4 Settembre 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Antonio Zappulla: “Fare il giornalista oggi è un atto di coraggio”

Partito da Acireale, in Sicilia, col sogno di diventare giornalista, oggi Antonio Zappulla è a capo di una fondazione che sostiene chi fa questo mestiere, che lui considera una vera e propria missione.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
antonio zappulla ant

Dai primi giornali scritti a mano da ragazzo in Sicilia alle dirette internazionali di Bloomberg, fino alla guida della Thomson Reuters Foundation. Antonio Zappulla racconta un percorso costruito sulla curiosità, sulla capacità di cogliere le opportunità e sulla convinzione che un’informazione libera e affidabile sia indispensabile per la democrazia. Antonio Zappulla aveva tredici anni quando già costruiva il proprio giornale con carta e penna. Scriveva della spiaggia sporca, dei rifiuti e dei problemi che vedeva intorno a sé, provando anche a impaginare i fogli. Oggi è alla guida della Thomson Reuters Foundation, un’organizzazione che opera per la resilienza democratica e istituzionale. 

Nato e cresciuto in Sicilia, ad Acireale, ha sempre voluto fare il giornalista. Il suo percorso comincia nelle radio e nelle televisioni locali, poi a diciannove anni lascia la Sicilia per studiare giornalismo e design editoriale in Inghilterra. Alla fine del secondo anno universitario deve svolgere un tirocinio, l’università vorrebbe mandarlo in un giornale locale inglese, ma lui propone di tornare temporaneamente in Italia.

Durante gli anni in cui muove i suoi primi passi nel mondo del giornalismo, Antonio Zappulla fa diverse esperienze, dalla Rai all’Ansa, fino alla redazione di Bloomberg, vivendo in prima persona momenti epocali come l’attentato alle Torri Gemelle che cambia la storia contemporanea e il suo percorso professionale. Per Bloomberg segue Europa, Medio Oriente e Africa, approfondendo soprattutto le connessioni tra geopolitica, finanza e mercati globali. «Già vent’anni fa monitoravamo il numero di navi che attraversavano lo Stretto di Hormuz, si trattava di un indicatore utilizzato per comprendere la possibile volatilità del prezzo del greggio», racconta.

Dal giornalismo alla Thomson Reuters Foundation

Una nuova opportunità arriva dalla Thomson Reuters Foundation per cui, dopo diversi passaggi, nel 2019 viene nominato amministratore delegato. Il passaggio a CEO arriva pochi mesi prima della pandemia, Zappulla si trova a guidare e trasformare l’organizzazione ridefinendo le attività della Fondazione. La Thomson Reuters Foundation sostiene giornalisti, redazioni, organizzazioni della società civile e imprese attraverso programmi di formazione, assistenza legale, ricerca, dati e iniziative internazionali. La sua missione attuale si concentra sulla resilienza dei media indipendenti, sull’accesso alla giustizia e sulla responsabilità delle imprese.

Antonio Zappulla
Foto di Laura Brandajs

«Uno dei nostri pilastri è l’Information Integrity, quindi la tutela dell’integrità dell’ecosistema informativo, il sostegno alla società civile e il Responsible Business. Lavoriamo con il settore privato, con le aziende e con gli investitori perché questa trasformazione tenga conto anche del ruolo fondamentale che le imprese svolgono. Non si può parlare di integrità dell’informazione senza considerare il ruolo delle imprese tecnologiche. E non si possono costruire società libere, giuste e informate senza coinvolgere anche aziende e investitori». 

Le democrazie non possono dare l’informazione per scontata

Storicamente la Fondazione ha lavorato soprattutto in Africa, America Latina, Europa orientale e in altre aree spesso indicate come Sud globale. Oggi però sta estendendo progressivamente la propria attenzione anche a territori che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati sufficientemente solidi dal punto di vista democratico. «Ci troviamo in un momento storico in cui le democrazie e i sistemi informativi sono sotto pressione anche all’interno dell’Unione Europea e nel Regno Unito. Competenze sviluppate in decenni di lavoro nei contesti meno democratici stanno diventando improvvisamente preziose anche in Europa».

Tra i progetti più recenti ci sono percorsi che mettono in relazione giornalisti tradizionali e content creator. I primi possiedono esperienza nella verifica delle fonti, nell’inchiesta e nella ricostruzione dei fatti; i secondi hanno imparato a utilizzare linguaggi personali e diretti, mettendoci la faccia e costruendo un rapporto quotidiano con il pubblico.

«La comunicazione giornalistica si sta spostando sempre più verso un linguaggio personalizzato», osserva Antonio Zappulla. «In un contesto segnato da una forte crisi di fiducia, cerchiamo di creare un ponte tra chi sa utilizzare con efficacia questi nuovi linguaggi e chi possiede un enorme patrimonio professionale nella verifica e nel racconto dei fatti». In Kenya, per esempio, la Fondazione sta sviluppando un progetto che coinvolge giornalisti e content creator affinché possano contribuire insieme al rafforzamento dell’ecosistema informativo.

Fare il giornalista oggi è un atto di coraggio

Difendere i giornalisti prima della pubblicazione

Un’altra area centrale della Fondazione è il sostegno al giornalismo d’inchiesta. Molti reporter investigativi sono freelance e non dispongono del supporto economico, tecnico e legale garantito dalle grandi redazioni. La Thomson Reuters Foundation li forma nell’utilizzo di strumenti open source e nelle nuove tecniche investigative, offrendo anche assistenza legale prima della pubblicazione. Avvocati specializzati analizzano le inchieste e individuano eventuali vulnerabilità, riducendo il rischio che il giornalista venga travolto da cause giudiziarie o intimidazioni.

«Siamo in un periodo in cui si parla sempre più spesso di lawfare, cioè dell’uso della legge come arma per mettere a tacere il giornalismo e la società civile [a questo proposito leggi il nostro articolo sulla legge anti-SLAPP, ndr]. Per questo il supporto legale deve arrivare anche prima della pubblicazione». La Fondazione lavora in nove lingue, ma non esclude che in futuro possa esserci anche l’italiano visto che il suo impegno si sta spostando progressivamente anche verso l’Europa. 

«In tutti questi anni abbiamo imparato moltissimo dall’esperienza quotidiana di giornalisti e organizzazioni della società civile che lavorano in Paesi poco democratici. Paradossalmente oggi tutta questa esperienza sta diventando estremamente rilevante anche nel contesto europeo ed è un segnale molto significativo del momento storico che stiamo attraversando. Accanto agli attacchi di natura politica e legale ci sono poi quelli tecnologici: la tecnologia può diventare essa stessa uno strumento di pressione o di controllo. I casi Pegasus e Paragon, anche in Italia, sono indicativi. La difesa legale dei giornalisti e la sicurezza informatica sono due dei trend più significativi nel nostro lavoro».

Antonio Zappulla

L’organizzazione guidata da Antonio Zappulla è un’entità legale indipendente che mantiene un dialogo costante con Reuters, una delle più grandi e importanti agenzie di stampa e d’informazione al mondo. Giornaliste e giornalisti di Reuters, o ex Reuters, partecipano ai loro programmi come trainer per trasferire anche alle redazioni più piccole strumenti e competenze sviluppati dall’agenzia in tutti questi anni.

«Il giornalismo è un lavoro di faccia e di trincea»

Guardando al futuro, Antonio Zappulla non nasconde le difficoltà: «Fare il giornalista oggi è un atto di coraggio. Non ci sono più né il prestigio sociale né i ritorni economici di un tempo. È una professione che si sceglie quasi come una missione, in un momento in cui chi racconta i fatti viene spesso accusato di essere di parte».

Dal suo punto di vista, il futuro delle redazioni è tecnologico. «Un giornalista deve capire le opportunità dell’intelligenza artificiale, ma anche i rischi informatici ai quali è esposto. Deve avere una rete di persone capaci di aiutarlo a proteggere i propri dispositivi e usare la tecnologia in modo consapevole. L’innovazione deve essere accompagnata da limiti etici, capacità critica e responsabilità. Il giornalismo resta un lavoro di faccia e di trincea». 

La stessa propositività che da ragazzo lo spinse a telefonare alla Rai da una cabina pubblica – per poter svolgere un tirocinio da cui poi ha avuto inizio la sua carriera – continua così a rappresentare il fil rouge del suo percorso. Non una sicurezza ingenua che tutto sia facile, ma la convinzione che nessuna opportunità possa arrivare senza il coraggio di cercarla e condividerla per sensibilizzare l’opinione pubblica globale sulle questioni cruciali che l’umanità si trova ad affrontare, ispirare una leadership collettiva e contribuire a plasmare un mondo in cui nessuno venga lasciato indietro.