Iran: una nuova ondata di esecuzioni per spaventare la gente
Nuove esecuzioni hanno colpito giovani attivisti in Iran. Il regime vuole spaventare i movimenti di protesta, ma le reazioni non sono solo di paura. L’approfondimento del nostro corrispondente iraniano.
Le esecuzioni di giovani manifestanti in Iran hanno nuovamente attirato l’attenzione internazionale sul sistema giudiziario del Paese, riaccendendo i timori per il destino di altri detenuti arrestati durante le proteste nazionali. Le esecuzioni hanno intensificato le preoccupazioni di organizzazioni per i diritti umani e attivisti, che temono che le autorità stiano ampliando i procedimenti giudiziari legati alle proteste.
Il 27 luglio, l’attivista iraniano Mehdi Mahmoudian ha riferito che le famiglie di Alireza Sepahi e Abolfazl Sepahi, due giovani arrestati durante le proteste a Isfahan, erano state convocate presso il carcere centrale della città per quella che ha descritto come un’ultima visita prima dell’esecuzione delle loro condanne a morte.
Amirhossein Safari e Abolfazl Sepahi figuravano tra i dodici giovani condannati a morte nel procedimento relativo agli scontri avvenuti nei pressi di Piazza Alikhani, durante le proteste nazionali a Esfahan dell’8 gennaio. Le autorità iraniane accusano gli imputati di essere coinvolti nella morte di quattro membri delle forze di sicurezza, oltre che di presunti atti di incendio doloso e danneggiamento di proprietà. Tuttavia, organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International ed esperti delle Nazioni Unite hanno espresso serie preoccupazioni riguardo al procedimento, citando accuse di confessioni estorte con la coercizione, processi celebrati a porte chiuse e mancanza di trasparenza.

La mattina seguente, i media statali iraniani hanno riferito che due imputati collegati al caso di Esfahan erano stati giustiziati. La notizia delle esecuzioni ha spinto numerosi residenti a radunarsi in alcune zone della città nel tentativo di impedirle. Testimoni e attivisti hanno riferito che le forze di sicurezza hanno disperso la folla prima che le esecuzioni venissero portate a termine. Un testimone, citato da Iran International, ha raccontato che durante la notte le forze di sicurezza hanno inseguito le persone nei vicoli di Esfahan, continuando a rincorrere i residenti mentre cercavano di mettersi in salvo. Il testimone ha inoltre espresso preoccupazione per le famiglie presenti durante gli scontri.
Secondo alcune segnalazioni, un altro imputato coinvolto nel caso, Alireza Sepahi, sarebbe stato trasferito in ospedale prima che la sua condanna potesse essere eseguita. Gli attivisti affermano che la sua esecuzione è stata rimandata, anche se il suo destino rimane incerto. Questi sviluppi hanno alimentato ulteriormente le preoccupazioni di attivisti e figure dell’opposizione, secondo cui le recenti esecuzioni sarebbero finalizzate a scoraggiare nuove manifestazioni pubbliche.
Morad Veisi, giornalista e analista politico, ritiene che la tempistica sia intenzionale. Parlando dopo le esecuzioni, ha sostenuto che la Repubblica Islamica sta cercando di scoraggiare future proteste, rafforzando il messaggio sulle conseguenze riservate a chi sfida lo Stato. Con le tensioni regionali in continuo aumento, ha aggiunto, il rischio di nuove manifestazioni rappresenta una delle principali preoccupazioni delle autorità.
Molti iraniani che hanno commentato i casi hanno affermato che le esecuzioni hanno rafforzato la loro determinazione invece di indebolirla
Il 28 luglio gli attivisti hanno riferito che anche le famiglie di altri tre giovani detenuti arrestati durante le proteste erano state informate della possibilità di un’ultima visita prima dell’esecuzione delle condanne a morte. Queste notizie hanno rapidamente suscitato nuovi appelli da parte di esponenti dell’opposizione, tra cui Reza Pahlavi, che hanno invitato la comunità internazionale a intervenire per impedire ulteriori esecuzioni. Sono state inoltre espresse preoccupazioni per il caso di Mehnam Safavi, un rapper di 22 anni che, secondo gli attivisti, è stato anch’egli condannato a morte con l’accusa di moharebeh – letteralmente “inimicizia contro Dio” –, un reato già contestato in diversi procedimenti legati alle proteste.
I messaggi condivisi online dagli iraniani in lutto per le esecuzioni hanno espresso un sentimento di dolore e rabbia diffuso in tutto il Paese, in particolare da parte di coloro che si erano identificati con i due giovani e con le loro famiglie. Ma accanto al cordoglio emergeva anche un altro sentimento: la convinzione che le esecuzioni non avrebbero posto fine alla rabbia della popolazione né cancellato le ragioni che avevano spinto tante persone a scendere in piazza.
I messaggi diffusi sui social media dopo le esecuzioni si sono concentrati non solo sulla perdita di due vite, ma anche sul timore che pene di questo tipo possano alimentare un risentimento ancora più profondo invece di ristabilire un senso di ordine. Alcuni hanno espresso solidarietà alle famiglie che hanno assistito agli ultimi momenti dei loro cari, definendo le esecuzioni un nuovo doloroso capitolo di un periodo segnato da arresti, processi e incertezza. Altri invece hanno interpretato le esecuzioni come un motivo per continuare a resistere piuttosto che ritirarsi.

Nei messaggi circolati online, alcuni iraniani hanno affermato che queste morti hanno rafforzato la loro determinazione, sostenendo che la paura non fosse l’effetto sperato dalle autorità. Per quanti hanno espresso indignazione, le esecuzioni sono diventate il simbolo di una lotta più ampia, che, a loro avviso, va oltre i singoli casi e riflette preoccupazioni più generali riguardo alla repressione, alla responsabilità delle istituzioni e al trattamento riservato ai manifestanti e agli attivisti.
Gli analisti che seguono la politica interna iraniana affermano che la tempistica delle esecuzioni riflette le preoccupazioni del governo per un possibile ritorno delle proteste. Mentre le tensioni tra Iran e Stati Uniti continuano ad alimentare il timore di un conflitto regionale più ampio, gli esperti ritengono che le autorità iraniane siano fortemente preoccupate dalla possibilità di nuovi disordini interni. I difensori dei diritti umani avvertono che le esecuzioni nei casi politicamente sensibili rischiano di fungere non solo da punizione per i condannati, ma anche da monito rivolto a chiunque possa decidere di sfidare lo Stato.
Mentre l’attenzione internazionale si sposta tra diplomazia, tensioni regionali e questioni di sicurezza, per alcuni iraniani che hanno reagito online le esecuzioni sono diventate un simbolo di sfida piuttosto che di paura. Sebbene le autorità possano aver inteso queste punizioni come un deterrente contro future forme di dissenso, molti iraniani che hanno commentato i casi hanno affermato che le esecuzioni hanno rafforzato la loro determinazione invece di indebolirla.
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