Oltre il Piano Casa: cohousing, coliving e vicinato solidale sono un’alternativa reale?
Al convegno organizzato dal Cohousing Case Franche si è fatto il punto su un movimento in crescita, alle prese con sfide concrete poste dall’emergenza abitativa in corso e alla ricerca di strumenti comuni.
Il Piano Casa recentemente approvato alla Camera e attualmente in discussione al Senato muove miliardi di euro e si propone come intervento strutturale della crisi abitativa. Eppure, secondo molti osservatori, non intacca le cause più profonde del disagio abitativo e si limita a incentivare nuove costruzioni e attirare capitali privati.
La crisi abitativa, in Italia come in buona parte d’Europa, è reale e i numeri parlano chiaro: otto giovani su dieci tra i 20 e i 29 anni vivono ancora con i genitori, nel nostro Paese; nella prima metà del 2025 i canoni di locazione hanno toccato il livello più alto mai registrato, con una crescita del 5,5% su base annua e un incremento cumulativo dal 2021 che sfiora il 30%; oltre il 15% delle famiglie italiane si trova in condizione di disagio abitativo, con un milione e mezzo di nuclei in situazione acuta.
È in questo contesto che l’abitare collaborativo – termine ombrello con cui si intendono pratiche come il cohousing, il coliving, il vicinato solidale, il social housing intenzionale – può giocare un ruolo. La domanda è: quale? È un movimento abbastanza maturo da rappresentare un’alternativa concreta? Riuscirà ad andare oltre la frammentazione? O rischia di restare un fenomeno di nicchia, col rischio essere colonizzato dal marketing immobiliare prima ancora di trovare una sua forma compiuta?
A queste domande e a molte altre si è cercato di rispondere il 24 maggio scorso a LeCaseFranche, realtà forlivese attiva dal 2016 che sperimenta un modello ibrido tra social housing, cohousing intenzionale e forma cooperativa – l’Ente gestore è infatti La Tavernetta, società cooperativa di abitazione a proprietà indivisa. Il convegno annuale sull’abitare collaborativo – che ho avuto il piacere di moderare – ha riunito esperti, architetti, facilitatori e abitanti di realtà diverse in Italia.
Un movimento in crescita?
Il cohousing, ovvero la scelta di un gruppo di persone di progettare e abitare insieme spazi che combinano autonomia privata e vita condivisa, è solo uno – probabilmente il più conosciuto – fra i modelli di abitare collaborativo. Al convegno si è parlato anche di vicinato solidale – cioè migliorare la qualità delle relazioni di vicinato, rendendo intenzionale una comunità che non lo è in origine –, di coliving – abitare temporaneo e flessibile, spesso nelle aree interne del paese – e di social housing – edilizia a canone calmierato, spesso associata ad elementi di autogestione e partecipazione.
Osservare il fenomeno dell’abitare collaborativo nel suo complesso però non è semplice: in Italia i numeri sono ancora difficili da censire con precisione, segno di un movimento che non ha ancora trovato strumenti comuni di misurazione. Per quanto riguarda i cohousing, una ricerca del 2023 contava 28 progetti attivi. Non sembrano esserci censimenti attendibili più recenti ed è realistico pensare che i fondi del PNRR abbiano dato una forte spinta alla crescita, ma se prendiamo per buono almeno l’ordine di grandezza di decine, sono numeri che confrontati con quelli di paesi come Danimarca e Svezia – dove tra l’1 e il 2% della popolazione vive già in forme collaborative – restituiscono la misura di quanto spazio ci sia ancora da percorrere.
Eppure alcuni indicatori, pur meno scientifici, danno la sensazione di un movimento in ascesa. Gabriele Manella, professore associato di Sociologia del territorio all’Università di Bologna e tra i relatori della mattina, ha presentato il caso della pagina Facebook Rete Italiana Cohousing, contenuto nella ricerca realizzata assieme alla ricercatrice Manuela Maggio.

Nata nel 2015, dopo un periodo di scarsa attività – quello 2015-2018, con una media di soli 6 post l’anno – e una base di circa 2.000 iscritti fino al 2019, la pagina ha conosciuto una crescita significativa tra il 2020 e il 2023, arrivando ben presto a 10.000 iscritti. Il picco di iscrizioni è arrivato durante la pandemia di Covid-19, che ha reso il 2020 un anno chiave nel far emergere il bisogno di ripensare i modelli abitativi di fronte alla sofferenza da isolamento. Oggi la community conta oltre 27.000 iscritti e una media di 5 post al giorno, segno di un interesse ormai consolidato e in costante espansione verso l’abitare collaborativo.
Inoltre è facile notare che termini come “cohousing”, “coliving”, “senior housing” compaiono sempre più spesso nel dibattito pubblico, nelle politiche urbane e persino nella comunicazione del marketing immobiliare. Etichette come “community living” o “green life” vengono già usate per vendere prodotti che hanno poco o nulla di collaborativo – con tutti i rischi connessi di svuotamento e “appropriazione” di questi termini da parte del mercato.
A spingere questa crescita ci sono almeno due forze. Innanzitutto la crisi abitativa, che rende le soluzioni collaborative economicamente convenienti, oltre che socialmente desiderabili. Come ha spiegato Luca Rigoni, architetto, progettista e abitante di EcoSol Fidenza, ci sono molti vantaggi per chi arriva in fondo a un percorso di cohousing: «Collettivizzazione e riduzione delle spese, miglioramento delle relazioni e del benessere, minor impatto sui servizi sociali e della salute, apertura al contesto territoriale». Insomma: la condivisione di spazi riduce i costi, il mutuo aiuto alleggerisce i carichi di cura, la rete di vicinato sostituisce servizi che lo Stato non eroga più.
La seconda forza è un bisogno crescente di relazioni e comunità, soprattutto tra le generazioni più giovani. «Noi nasciamo in un legame e non possiamo fare a meno del legame», ha spiegato Maura Benedetti, psicologa di comunità e co-fondatrice di Buonabitare, associazione che lavora sulla qualità delle relazioni di vicinato. «Non possiamo immaginarci felici senza essere collegati a ciò che è fuori di noi».

Un bisogno che riguarda anche chi la cura la offre, non solo chi la riceve: in Italia ci sono oltre sette milioni di caregiver familiari, in maggioranza donne, spesso schiacciate nella cosiddetta “sandwich generation”, la doppia responsabilità verso figli e genitori anziani, contemporaneamente. Per Benedetti la sintesi è semplice: «Se la famiglia biologica si restringe, è la famiglia sociale che deve allargarsi».
Le relazioni sembrano agire però anche nella direzione opposta, rappresentando sia un incentivo che un freno alla crescita del movimento. La società contemporanea ha normalizzato l’isolamento e reso il conflitto qualcosa da evitare a tutti i costi e questo sembra produrre una enorme “sete” di relazioni, ma – come un frutto proibito – anche un costante evitamento relazionale. Maura Benedetti ha descritto con precisione la trappola in cui molti finiscono: «Evitare le relazioni è un “privilegio” che ci possiamo permettere finché stiamo tutti bene. Quando abbiamo bisogno, scopriamo che quelle relazioni che avevamo evitato, perché erano fonte di conflitto, fatica, impegno, diventano un’assenza che pesa tantissimo».
Il passaggio dall’idea al progetto concreto richiede un salto che molti non riescono a fare. Sebbene a regime questi percorsi presentino indubbi vantaggi anche economici, la fase iniziale può richiedere investimenti – economici, di tempo, di relazioni – che non tutti riescono ad effettuare. Come ha detto Lucio Massardo, architetto e cofondatore di MeWe Abitare Collaborativo che segue diversi gruppi nascenti, «dal “mi piacerebbe” al “me lo posso permettere oggi? Fa per me in questo momento?” succedono tante cose e molte persone si fermano lì».
Anche la crescita stessa del movimento può essere inquadrata in modi diversi. Gabriele Manella se lo chiede al termine del suo intervento: «La crescita dell’interesse per l’abitare collaborativo è adattamento o cambiamento? È una risposta al disagio o una scelta trasformativa consapevole?». Difficile dare una risposta univoca. Ma porsi la domanda è fondamentale per capire non solo cosa il movimento è oggi, ma soprattutto cosa vuole diventare.

Una convergenza possibile
Il convegno di LeCaseFranche non era un evento isolato. Una settimana prima, a Napoli, si era riunito il mondo dei Community Land Trust, modelli in cui la terra è di proprietà collettiva permanente. Quella stessa settimana, Confcooperative Habitat, il ramo di Confcooperative che riunisce le cooperative edilizie di abitazione, aveva convocato i propri associati. Come ha osservato Lucio Massardo, «ci sta che ci siano vari segmenti che si riuniscono separatamente. Ma non vedo grande differenza tra questi tre mondi: se si mettono insieme hanno più forza rispetto a se ognuno va avanti per i fatti propri».
Il movimento dell’abitare collaborativo appare in effetti ancora piuttosto frammentato. L’origine di questa frammentazione non sembra però una mancanza di visione, ma probabilmente va ricercata nell’assenza di strumenti normativi e organizzativi comuni. Costruirli richiede di dialogare con le istituzioni, cosa che finora è avvenuta in modo non del tutto strutturale.
La giornata però ha mostrato che quello spazio di dialogo esiste ed è più affollato di quanto si pensi. Al convegno sono intervenuti l’assessore alle politiche abitative della Regione Emilia-Romagna Giovanni Paglia, l’assessora al welfare del Comune di Forlì Angelica Sansavini, Davide Drei per Confcooperative Emilia-Romagna, il presidente di Confcooperative Romagna-Estense Roberto Savini. Presente anche Mirco Coriaci, Segretario generale di Confcooperative Romagna-Estense. L’organizzazione ha inoltre ringraziato la BCC ravennate, forlivese e imolese per l’aiuto nella realizzazione della giornata.
Molti degli interventi istituzionali hanno toccato esplicitamente il tema del riconoscimento normativo e del ruolo che le amministrazioni possono giocare nel sostenere, senza ingabbiare, queste forme di abitare. Sul fronte normativo, il lavoro più avanzato è quello della Rete Europea SALUS, presente alla giornata nella figura del suo coordinatore Federico Palla dell’Ecovillaggio Lumen: una rete che ha già portato il tema delle comunità intenzionali in sede parlamentare, sia italiana che europea, e che ha anche lavorato attivamente ad alcuni emendamenti al decreto Piano Casa per inserire definizioni chiare di coliving e cohousing nella normativa nazionale.

Anche il mondo cooperativo e del terzo settore era presente in modo significativo, con Irecoop e Demetra Formazione – enti formativi rispettivamente di Confcooperative e Legacoop – che hanno presentato il progetto “Sui Generis”, finanziato dal Fondo Sociale Europeo e dedicato proprio alla formazione su rigenerazione urbana e nuove forme dell’abitare e che ha contribuito a finanziare anche il convegno. Il fatto che le due principali reti cooperative regionali abbiano scelto di lavorare insieme su questo tema ci dice qualcosa sulla maturità che il movimento sta raggiungendo, almeno in alcune realtà territoriali.
La convergenza insomma è possibile. Ma richiede che ciascun attore faccia la propria parte: le istituzioni con normative adeguate e bandi capaci di selezionare progetti veri; il mondo cooperativo con la capacità di mettere in rete competenze diverse; i professionisti – architetti, facilitatori, psicologi di comunità – con strumenti sempre più raffinati; i cittadini, con la disponibilità a mettersi in gioco. Come ha sintetizzato Maura Benedetti, «il cohousing, il coliving, il social housing possono essere una risposta che dovrebbe diventare strutturale. Ma la struttura non basta: serve riorganizzare il tessuto sociale dal basso, dalle cellule dei nuclei abitativi».
Il senso
È la seconda metà del pomeriggio, la giornata è stata afosa, densa, stancante. Vittoriana, giovane donna di Faenza, esprime i suoi dubbi durante la tavola rotonda conclusiva. Si è avvicinata al mondo del cohousing ascoltando il podcast CCC – Cerco Casa e Comunità di Italia che Cambia e ha iniziato a costruire il suo gruppo distribuendo volantini a Faenza: «Più mi avvicinavo a questa cosa, più sentivo che non era solo un’esigenza abitativa. È un atto politico, la scelta di mettermi in gioco relazionalmente, di confrontarmi con il diverso invece di tirarmi indietro».
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Ha quindi riunito attorno a sé alcuni nuclei familiari con l’idea di costruire insieme un luogo dove vivere, condividere spazi, prendersi cura gli uni degli altri, ma il percorso non è semplice. «Non sai da dove partire, non sai a chi rivolgerti e spesso ti senti sola», ha detto durante la tavola rotonda del convegno sull’abitare collaborativo organizzato da LeCaseFranche. «La gente fa molta fatica a confrontarsi con il diverso. Piuttosto si tira indietro, piuttosto rinuncia».
Quello che è successo subito dopo è, in un certo senso, la migliore sintesi della giornata: le persone presenti si sono attivate, chi aveva già percorso quella strada ha condiviso la propria esperienza, chi aveva strumenti li ha messi a disposizione, si sono creati contatti e relazioni. Una comunità si è attivata attorno a un bisogno emergente. Esattamente quello che i cohousing e in generale le forme di abitare collaborativo promettono di fare.
Non è un caso che, proprio mentre avveniva questo scambio, nella saletta superiore dell’edificio in cui si è svolto l’incontro Francesca Guidotti – facilitatrice, fondatrice di FacilitArte e membro della Rete Italiana Villaggi Ecologici – stesse tenendo un workshop sulla facilitazione a supporto dello stare e fare insieme. Insomma, il movimento dell’abitare collaborativo in Italia è ancora piccolo, in parte frammentato e alle prese con loop economici, vuoti normativi, fatiche relazionali. Ma si sta ritagliando, con impegno e fatica, il proprio spazio nel panorama dell’abitare. Uno spazio solido, in crescita e potenzialmente trasformativo.











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