16 Settembre 2026 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Lo smog che non esce dalle marmitte: il costo ambientale degli allevamenti intensivi 

Quanto inquinano gli allevamenti intensivi in Italia e nel mondo? Questa analisi di Sofia Farina di Source International ce lo fa capire in maniera drammaticamente chiara.

Autore: Source International
allevamenti intensivi2

Quando pensiamo ai luoghi con l’aria più inquinata, probabilmente immaginiamo una grande città, una strada congestionata dal traffico o un’area industriale. Eppure, nel 2025, la centralina che in Lombardia ha rilevato il quadro peggiore per le concentrazioni di PM10 si trovava a Soresina, un piccolo centro della pianura cremonese, in un territorio dove l’agricoltura e soprattutto la zootecnia hanno un peso molto rilevante

Questo dato compare nel rapporto “Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso. Impatti, criticità e traiettorie di transizione”, pubblicato nel 2026 e realizzato da EStà – Economia e Sostenibilità per Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra!. Lo studio analizza una regione in cui sono allevati oltre 5,2 milioni di bovini e suini – circa un capo ogni due abitanti! – e dove si concentra il 40% dei bovini e suini allevati in Italia: una concentrazione degli animali che implica inevitabilmente una concentrazione dei loro effetti sul territorio. 

Tra questi, proprio nell’aria troviamo uno degli effetti meno conosciuti degli allevamenti intensivi: l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente lombarda, l’ARPA Lombardia, misura da anni le concentrazioni di ammoniaca, un gas incolore che – una volta disperso nell’atmosfera – può reagire con composti derivati dagli ossidi di azoto e dello zolfo e trasformarsi in sali di ammonio, contribuendo alla formazione del particolato atmosferico. Una parte delle polveri che respiriamo quindi non viene emessa direttamente da una ciminiera o da un tubo di scappamento: si forma nell’atmosfera a partire da precursori che provengono anche dalle stalle, dallo stoccaggio delle deiezioni e dalla loro distribuzione sui campi

allevamenti intensivi

Dalle stalle all’aria che respiriamo 

In Italia l’agricoltura è responsabile della maggior parte delle emissioni di ammoniaca. Secondo l’ultimo inventario realizzato da ISPRA, nel 2024 il settore agricolo ha prodotto il 90,8% delle emissioni nazionali di NH3 e la singola voce più importante è proprio la gestione degli allevamenti, responsabile del 54,1% delle emissioni agricole.  

La questione è particolarmente evidente in Lombardia, una delle regioni europee con la maggiore concentrazione zootecnica. Chiaramente, questo non significa che gli allevamenti siano l’unica causa dell’inquinamento atmosferico padano: traffico, riscaldamento, e attività industriali hanno un ruolo fondamentale, ma combattere il particolato concentrandosi esclusivamente sulle marmitte è riduttivo. 

12%

La quota di emissioni antropiche di CO2 imputabile alla zootecnia

5,2 milioni

I suini e bovini allevati in Lombardia, il 40% di quelli italiani

54,1%

Le emissioni del comparto agricolo che dipendono dagli allevamenti

Quando il fertilizzante diventa inquinamento 

Le deiezioni animali non sono di per sé un rifiuto: letame e liquami contengono azoto, fosforo e altri nutrienti e, se utilizzati nelle quantità corrette, possono sostituire parte dei fertilizzanti di sintesi. Il problema emerge quando in uno stesso territorio vengono allevati molti più animali di quanti i terreni circostanti possano sostenere. Allora accade che l’azoto che non viene assorbito dalle colture può volatilizzare sotto forma di ammoniaca, trasformarsi in protossido di azoto – un potente gas serra – oppure essere dilavato sotto forma di nitrati verso falde, fiumi e laghi.

Il fosforo può invece accumularsi nel terreno o raggiungere le acque superficiali attraverso il ruscellamento, favorendo processi di eutrofizzazione. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, fertilizzanti minerali e letame sono fra le principali sorgenti di nitrati nelle acque sotterranee europee e circa l’80% dell’azoto scaricato nell’ambiente acquatico dell’Unione europea deriva complessivamente dall’agricoltura.
 

Ma bisogna anche nutrirli 

C’è poi un altro impatto che tendiamo a tralasciare quando guardiamo un allevamento dall’esterno: quello del cibo necessario per alimentare gli animali. Produrre carne, latte e uova significa prima di tutto produrre grandi quantità di biomassa vegetale: servono superfici agricole, acqua, fertilizzanti, energia e pesticidi per coltivare mais, cereali, soia e altre colture destinate alla mangimistica. 

 intensivi di polli

Nell’Unione europea circa il 70% delle proteine grezze provenienti da cereali, semi oleosi e legumi prodotti e consumati viene utilizzato come mangime. Un dato particolarmente interessante, a questo proposito, è la dipendenza dall’estero: secondo la Commissione europea infatti, nel 2026 il 74% dei mangimi ad alto contenuto proteico, in particolare la soia, utilizzati nell’UE è importato

Questo crea una sorta di impronta territoriale invisibile: un animale allevato in Europa può essere nutrito con proteine coltivate a migliaia di chilometri di distanza; la domanda europea di mangimi può quindi essere collegata a consumo di suolo e, in alcune catene di approvvigionamento, a espansione agricola e deforestazione in altri continenti. 

Allevamenti intensivi e clima  

Quando si parla di allevamenti e clima, è probabile che ci venga in mente un’altra molecola di cui sentiamo spesso parlare: il metano prodotto dalla digestione dei ruminanti. Effettivamente, secondo le stime della FAO, considerando produzione negli allevamenti, mangimi, cambiamenti di uso del suolo associati alla loro produzione, trasporti e alcuni altri segmenti della filiera, i sistemi agroalimentari legati alla zootecnia producevano circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno nel 2015, pari a circa il 12% delle emissioni antropiche globali. 

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.