali.

È proprio da questo scarto tra percezione immediata e tendenza di lungo periodo che nascono molti falsi miti sui cambiamenti climatici. Alcuni sono un evergreen, come “il clima è sempre cambiato” o “non sappiamo se sia colpa dell’essere umano”. Altri invece hanno una caratterizzazione più stagione: ogni inverno o addirittura dopo una nevicata fuori stagione: “Fa freddo”, “nevica ancora”, “i ghiacciai si sono già ritirati in passato”. Altri ancora riguardano la transizione energetica: “Realizzare le rinnovabili inquina più dei combustibili fossili” o “tanto possiamo catturare il carbonio”.
Sono pensieri e ragionamenti diversi, che però funzionano nello stesso modo: partono da un dato di fatto reale e ne traggono delle conclusioni scientificamente sbagliate. Una nevicata diventa la prova che il pianeta non si sta scaldando o un reperto emerso da un ghiacciaio diventa la prova che prima c’era meno ghiaccio. Per capire la crisi climatica bisogna imparare a fare un passo indietro, a guardare la tendenza di lungo periodo o, come si direbbe in inglese, la bigger picture: non concentrarsi sul singolo episodio, ma sulla serie storica.
Le tendenze infatti sono molto chiare e lo sono da decenni. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato a livello globale e il primo anno solare in cui la temperatura media del pianeta ha superato di oltre 1,5°C i livelli preindustriali, secondo Copernicus, il servizio europeo sul cambiamento climatico. Questo non significa che la soglia dell’Accordo di Parigi sia stata definitivamente superata, perché anche quella stessa soglia riguarda una media di lungo periodo, ma è un segnale molto forte della direzione in cui ci stiamo muovendo.
Tra i falsi miti più diffusi c’è quello secondo cui “il clima è sempre cambiato”. È vero: la Terra ha attraversato ere glaciali e periodi più caldi, una serie di oscillazioni naturali legate a variazioni dell’attività solare e a cambiamenti orbitali. Tuttavia il riscaldamento attuale non è generato da queste cause, ma dall’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera dovuto alle emissioni antropiche. Il consenso scientifico attuale è che l’influenza umana nel riscaldamento dell’atmosfera, degli oceani e delle terre emerse è inequivocabile. Inoltre la scala dei cambiamenti recenti è senza precedenti su periodi che vanno da molti secoli a migliaia di anni.

Uno dei falsi miti che è collegato a quello precedente è proprio questo: “Il riscaldamento c’è, ma non è colpa dell’essere umano”. Anche in questo caso, la scienza è certa del contrario da decenni: sappiamo che le attività umane hanno aumentato la concentrazione di gas serra in atmosfera, soprattutto attraverso l’utilizzo di combustibili fossili, la deforestazione, l’agricoltura e l’allevamento industriale. Sappiamo anche che questi gas trattengono parte della radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, alterando il bilancio energetico del pianeta. L’attribuzione del riscaldamento osservato all’influenza umana non si basa su una singola prova, ma su un insieme coerente di osservazioni.
La neve, dicevamo, è poi un terreno particolarmente fertile per la disinformazione e i falsi miti sui cambiamenti climatici. “Nevica ancora, quindi il riscaldamento globale non esiste” è una frase con cui ci troviamo a scontrarci periodicamente. In questo caso, effettivamente, la comprensione della bigger picture richiede un maggiore sforzo in termini di ragionamento. Il punto non è se nevichi o meno, ma quanta neve cade, a quale quota, quanto resta al suolo e per quanto tempo.
In sostanza, in un clima più caldo aumenta la probabilità che le precipitazioni cadano come pioggia invece che come neve, soprattutto alle medie e basse quote. Significa anche che la neve tende a durare meno, fondere prima e diventare una riserva idrica più fragile. Per chi vive, lavora o frequenta la montagna, non si tratta di un dettaglio paesaggistico: riguarda l’acqua disponibile, gli ecosistemi, il turismo, il rischio idrogeologico e la stabilità del permafrost.
L’anno più caldo mai registrato a livello globale
La percentuale di diminuzione delle nevicate sull’arco alpino nell’ultimo secolo
L’aumento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali
Passando dalla neve ai ghiacciai, il mondo delle miscredenze diventa ancora più ramificato. Un grande classico che torna in voga ogni volta che i ghiacciai, in forte ritiro, ci restituiscono qualche reperto è: “Se dai ghiacciai emergono corpi o reperti, allora vuol dire che prima c’era meno ghiaccio di oggi”. In realtà, quando un ghiacciaio restituisce oggetti, resti umani o materiali antichi, significa prima di tutto che si sta ritirando o assottigliando abbastanza da esporre ciò che aveva inglobato nel tempo. Questi ritrovamenti vanno interpretati nel loro contesto: quello della dinamica del ghiacciaio e dello spostamento dei materiali all’interno del ghiaccio.
Lo stesso vale per Annibale e i suoi elefanti, spesso citati come una confutazione storica della crisi climatica: il fatto che un esercito abbia attraversato le Alpi nel 218 a.C., con enormi difficoltà e perdite, non dimostra che le montagne fossero prive di neve o che il clima fosse più caldo di quello attuale. È un episodio storico, locale e ancora discusso persino nella sua rotta precisa. Non un indicatore climatico globale.
Negli ultimi anni, molti falsi miti si sono spostati anche sulle possibili soluzioni. Uno dei più comodi è: “Tanto possiamo catturare il carbonio”. L’idea è che, grazie a tecnologie capaci di rimuovere CO₂ dall’atmosfera o catturarla prima che venga emessa, potremo continuare a produrre emissioni climalteranti più o meno come prima e sistemare il problema in un secondo momento.

La cattura e rimozione del carbonio esistono e possono avere un ruolo in settori difficili da decarbonizzare, come alcuni comparti industriali particolarmente energivori, ma non sono una bacchetta magica. L’IPCC, l’ente delle Nazioni Unite che studia il cambiamento climatico, sottolinea che questa tecnologia sarà necessaria per controbilanciare le emissioni residue difficili da eliminare e, in alcuni scenari, per riportare la temperatura verso livelli più bassi dopo un eventuale superamento delle soglie climatiche. Ma questo chiaramente non può sostituire la riduzione rapida e sostenuta delle emissioni.
Il problema è la scala: oggi la quantità di CO₂ rimossa dall’atmosfera attraverso tecnologie dedicate è ancora molto piccola rispetto alle emissioni globali annue. Affidarsi alla cattura del carbonio come soluzione significa rimandare le scelte più urgenti: uscire dai combustibili fossili, ridurre gli sprechi energetici, elettrificare dove possibile, proteggere gli ecosistemi e trasformare i modelli di produzione e consumo.
La domanda quindi non è se queste tecnologie servano o no, perché in alcuni casi in effetti potranno davvero servire. La fake news è pensare che possano permetterci di non cambiare rotta: è come continuare ad allagare una casa contando sul fatto che, prima o poi, qualcuno inventerà una pompa abbastanza potente. Molto meglio chiudere il rubinetto.
Ma fra tutti i falsi miti sulla crisi climatica il più insidioso è forse l’ultimo: “Ormai è troppo tardi”. È una forma di negazionismo più sottile, perché non nega la crisi climatica, ma nega la possibilità di agire. E invece la scienza dice una cosa molto diversa: ogni decimo di grado conta. Conta per le ondate di calore, per i ghiacciai, per la disponibilità d’acqua, per le coltivazioni, per gli ecosistemi, per le persone più esposte. Smentire i falsi miti non serve a vincere una discussione sui social. Serve a liberarci da narrazioni che paralizzano.
Il consenso scientifico attuale è che l’influenza umana nel riscaldamento dell’atmosfera, degli oceani e delle terre emerse è inequivocabile
Un esempio concreto? Secondo l’IPCC, con un riscaldamento globale di 1,5°C le barriere coralline diminuirebbero già del 70-90%, mentre con 2°C ne andrebbe perso oltre il 99%. Anche il livello del mare rappresenta un esempio perfetto: entro il 2100, un mondo a 1,5°C sperimenterebbe un innalzamento medio globale di circa 10 centimetri in meno rispetto a un mondo a 2°C, riducendo l’esposizione di isole, delta e aree costiere a inondazioni, erosione e intrusione salina.
È vero: il clima sta cambiando, la causa principale siamo noi e gli impatti sono già visibili. Ma proprio perché siamo parte del problema, possiamo essere parte della soluzione. La buona notizia è che molte risposte esistono già: ridurre l’uso dei combustibili fossili, consumare meno energia e usarla meglio, proteggere gli ecosistemi, ripensare la mobilità, adattare i territori, pretendere politiche coraggiose e una transizione che non scarichi i costi sulle comunità più vulnerabili. Non si tratta di credere in un futuro perfetto, ma di sapere che esso non è ancora scritto e che ogni scelta capace di ridurre emissioni, vulnerabilità e ingiustizie può ancora fare differenza.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.









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