10 Giugno 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Lettera di un camminatore eretico: un viaggio (a piedi) attraverso l’appennino e le aree terremotate

Il presidente onorario di FederTrek Paolo Piacentini si è cimentato in un nuovo lavoro editoriale: in “Lettera di un camminatore eretico” attraversa virtualmente e fisicamente l’appennino centrale per far rinascere le sue comunità.

Autore: Francesco Bevilacqua
lettera di un camminatore eretico
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«Ho scritto questo libro perché volevo raccontare alcune cose che accadono in appennino, soprattutto nelle terre colpite dal sisma del 2016 e da quello del 2017». Così mi risponde Paolo Piacentini alla prima, semplice, domanda che gli rivolgo in apertura della nostra chiacchierata sul suo ultimo lavoro. Perché hai deciso di scrivere “Lettera di un camminatore eretico“? Pur banale, il mio quesito è genuino. Dopo anni di viaggi a piedi attraverso l’appennino e numerose pubblicazioni sul tema, voglio capire cosa ha spinto il presidente onorario di FederTrek e figura di riferimento per il mondo italiano dei cammini a – è proprio il caso di dirlo – tornare ancora una volta sui suoi passi.

Eppure non si tratta di una ripetizione, di una rievocazione di liturgie già celebrate. Anche nella forma c’è un perché e proprio su questo verte la seconda domanda, a cui Paolo risponde spiegando che «l’ho messo in forma epistolare riportando una corrispondenza con lo storico Paolo Coppari, un mio grande amico di Recanati, che mi ospita sempre nelle presentazioni dei miei libri. Lui si è impegnato sempre molto con un gruppo di storici del maceratese che si chiama “I cantieri mobili di storia”», in particolare in occasione negli ultimi anni, svolgendo un ruolo cruciale nel ricucire il tessuto sociale sfibrato dal sisma.

«Subito dopo il terremoto – racconta Piacentini – loro si sono messi lì a raccogliere storie. Hanno cominciato ad andare in giro per i paesi, anche quelli più piccoli – alcune volte ho partecipato anch’io –, proprio per cercare di mantenere viva la memoria dei luoghi, legata anche a quello che è stato il sisma. Hanno fatto anche un bel lavoro sulle mappe di comunità, frutto di numerosi incontri con le piccole realtà, come quella di Visso (MC), in occasione dei quali si è parlato di come ricostruire un’appartenenza ai luoghi in questi territori trasformati. Le mappe di comunità possono essere strumenti molto utili in tal senso».

Lettera di un camminatore eretico
Paolo Piacentini, autore di “Lettera di un camminatore eretico”

Già, perché ricostruire dopo un terremoto non vuol dire solo liberare i paesi dalle macerie ed erigere nuovi edifici. Le ferite riportate toccano il profondo delle persone e delle comunità intese come soggetti vivi, entità collettive con una propria anima, una propria memoria, una propria emotività. Ma su questo tornerò più avanti, anche perché la ricostruzione, fisica e sociale, è uno dei fili rossi che tiene insieme il collage di lettere e corrispondenze che costituiscono l’ossatura di “Lettera di un camminatore eretico”.

Un altro filo rosso è quello dei tributi, delle ispirazioni ai personaggi più o meno noti che hanno camminato per queste valli e montagne. Essendo le terre leopardiane uno degli epicentri della narrazione, non poteva mancare il grande poeta: «Il libro è una sorta di viaggio che parte da Recanati, dal colle dell’infinito, con un riferimento diretto a Giacomo Leopardi, a cui sono molto legato – infatti la prima presentazione ufficiale del libro è stata proprio al Centro Studi Leopardiani di Recanati, una cosa molto bella». Ma non solo: a partire dal capitolo introduttivo, l’autore torna e ritorna sulla figura di Francesco, a 800 anni esatti dalla sua morte.

«”Lettera di un camminatore eretico” è un libro che spazia, come faccio sempre, fra dimensioni più intime e dimensioni invece più culturali, più politiche. Racconto varie storie, molte ambientate lungo il Cammino nelle Terre Mutate. Fra esse c’è la storia di Katia di Accumuli, che invita le persone a venire a vivere in questo territorio, dove dopo il terremoto c’è bisogno di rinascere, c’è bisogno di ricreare delle comunità. E infatti nel libro scrivo pure che non basta costruire case, c’è bisogno di costruire nuove comunità che si prendano cura del territorio. Katia invita anche persone che non sono mai state in queste zone a venire a viverci davvero».

Ma ci sono tante altre storie. Piacentini recupera temi forti del passato, riattualizzandoli e inserendoli in una cornice più ampia che racchiude il suo pensiero sul mondo dei cammini e della gestione delle aree interne: «Metto anche il punto su alcuni temi che per me sono importanti. Sono le fondamenta del discorso che mi porto dietro fin dal nuovo umanesimo: c’è il tema dell’ospitalità, quello della pazienza, quello del concetto di limite, del riprendersi il tempo».

Lettera di un camminatore eretico

E come sempre non manca un messaggio alla politica, per dire che «se vogliamo davvero creare un progetto nuovo per il futuro – e questo vale per l’appennino, ma non solo – bisogna ripartire da questo amore per i luoghi, avere la pazienza di pianificare bene le cose. Bisogna evitare il “fare per fare”», ammonisce Paolo Piacentini, che proprio nel momento in cui ci sentiamo è impegnato in un cammino.

«Sono passato da Accumuli dopo aver attraversato molte altre zone colpite dal terremoto e praticamente abbiamo visto una ricostruzione – e abbiamo avuto conferma di questo anche sentendo le persone che qui vivono – che è slegata da questi temi di cui parlo. Sì, si ricostruiscono le case, magari anche più grandi di prima, con classi energetiche all’avanguardia, ma poi c’è bisogno di una comunità. Molte persone lì non torneranno più perché sono troppo anziane e sono passati troppi anni da quando hanno dovuto abbandonare le loro case».

Gli aneddoti sul suo viaggio in corso proseguono e rendono perfettamente l’idea delle tesi che l’autore presenta: «Questa mattina – racconta ancora Piacentini – un mio amico stava raccontando la sua storia ad alcune persone – io già la conoscevo –, spiegando che lui ha perso tutto: stava ad Arquata del Tronto, il suo forno è stato distrutto dal sisma e lui ha dovuto cessare l’attività. Ormai sono passati dieci anni e si trova ancora in una situazione provvisoria. “Se ne passano altri tre o quattro non avrò neanche più voglia di ripartire”, dice lui. “Sì, dovrò inventarmi qualcosa per vivere, per avere un’entrata, ma mi accontenterò di poco”».

Non basta costruire case, c’è bisogno di costruire nuove comunità che si prendano cura del territorio

Sempre sul tema della ricostruzione, della riattivazione delle comunità, della rinascita delle aree interne, un passaggio fondamentale è quello che riguarda il sistema scolastico in questi territori. «Nel libro parlo anche molto delle piccole scuole dell’appennino come fondamentale presidio culturale nelle aree interne, in particolare in quelle colpite dal sisma del 2016». “Non bisogna mai dimenticare che il fine ultimo di un percorso formativo è quello di costruire le basi per un pieno sviluppo culturale e sociale di ogni individuo”, sottolinea Piacentini nel libro in una considerazione universalmente valida e applicabile a ogni contesto scolastico ed educativo.

La nostra chiacchierata volge al termine e Paolo la vuole concludere ritornando sulla forma epistolare che ha deciso di dare alla narrazione di “Lettera di un camminatore eretico”: «Questa è una peculiarità del libro a cui tengo molto perché mette in gioco ancora di più la mia intimità, ma al tempo stesso pone l’accento su concetti più “politici” che per me sono fondamentali. A questo proposito, aggiungo un’ultima suggestione, cioè che a mio avviso la politica potrebbe anche sposare il concetto di spiritualità – una spiritualità laica, ovviamente – come rinascita».