3 Luglio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

La cultura rom raccontata attraverso la storia di Rukeli, il pugile che sfidò il nazismo

Un corto animato sulla vicenda di Rukeli, campione di pugilato nella Germania nazista. L’autore Alessandro Rak ha coinvolto in questa produzione i giovani di Scampia e le comunità rom locali.

Autore: Fulvio Mesolella
rukeli
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Una poesia in immagini, quella di Rukeli, nello stile di Alessandro Rak: dura e allo stesso tempo dolce e danzata. Il corto di animazione sul Porrajmos Samudaripen, l’Olocausto dei rom e dei sinti, è stato presentato fuori concorso all’edizione del settembre 2025 della Biennale cinema di Venezia e viene poi riconosciuto e premiato dalla giuria dei Corti d’argento del sindacato dei giornalisti cinematografici, consegnato a Roma lo scorso 23 aprile. Alessandro Rak lo ha realizzato in collaborazione con l’associazione Chi rom… e chi no e con un gruppo di giovani rom e ragazzi dell’Istituto Galileo Ferraris di Scampia nell’ambito del progetto internazionale Tracer – Trasformative Roma Art and Culture for European Remembrance.

La storia raccontata in questo filmato è quella di Johann Wilhelm Trollmann, primo pugile rom, che vince il titolo mondiale di campione dei pesi medi nella Germania nazista. Da lì il soprannome Rukeli, che in lingua zingara vuol dire “albero”, e la fama raggiunta per il suo stile di combattimento in cui sembra danzare, quasi incantando l’avversario. Con l’emanazione delle leggi razziali, viene imprigionato nei campi di concentramento di Wittenberg e Neuengamme, dove viene riconosciuto da un ufficiale nazista che vigliaccamente lo sfida a un combattimento. Rukeli, nonostante sia reso debolissimo dalla malnutrizione della vita del campo, accetta la sfida e vince, finendo ucciso il giorno dopo per ritorsione, all’età di 37 anni.

Alessandro Rak cresce in una famiglia in cui il papà è Amato, un architetto e pittore molto conosciuto e apprezzato a Napoli, e lo zio, Michele Rak, è saggista, scrittore, critico letterario. È forse per questo quindi che Alessandro porta nel sangue non solo l’arte grafica che coltiva da ragazzo, disegnando e studiando animazione, ma anche quella della narrazione e soprattutto della condivisione.

Rukeli
La premiazione dello staff. Al centro Alessandro Rak, autore di Rukeli

L’abbiamo conosciuto e apprezzato a Napoli per i lungometraggi d’animazione L’arte della felicità del 2014, Gatta Cenerentola nel 2017, Yaya e Lenny – The walking liberty nel 2021 e per tantissimi altri lavori, tutti scritti insieme a tantissimi altri autori e realizzati da altrettanti numerosi disegnatori. Si tratta di opere che possiamo chiamare corali e poetiche, anche quando denunciano la città vista da un taxista, degradata e sotto una insolita e continua pioggia, la città violenta e mafiosa vista da una nave da crociera ormeggiata per anni nel porto, o un mondo sopravvissuto alla catastrofe ecologica.

Più volte ha dichiarato di aver scelto di realizzare un’opera che avesse «un impatto emotivo e poetico e raggiungesse il cuore del pubblico, per creare un legame empatico e fare leva sulla memoria per contrastare le discriminazioni odierne, il nazifascismo e l’antiziganismo». Per l’occasione ho avuto modo di fare una breve chiacchierata con Alessandro e abbiamo parlato proprio dell’abituale ampia partecipazione che lui promuove nelle sue opere.

Anche per la realizzazione di Rukeli, di cui è regista, egli attribuisce generosamente tutti i meriti ai laboratori svolti a Scampia con i ragazzi del territorio, in particolare ai giovani rom che si sono uniti all’attività: «Con i ragazzi si è scelto di studiare i fatti, scrivere insieme testi, prendere immagini storiche e  documentarie manipolandole, rielaborando continuamente il tutto e condividendo anche elementi delle tecniche di animazione. Non c’era il tempo di fare un vero e proprio laboratorio per insegnarle, ma sicuramente abbastanza per condividerle».

Di questo abbiamo parlato anche con Barbara Pierro, ideatrice e animatrice di Chi rom… e chi no, che ci racconta che Biagio di Bennardo, autore con Emma Ferulano, ha anche accompagnato ad Auschwitz, in Polonia, i ragazzi coinvolti nel progetto che ha visto capofila l’Università di Bologna insieme ad altri cinque paesi europei che hanno partecipato a Tracer. «Questa storia personale ci ha permesso di raccontare l’incredibile grande storia e cultura millenaria delle comunità rom attraverso lo strumento dell’arte e il tema della lotta per il riconoscimento dei diritti umani, estremamente cari entrambi al nostro vissuto di associazione, nata proprio in un campo rom, a Scampia, più di vent’anni fa».

E a questo punto va sottolineato che Rukeli è dedicato a Michelle Seferovic, morta folgorata il 13 gennaio 2024 nel campo rom di Giugliano, una bambina di 6 anni che attendeva ansiosa di raggiungere l’età per andare a scuola, ma a causa del tragico incidente non c’è mai arrivata. Si tratta di una storia analoga a quella di Davide Jovanovic, morto il 29 febbraio 2024 a Scampia, a soli 22 anni, cittadino italiano ormai da due anni, a cui è stata addirittura negata per due settimane la sepoltura perché viveva in un campo rom e non aveva potuto ottenervi la residenza.

La vita dei rom o dei cosiddetti “nomadi” è ancora oggi segnata dalla presenza in campi disseminati nelle periferie delle grandi città, privi di servizi e quindi esposti alle intemperie e a prelievi abusivi per i servizi essenziali come acqua e luce. Essa riguarda oltre centomila persone che in realtà sono diventate per lo più stanziali e che, soprattutto nelle nuove generazioni, aspirano a un’integrazione culturale e sociale molto più di quanto sia loro consentito dalle leggi e dagli atteggiamenti della nostra società.

La storia di Rukeli serve a ricordare quante e quali altre vittime vi furono per l’olocausto nazista: si propone come un simbolo positivo per i ragazzi rom, ma è anche uno sprone per quella parte di società che non vuole recintare d’indifferenza quei campi ignorati per paura della diversità e condannati dai recenti pacchetti e decreti sicurezza che hanno inasprito le misure contro la marginalità sociale, impattando direttamente sulle condizioni di vita di chi non ha alternative ad essi.