4 Giugno 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
Ispirazioni / Il punto di rugiada

Progettare un giardino? Bisogna prima conoscere storia e caratteristiche del luogo

C’è una cosa da fare quando si progetta un giardino, anzi, ancora prima di iniziare: comprendere il luogo. Caratteristiche del terreno, piante, insolazione, vento – ma anche la storia del posto – sono elementi fondamentali, come sostiene il giardiniere Stefano Passerotti.

Autore: Stefano Passerotti
giardino passerotti1

Quando penso a un giardino, non penso mai soltanto alle piante da mettere. Penso prima di tutto al luogo. Al terreno, alla luce, all’umidità, al vento, alla storia di quello spazio. Un giardino nasce da una relazione continua tra suolo, piante e persone e questa relazione va capita prima di intervenire. Molto spesso invece si parte dalla forma.

Si sceglie una pianta perché piace, perché è bella oppure perché sta bene in una foto o in un progetto. Ma una pianta non può stare ovunque. Ogni pianta ha bisogno di un certo terreno, di una certa esposizione, di un certo rapporto con l’acqua, con l’ombra, con il vento. Se non guardiamo queste cose, rischiamo di mettere una pianta in un luogo dove farà fatica per tutta la vita.

La prima cosa da fare secondo, la mia esperienza, è capire il suolo. Non si può pensare di costruire un giardino portando semplicemente terra da un altro luogo, come se una terra valesse l’altra. Ogni terreno ha una sua composizione, una sua storia, una sua vita. Bisogna capire quanto è stato usato, quanto è stato sfruttato, se è stato impoverito, se è pesante, se trattiene umidità, se drena, se ha bisogno di essere accompagnato.

Non tutte le piante hanno bisogno delle stesse sostanze. Non tutte hanno lo stesso apparato radicale. Non tutte vivono bene nello stesso terreno. Per questo, prima di decidere cosa piantare, bisognerebbe fermarsi a osservare. A volte basta guardare ciò che cresce spontaneamente per capire molte cose: quali piante stanno bene, dove il terreno è più fresco, dove è più secco, dove l’acqua ristagna, dove invece scorre via.

giardino

Anche l’esposizione è fondamentale. Sembra una cosa banale, ma spesso non viene nemmeno considerata. Prima di progettare un giardino bisogna sapere dove sono il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest. Bisogna capire da dove arriva il sole nelle diverse ore del giorno, dove batte più forte, dove invece arriva meno, dove si forma ombra. Mi è capitato anche a Singapore, durante la preparazione di un giardino, di chiedere subito ai costruttori di indicarmi con precisione l’orientamento.

Non era un dettaglio secondario, perché da lì dipendono molte scelte: dove arriva il sole, dove si forma l’ombra, quale spazio può essere protetto nelle ore più calde. Se devo mettere una pianta ad alto fusto, devo capire che rapporto avrà con la casa, con le altre piante e con la luce. Una pianta può fare ombra, rinfrescare, creare un microclima, ma perché questo accada deve essere nel luogo giusto.

Lo stesso vale per ciò che cresce intorno alle piante. Oggi spesso tendiamo a pulire tutto. Vediamo delle erbe ai piedi di un tronco e pensiamo subito che vadano tolte. Ma non tutto ciò che cresce intorno a una pianta è disordine. A volte è equilibrio. Le piante basse possono proteggere il colletto, trattenere umidità, raccogliere la rugiada, restituire qualcosa al terreno attraverso l’evapotraspirazione.

In natura le piante non vivono isolate. Si sostengono, si proteggono, si accompagnano. Un albero con delle piante basse intorno non è necessariamente un albero trascurato. Può essere un piccolo sistema che trattiene freschezza, protegge il suolo e crea condizioni migliori per la vita. Se togliamo sempre tutto, rischiamo di impoverire il luogo invece di curarlo. Questa è una cosa che una volta si sapeva di più. Si dava valore a certi equilibri, anche se magari non li si spiegava con parole complicate. Oggi invece siamo portati a semplificare: non mi piace, si taglia. Dà fastidio, si toglie. È fuori posto, si elimina. Ma prima di togliere dovremmo chiederci perché quella presenza è lì.

giardino

Anche il vento fa parte di questa relazione. Un tempo si usavano molto le piante frangivento. Si costruivano barriere vegetali, dalla pianta più bassa a quella più alta, in modo che il vento venisse rallentato e accompagnato. Le case, gli orti, i giardini venivano protetti dalle piante. Non era solo una questione estetica. Era una conoscenza pratica del luogo. Oggi invece, spesso si mettono pannelli, barriere artificiali, elementi che bloccano il vento in modo rigido. Ma il vento, quando trova un ostacolo duro, non sparisce. Sale, gira, torna indietro, crea altri movimenti. Con le piante accade qualcosa di diverso: il vento le attraversa, le muove, viene rallentato. La barriera vegetale lavora con il vento, non contro il vento.

Il vento ha anche una funzione di pulizia. Può aiutare le piante, può asciugare, può limitare alcune condizioni favorevoli a parassiti e malattie. Se perdiamo questi equilibri naturali, spesso finiamo per sostituirli con prodotti chimici. Vediamo un problema, prendiamo un atomizzatore, distribuiamo un prodotto. A volte lo facciamo anche nei momenti sbagliati, magari quando c’è vento, senza pensare che poi quelle sostanze le respiriamo anche noi.

Per me questo è il punto: molte soluzioni artificiali arrivano quando non leggiamo più le soluzioni che la natura aveva già costruito. Le piante possono proteggere dal vento, fare ombra, depurare l’aria, trattenere umidità, sostenere altre piante. Se le guardiamo solo come decorazione, perdiamo tutte queste funzioni. C’è un episodio che mi è rimasto molto impresso: anni fa ho lavorato a un progetto vicino a Milano, nell’area dell’ex Magneti Marelli. Era un luogo industriale, una fabbrica abbandonata che doveva essere trasformata. Durante il sopralluogo vidi una vite uscire da una fessura nel cemento armato. C’erano quaranta centimetri di cemento, me lo ricordo bene perché li misurai.

Se togliamo sempre tutto, rischiamo di impoverire il luogo invece di curarlo

Eppure quella vite era tornata fuori. Aveva fatto anche dei grappoli d’uva. Mi chiesi perché ci fosse una vite in quel punto. Poi emerse che lì, molti anni prima, una famiglia arrivata dalla Puglia aveva aperto una trattoria e aveva piantato un piccolo vigneto. In seguito quel luogo era stato coperto, cementificato, trasformato. La vite era rimasta soffocata per decenni sotto il cemento. Quando il luogo è stato abbandonato, ha trovato il modo di tornare alla luce.

Per me quell’immagine racconta molto. Racconta la forza della natura, certo, ma racconta anche le radici culturali di un luogo. Quella vite non era solo una pianta. Era la traccia di una famiglia, di una provenienza, di un gesto, di una memoria. La natura e la storia delle persone erano ancora lì, anche se sembravano cancellate. Quando parlo di giardino come relazione, intendo anche questo. Il giardino non riguarda solo ciò che piantiamo oggi. Riguarda ciò che c’era prima, ciò che il suolo ha custodito, ciò che le persone hanno lasciato, ciò che la natura prova a riportare alla luce. Un luogo non è mai vuoto. Anche quando sembra abbandonato, anche quando è stato coperto o trasformato, conserva qualcosa.

Per questo prima di progettare, piantare, tagliare o costruire bisogna ascoltare. Guardare il suolo, la luce, il vento, l’acqua, le piante presenti. Chiedersi cosa sta già accadendo e che cosa quel luogo può diventare senza essere forzato. Un giardino vive bene quando le sue parti riescono a stare in relazione. Il suolo, le piante, le persone, il vento, l’ombra, l’umidità non sono elementi separati. Ogni intervento modifica qualcosa. Ogni scelta può aiutare un equilibrio oppure indebolirlo. Il lavoro del giardiniere comincia da qui: dal prendersi il tempo per leggere il luogo. Prima ancora di piantare, bisogna capire dove siamo.

Vuoi approfondire?

Leggi gli altri articoli della rubrica Il punto di rugiada.
Ascolta il podcast Come fare un giardino o un balcone ecologico. Per davvero.
Visita il sito di Stefano Passerotti.