La “città orticola”: i tetti verdi urbani
Alcuni suggerimenti per trasformare i tetti e altri spazi cementificati delle nostre città in orti, prati e ambienti in grado di offrire servizi ecosistemici molto utili.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente nell’aprile-maggio 2020 su Fuori Binario, il mensile fiorentino dei senza fissa dimora, all’interno della rubrica Un mondo ganzo è possibile di Fabio Bussonati. Il testo è contenuto anche nell’omonimo libro “Un mondo ganzo è possibile”, che raccoglie sette anni di puntate della rubrica, dal 2017 al 2023.
In questo episodio Fabio Bussonati immagina le periferie delle nostre città trasformate da tetti e garage in orti e giardini pensili: una dimostrazione di come anche lo spazio più anonimo – come un tetto piatto o un piazzale di asfalto – possa diventare terreno fertile.

Se ti guardi attorno in una periferia qualunque di una qualunque città, l’impressione che ne ricavi è quella di una realtà incompleta o meglio di una realizzazione sospesa: tra i palazzi si snodano teorie di garage in file ordinate o scomposte, nell’inseguire gli invisibili confini di una mappa terrestre, tutti ricoperti di un asfalto nero che si arroventa al sole e non ferma la polvere velenosa che invece sarebbe catturata facilmente da un bel prato verde.
Ciò che cattura la polvere è l’estensione del contatto dell’aria con la superficie: una superficie d’asfalto di un metro quadro ha una superficie di un metro quadro, mentre la stessa superficie piena d’erba ha una superficie di contatto data dalla somma delle superfici di tutti i fili d’erba, davanti e di dietro, più un metro quadrato.
L’architettura delle nostre periferie è fatta di solidi dai contorni rettilinei; la linea retta è pratica e si presta a una progettazione razionale, ma agli occhi risulta scarna, incapace di suscitare lo stupore che invece risveglia la fantasia vegetale che, nonostante tutto, rispunta ogni primavera nelle crepe dell’asfalto e nei tombini.
Della fantasia abbiamo bisogno come del pane e il mondo vegetale ci può dare entrambe le cose, anche in città, ospitando la natura tra le sue mura: ossa di pietra di un paradiso terrestre tutto da rifare. Per prima cosa si verificano le possibilità di carico delle coperture – è un lavoro ingegneristico, lo deve fare un ingegnere – e in base ai risultati si può coprire il tetto piano con uno strato di terra conveniente, dopo aver steso un telo di materiale anti-radicante.
Con dieci centimetri di terra si avrà un tetto verde estensivo: un prato soltanto, ma capace di fermare la polvere, intrappolare il calore, fiorire e richiamare farfalle e lucciole. Con venti centimetri si avrà un tetto verde semi-intensivo, dove si possono già fare alcune coltivazioni – il grano, per esempio. Con quaranta centimetri si avrà un tetto verde intensivo: un orto in piena regola.
Tutto ciò ha diversi aspetti positivi: il primo è arricchire con le forme della natura i contorni monolitici dei fabbricati; il secondo è il raffrescamento estivo dato dall’ombra della vegetazione e dall’isolamento termico delle superfici coperte di terra; il terzo è la produzione di frutta e ortaggi; il quarto è l’intrappolamento della polvere.
Al momento della costruzione si poteva scegliere se fare un garage o un orto, ma ormai che i garage sono costruiti, meglio lasciarli dove sono: l’orto conviene farlo sopra il tetto. E se non si vuole più il garage, si può sempre fare un orto anche lì, ricavando così un orto su due piani: esistono lampade che riproducono fedelmente lo spettro solare, così da poter coltivare anche in un garage o in una cantina; con un pannello fotovoltaico sul tetto non serve nemmeno il regolatore di carica né le batterie di accumulo, perché la luce si accenderà ogni volta che sorge il sole e si spegnerà al tramonto, naturalmente.
Come per le coperture piane, si possono ricavare orti anche su piazzali o terreni mineralizzati, semplicemente sovrapponendo la terra fertile alle superfici sterili: la si può versare direttamente, oppure disporla in casse che delimiteranno i percorsi tra le colture, più bassi di una quarantina di centimetri, per rendere più facile la coltivazione. Sulle pareti dei fabbricati infine si possono far salire rampicanti a foglia larga, che facciano ombra d’estate e lascino passare il sole d’inverno, magari regalando anche un po’ d’uva in autunno.










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