La povertà educativa apre la strada alla criminalità giovanile. La soluzione? Migliorare i servizi scolastici
Tempo pieno fermo al 13%, pochi asili nido, abbandono scolastico da record e criminalità minorile tra le più alte d’Italia. A Catania un dossier mette in relazione povertà educativa e devianza minorile, indicando scuola, servizi e comunità educanti come prime risposte per spezzare il ciclo.
Il tempo pieno nelle scuole primarie catanesi si ferma al 13,1% – a Firenze, per fare un confronto, raggiunge il 90%. Meno del 10% dei bambini sotto i tre anni che vivono nella città etnea ha accesso ai servizi educativi e quasi un giovane su quattro abbandona gli studi prima del diploma, il dato più alto d’Italia. Oltre il 35% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. Sono alcuni dei dati contenuti nel dossier “Che ne faremo dei nostri ragazzi?”, promosso dal comitato contro la dispersione scolastica e il disagio giovanile Prima i Bambini e dall’associazione Memoria e Futuro, in rete con il Coordinamento nazionale Comunità Accoglienti.
Sono numeri che raccontano un volto preciso di Catania, segnato da fragilità educativa e devianza minorile. Fenomeni che solo erroneamente possono essere definiti emergenze perché frutto di politiche insufficienti, spesso frammentarie e poco incisive, che si trascinano da decenni. Eppure è impossibile non stupirsi di fronte a questi dati che sembrano spuntare dal nulla e che invece, tra le strade dei quartieri più complessi di Catania, hanno occhi, cuore e gambe.
Il dossier prende dunque le mosse da una devianza minorile ormai radicata, concentrata soprattutto nei quartieri più fragili dove mancano servizi, spazi educativi, opportunità e presìdi sociali. Nonostante le dimensioni relativamente contenute del territorio, Catania registra livelli di criminalità minorile paragonabili a quelli di aree molto più estese. È in questo contesto che il rapporto legge la povertà educativa come una delle cause strutturali che alimentano e aggravano il fenomeno.

A differenza di quanto accade in altre città, a Catania la criminalità minorile non sembra assumere le forme più visibili e mediatizzate del cosiddetto gangsterismo giovanile. Questo però non rende il fenomeno meno grave, al contrario ne mostra una configurazione diversa, meno appariscente, ma più profondamente intrecciata con le economie criminali adulte e con l’uso dei minori da parte delle organizzazioni mafiose. Una minore esposizione pubblica che rischia di produrre una zona d’ombra mediatica e politica, in cui fatti molto gravi che coinvolgono ragazzi e adolescenti vengono percepiti come meno urgenti o restano ai margini del dibattito.
«Non c’è nessun automatismo tra le due cose, ma nei fatti, per tante ragioni, dalle famiglie fragili ai quartieri abbandonati, i ragazzi che vengono espulsi dai processi formativi trovano nella criminalità organizzata un grande fattore di attrazione, un rischio molto forte. Catania, pur essendo una città di medie dimensioni, con circa 300.000 abitanti e un’area metropolitana di circa un milione di persone, registra tassi di criminalità minorile elevatissimi, paragonabili a quelli di città e distretti giudiziari molto più grandi», commenta Antonio Fisichella, autore del rapporto e presidente dell’associazione “Memoria e Futuro”.
Dal suo punto di vista, il coinvolgimento dei minori nel circuito penale non può essere letto solo come un problema di ordine pubblico. Nei territori più fragili, povertà educativa, abbandono scolastico, disagio sociale e attrazione esercitata dalla criminalità organizzata finiscono spesso per alimentarsi a vicenda. La questione educativa diventa così anche di natura politica, urbana e sociale.
Fisichella parla di quartieri criminogeni, non perché lo siano le persone che li abitano, ma perché sono luoghi in cui la strada resta l’unico spazio disponibile
Il peso della povertà educativa
La copertura dei servizi educativi per la prima infanzia nella città etnea è compresa tra il 7 e il 9% – il 7% se si guarda agli utenti effettivi, il 9% se si considerano i posti autorizzati – mentre a Firenze gli utenti superano il 40% e i posti autorizzati raggiungono il 55%. L’abbandono scolastico precoce raggiunge il 23,5%, il tasso di NEET il 35,4%. La quota dei diplomati è la più bassa d’Italia, 73,7%, e quella dei laureati resta distante di quasi dieci punti percentuali dalla media nazionale, 22,6% contro 31,6%. La gran parte di questi ragazzi è condannata a una vita fatta di lavori fragili, estemporanei, con una scarsissima qualificazione.
«Abbiamo sentito la necessità di fare il punto, capire dove sono concentrate le fragilità più profonde e quali risposte possiamo costruire. Tra le soluzioni una delle più importanti è il tempo pieno. Molte delle motivazioni usate contro il tempo pieno sono giustificazioni ideologiche. Si dice che al Sud le donne non lavorano e il tempo pieno non è quindi necessario. È profondamente sbagliato continuare a rappresentare una mentalità ferma, sempre uguale a sé stessa, mentre la realtà, anche a Catania, è in continuo movimento», sottolinea il presidente, che parla di un vero e proprio «furto di futuro».

Alla fine del ciclo della primaria infatti, rispetto a molti coetanei del Centro-Nord, i bambini catanesi perdono l’equivalente di un intero anno di scuola. Eppure il tempo pieno viene ancora spesso raccontato come un servizio utile solo se entrambi i genitori lavorano: «Il tempo pieno è prima di tutto un diritto dei bambini alla cura, alla socializzazione, all’apprendimento, alla protezione da contesti che li espongono troppo presto alla strada. Quando un servizio educativo esiste davvero, le famiglie rispondono. Anche chi non lavora comprende che per il proprio bambino la possibilità di stare con altri bambini, socializzare, essere seguito e vivere uno spazio educativo può essere utile, se non indispensabile».
«E comprende anche un’altra cosa», aggiunge Fisichella. «Liberare una madre, anche solo per alcune ore, da un impegno di cura continuo e spesso molto faticoso significa darle la possibilità di occuparsi di sé, della propria vita, magari anche di cercare un lavoro, fosse pure informale». Se l’offerta c’è, se viene spiegata, accompagnata e costruita nei territori, le persone si muovono. Succede a San Giovanni Galermo, succede a Librino, succede nei quartieri più difficili. E quando l’offerta non c’è si tende a giustificare l’esistente come se nulla potesse cambiare.
Il tempo pieno, così come l’accesso agli asili nido e ai servizi educativi, richiede un cambiamento culturale soprattutto nei quartieri più fragili, dove l’assenza di servizi e presìdi sociali rischia di lasciare bambini e ragazzi troppo soli, troppo presto, in contesti che gli adulti e le istituzioni hanno contribuito a rendere difficili. Fisichella parla di quartieri criminogeni, non perché lo siano le persone che li abitano, ma perché sono luoghi in cui la strada resta l’unico spazio disponibile. Sono quartieri dove manca l’essenziale e dove spesso sono le tante e preziose attività di volontariato e del terzo settore a sopperire alle assenze. Ma queste realtà, pur fondamentali, non possono essere l’unica risposta ai bisogni esistenti.
Segnali di cambiamento
«Negli ultimi anni però qualcosa a Catania si è mosso. Una prima novità è arrivata con la nomina di Roberto Di Bella alla presidenza del Tribunale per i minorenni. Forte dell’esperienza maturata con il progetto Liberi di scegliere, Di Bella ha portato nell’agenda pubblica il legame tra criminalità minorile, dispersione scolastica e povertà educativa, indicando nel tempo pieno una delle prime risposte concrete da mettere in campo. A questa spinta si è aggiunta quella dell’arcivescovo Luigi Renna, che fin dal suo arrivo a Catania ha posto attenzione al tema dei minori, visitando il carcere minorile e istituendo un ufficio diocesano dedicato al contrasto della dispersione scolastica», continua Fisichella.

Anche da queste sollecitazioni è nato l’Osservatorio provinciale contro la devianza minorile voluto dalla Prefettura: una sede istituzionale che, per la prima volta, riunisce soggetti diversi attorno a un obiettivo comune, ridurre la devianza minorile e ampliare l’offerta formativa della città. Dentro questo percorso, il mondo dell’associazionismo ha avanzato una proposta precisa: partire dalle realtà già attive nei quartieri, verificare lo stato dell’offerta educativa e fare un passo avanti sul tempo pieno, soprattutto nella scuola primaria. L’obiettivo è passare dall’attuale 13% ad almeno il 30% nell’arco di due anni.
Secondo i promotori del report, questa iniziativa potrebbe rappresentare una risposta concreta per incidere sul rapporto tra dispersione scolastica e criminalità minorile. Il lavoro avviato non riguarda però solo l’aumento delle ore di scuola. La proposta è costruire patti educativi con gli istituti scolastici e rafforzare la collaborazione tra scuola, terzo settore, volontariato, parrocchie e famiglie.
In questa direzione, una delle risposte possibili è quella delle comunità educanti, alleanze territoriali in cui la scuola resta al centro con il proprio programma didattico e formativo e viene sostenuta da tutte le energie presenti nel territorio. Il coinvolgimento delle famiglie è decisivo. Nei quartieri più fragili infatti, le madri e i genitori sono spesso i primi a essere preoccupati per il futuro dei propri figli. E quando trovano servizi utili, accessibili e credibili, rispondono.
Vuoi approfondire?
Su questo tema leggi anche il nostro articolo sui Maestri di Strada.









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