Lo smog che non esce dalle marmitte: il costo ambientale degli allevamenti intensivi
Quanto inquinano gli allevamenti intensivi in Italia e nel mondo? Questa analisi di Sofia Farina di Source International ce lo fa capire in maniera drammaticamente chiara.
Quando pensiamo ai luoghi con l’aria più inquinata, probabilmente immaginiamo una grande città, una strada congestionata dal traffico o un’area industriale. Eppure, nel 2025, la centralina che in Lombardia ha rilevato il quadro peggiore per le concentrazioni di PM10 si trovava a Soresina, un piccolo centro della pianura cremonese, in un territorio dove l’agricoltura e soprattutto la zootecnia hanno un peso molto rilevante.
Questo dato compare nel rapporto “Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso. Impatti, criticità e traiettorie di transizione”, pubblicato nel 2026 e realizzato da EStà – Economia e Sostenibilità per Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra!. Lo studio analizza una regione in cui sono allevati oltre 5,2 milioni di bovini e suini – circa un capo ogni due abitanti! – e dove si concentra il 40% dei bovini e suini allevati in Italia: una concentrazione degli animali che implica inevitabilmente una concentrazione dei loro effetti sul territorio.
Tra questi, proprio nell’aria troviamo uno degli effetti meno conosciuti degli allevamenti intensivi: l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente lombarda, l’ARPA Lombardia, misura da anni le concentrazioni di ammoniaca, un gas incolore che – una volta disperso nell’atmosfera – può reagire con composti derivati dagli ossidi di azoto e dello zolfo e trasformarsi in sali di ammonio, contribuendo alla formazione del particolato atmosferico. Una parte delle polveri che respiriamo quindi non viene emessa direttamente da una ciminiera o da un tubo di scappamento: si forma nell’atmosfera a partire da precursori che provengono anche dalle stalle, dallo stoccaggio delle deiezioni e dalla loro distribuzione sui campi.

Dalle stalle all’aria che respiriamo
In Italia l’agricoltura è responsabile della maggior parte delle emissioni di ammoniaca. Secondo l’ultimo inventario realizzato da ISPRA, nel 2024 il settore agricolo ha prodotto il 90,8% delle emissioni nazionali di NH3 e la singola voce più importante è proprio la gestione degli allevamenti, responsabile del 54,1% delle emissioni agricole.
La questione è particolarmente evidente in Lombardia, una delle regioni europee con la maggiore concentrazione zootecnica. Chiaramente, questo non significa che gli allevamenti siano l’unica causa dell’inquinamento atmosferico padano: traffico, riscaldamento, e attività industriali hanno un ruolo fondamentale, ma combattere il particolato concentrandosi esclusivamente sulle marmitte è riduttivo.
La quota di emissioni antropiche di CO2 imputabile alla zootecnia
I suini e bovini allevati in Lombardia, il 40% di quelli italiani
Le emissioni del comparto agricolo che dipendono dagli allevamenti
Quando il fertilizzante diventa inquinamento
Le deiezioni animali non sono di per sé un rifiuto: letame e liquami contengono azoto, fosforo e altri nutrienti e, se utilizzati nelle quantità corrette, possono sostituire parte dei fertilizzanti di sintesi. Il problema emerge quando in uno stesso territorio vengono allevati molti più animali di quanti i terreni circostanti possano sostenere. Allora accade che l’azoto che non viene assorbito dalle colture può volatilizzare sotto forma di ammoniaca, trasformarsi in protossido di azoto – un potente gas serra – oppure essere dilavato sotto forma di nitrati verso falde, fiumi e laghi.
Il fosforo può invece accumularsi nel terreno o raggiungere le acque superficiali attraverso il ruscellamento, favorendo processi di eutrofizzazione. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, fertilizzanti minerali e letame sono fra le principali sorgenti di nitrati nelle acque sotterranee europee e circa l’80% dell’azoto scaricato nell’ambiente acquatico dell’Unione europea deriva complessivamente dall’agricoltura.
Ma bisogna anche nutrirli
C’è poi un altro impatto che tendiamo a tralasciare quando guardiamo un allevamento dall’esterno: quello del cibo necessario per alimentare gli animali. Produrre carne, latte e uova significa prima di tutto produrre grandi quantità di biomassa vegetale: servono superfici agricole, acqua, fertilizzanti, energia e pesticidi per coltivare mais, cereali, soia e altre colture destinate alla mangimistica.

Nell’Unione europea circa il 70% delle proteine grezze provenienti da cereali, semi oleosi e legumi prodotti e consumati viene utilizzato come mangime. Un dato particolarmente interessante, a questo proposito, è la dipendenza dall’estero: secondo la Commissione europea infatti, nel 2026 il 74% dei mangimi ad alto contenuto proteico, in particolare la soia, utilizzati nell’UE è importato.
Questo crea una sorta di impronta territoriale invisibile: un animale allevato in Europa può essere nutrito con proteine coltivate a migliaia di chilometri di distanza; la domanda europea di mangimi può quindi essere collegata a consumo di suolo e, in alcune catene di approvvigionamento, a espansione agricola e deforestazione in altri continenti.
Allevamenti intensivi e clima
Quando si parla di allevamenti e clima, è probabile che ci venga in mente un’altra molecola di cui sentiamo spesso parlare: il metano prodotto dalla digestione dei ruminanti. Effettivamente, secondo le stime della FAO, considerando produzione negli allevamenti, mangimi, cambiamenti di uso del suolo associati alla loro produzione, trasporti e alcuni altri segmenti della filiera, i sistemi agroalimentari legati alla zootecnia producevano circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno nel 2015, pari a circa il 12% delle emissioni antropiche globali.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.











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