Dalle panchine alle decisioni pubbliche: la nuova sfida della democrazia partecipata in Sicilia
Dopo oltre dieci anni di sperimentazioni, Spendiamoli Insieme racconta i limiti della partecipazione nell’isola e una proposta di riforma per coinvolgere i cittadini anche nelle decisioni strategiche.
«La democrazia partecipata in Sicilia ha superato la fase dell’esperimento, ma non quella della fragilità. All’inizio del percorso, le esperienze erano episodiche, mentre oggi i Comuni seguono procedure più simili, quasi sempre riconducibili al bilancio partecipativo. La partecipazione è diventata una pratica amministrativa consolidata, senza però tradursi necessariamente in una maggiore capacità dei cittadini di incidere sulle decisioni pubbliche».
Con queste parole descrive lo stato della democrazia partecipata nell’isola Francesco Saija, che fa parte del progetto Spendiamoli Insieme, promosso dall’associazione Parliament Watch Italia, che avevamo già raccontato su Italia che Cambia. Nel mese che dedichiamo alla democrazia, li abbiamo raggiunti nuovamente per capire che cosa sia cambiato dopo oltre dieci anni di sperimentazioni e quali prospettive si aprano per il futuro.
In Sicilia la legge regionale 5/2014 prevede che ogni anno i Comuni dell’isola destinino almeno il 2% dei fondi ricevuti dalla Regione a processi di democrazia partecipata, coinvolgendo i cittadini nella scelta dei progetti da realizzare. Ma, come ci tiene a sottolineare Francesco, è un percorso fatto di luci e ombre. La prima criticità riguarda il modo in cui la partecipazione viene interpretata dalle amministrazioni. Nei Comuni siciliani infatti prevale ancora l’idea dell’obbligo amministrativo: gli enti sanno di dover coinvolgere i cittadini e quindi organizzano le procedure previste dalla legge, ma questo non significa necessariamente costruire percorsi capaci di produrre una partecipazione effettiva.
Su scala regionale il coinvolgimento rimane limitato, pur con alcune eccezioni, ma il problema principale non è quantitativo. «La criticità riguarda la qualità del processo che offriamo alle persone e questa è una questione che va oltre il singolo bilancio partecipativo. Riguarda innanzitutto lo scopo per cui una legge sulla partecipazione viene pensata e concepita. Chi desidera partecipare viene realmente messo nelle condizioni di farlo? Le proposte dei cittadini riescano a influenzare le decisioni delle istituzioni?», commenta Saija.

Una legge nata sull’onda dell’entusiasmo
La normativa siciliana nasce in un momento politico particolare, segnato dall’affermazione del Movimento 5 Stelle e dalla sua spinta iniziale verso forme di democrazia diretta. In quel contesto è stata introdotta una disposizione sulla partecipazione e individuate le risorse necessarie per finanziarla. Secondo Saija tuttavia, la legge non nasce da un progetto sufficientemente strutturato di sviluppo della cultura partecipativa.
Nel tempo alcune amministrazioni hanno finito per considerarla più che altro un adempimento, lamentando anche il carico di lavoro aggiuntivo per gli uffici comunali. Eppure lo scopo di una normativa sulla partecipazione dovrebbe essere quello di favorire processi progressivi di apprendimento pubblico. La scelta di una panchina, di una fermata dell’autobus o di un murale può rappresentare un primo livello di coinvolgimento e avere anche un importante valore simbolico, ma la partecipazione può assumere forme più complesse, accompagnando la costruzione di politiche pubbliche e le decisioni strategiche delle amministrazioni.
«Questo è particolarmente importante in un territorio come il nostro, che ha alle spalle una storia complessa, nella quale lo Stato liberale è arrivato quasi per imposizione e si sono sviluppate particolari anomalie nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Se vogliamo costruire una legge capace di promuovere davvero la partecipazione, dobbiamo partire da questo obiettivo», continua Francesco Saija.
Con gli stessi 15.000 euro destinati a un piccolo intervento, per esempio, un Comune di 40.000 abitanti potrebbe finanziare un percorso capace di produrre un documento condiviso, promuovere una riflessione collettiva sullo sviluppo del territorio oppure coinvolgere i cittadini in una decisione amministrativa particolarmente delicata. La differenza sta nella possibilità di generare risultati che continuino a produrre effetti anche dopo la conclusione del singolo progetto.

Giardini Naxos: quando la partecipazione continua anche dopo la fine del progetto
Un esempio concreto arriva da Giardini Naxos, dove Spendiamoli Insieme ha accompagnato un percorso partecipativo legato alla predisposizione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo (PUDM). Il Comune aveva chiesto di consultare i cittadini per raccogliere indicazioni sul futuro delle proprie spiagge. Ne è nato un processo durato sette mesi, tra agosto 2024 e febbraio 2025, intitolato “Quale rapporto tra Giardini Naxos e il suo mare?”, durante il quale gli abitanti hanno potuto esprimere desideri, bisogni e proposte.
Il percorso ha utilizzato strumenti differenti per coinvolgere la popolazione. Attraverso il photovoice – una metodologia partecipativa per promuovere il cambiamento nella comunità attraverso l’uso di fotografie accompagnate da didascalie – gli abitanti sono stati invitati a fotografare ciò che apprezzavano del proprio litorale, ciò che avrebbero voluto cambiare, i luoghi legati ai loro ricordi e quelli che immaginavano per il futuro. Sono state raccolte 184 fotografie accompagnate da commenti, inviate da 65 persone. A questa attività si sono aggiunte diverse sessioni di mappatura partecipata. I cittadini hanno segnalato su grandi mappe della costa i luoghi più significativi, le criticità e le possibili trasformazioni.
Alle attività di mappatura in piazza hanno preso parte 64 persone, mentre un incontro organizzato presso l’istituto Caminiti-Trimarchi ha coinvolto 78 studenti e tre insegnanti. Si sono svolti inoltre tre incontri pubblici, dedicati alla presentazione del progetto, all’analisi condivisa dei dati raccolti e alla costruzione del documento finale. I numeri raccontano un coinvolgimento relativamente contenuto rispetto a una popolazione di circa 9000 abitanti, ma mostrano anche quanto lavoro sia necessario per costruire un percorso di questo tipo. Risorse, persone dedicate, incontri, attività di ascolto e un impegno costante per raggiungere cittadini che altrimenti difficilmente parteciperebbero alle decisioni pubbliche.
Al termine della consultazione è nato il rapporto “Un sogno a colori”, che raccoglie la visione e le proposte dei partecipanti per costruire una nuova relazione tra Giardini Naxos e il suo mare. I cittadini chiedono una distribuzione più equa delle spiagge libere e delle aree concesse ai privati, maggiori controlli sul rispetto dei confini delle concessioni balneari e interventi per rendere il lungomare più sicuro e accessibile, anche alle persone con disabilità.
Anche quando un’amministrazione non recepisce le indicazioni ricevute, un percorso costruito con attenzione può favorire la nascita di relazioni, consapevolezza e nuove forme di organizzazione civica
Un’attenzione particolare è stata rivolta alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico. Tra le proposte figurano la protezione di alcuni tratti di costa considerati particolarmente importanti per l’identità locale, l’utilizzo di strutture balneari leggere e rimovibili, il risanamento dei torrenti e la valorizzazione del patrimonio naturale e culturale attraverso forme di turismo più sostenibili.
Il documento non si limita a raccogliere desideri e indicazioni generali, ma contiene proposte operative per il Piano di utilizzo del demanio marittimo e suggerisce anche strumenti di pianificazione più ambiziosi, come un Contratto di Costa che coinvolga Giardini Naxos, Taormina, le istituzioni competenti e gli attori del territorio. Le proposte emerse dal percorso non hanno trovato spazio nel piano comunale. L’amministrazione avrebbe quindi assolto all’obbligo di consultazione senza dare seguito alle indicazioni considerate centrali dai partecipanti.
«Il processo, tuttavia, ha prodotto un risultato inatteso. Le persone coinvolte, pur deluse dall’esito istituzionale, hanno riconosciuto il valore del percorso e hanno deciso di continuare a occuparsi del futuro del proprio territorio. È nato così un comitato che ha proseguito autonomamente il confronto sui temi emersi durante gli incontri, arrivando anche a interrogare i candidati sindaco sulle questioni legate al mare e al demanio», evidenzia Giuseppe D’Avella dell’associazione Parliament Watch Italia.
Il caso di Giardini Naxos mostra una delle possibilità della democrazia partecipata: anche quando un’amministrazione non recepisce le indicazioni ricevute, un percorso costruito con attenzione può favorire la nascita di relazioni, consapevolezza e nuove forme di organizzazione civica. «La partecipazione dovrebbe diventare un processo capace di evolvere nel tempo anziché rimanere limitata alla scelta annuale di piccoli interventi finanziati dai Comuni. Il nostro sforzo è proprio quello di far funzionare questi processi. C’è ancora moltissima strada da fare, ma è evidente che serve una transizione. Senza un’evoluzione, la democrazia partecipata rischia di rimanere, nella stragrande maggioranza dei casi, un esercizio di stile», incalza Saija.

Una proposta di riforma nata dal basso
Il bilancio partecipativo ha avuto comunque un ruolo importante nell’introdurre il concetto di partecipazione all’interno delle amministrazioni siciliane, ma dopo oltre dieci anni di sperimentazioni, secondo Spendiamoli Insieme, è arrivato il momento di ampliare gli strumenti disponibili. Il progetto ha raccolto una quantità importante di dati ed evidenze empiriche, grazie a un lavoro di osservazione particolarmente approfondito.
La proposta è quindi quella di utilizzare le risorse previste dalla legge non soltanto per decidere come spendere una piccola quota dei bilanci comunali, ma anche per finanziare processi di consultazione e confronto sulle politiche pubbliche. È questo, in estrema sintesi, il contenuto della nuova proposta di legge promossa da Parliament Watch Italia. Il testo nasce da un lavoro collettivo sviluppato negli ultimi anni attraverso incontri e policy lab con cittadini, associazioni e amministratori impegnati nell’applicazione della normativa.
Un percorso che ha permesso di individuare gli aspetti che funzionano, riconoscere quelli più problematici e costruire una proposta fondata sull’esperienza maturata nei territori. A tale percorso è seguito l’incontro regionale “Scriviamola Insieme – Per una legge siciliana sulla partecipazione”, organizzato il 30 gennaio 2025 presso l’Assemblea regionale siciliana insieme alla deputata Valentina Chinnici, con il coinvolgimento di rappresentanti di diversi livelli istituzionali, tra cui la Commissione europea, le Regioni Puglia ed Emilia-Romagna, Autonomie Locali Italiane, l’Associazione Siciliana Amministratori Enti Locali e l’ANCI.
Dal confronto è nato un testo che riprende alcune caratteristiche delle normative di Emilia-Romagna e Puglia, adattandole però al contesto siciliano, cercando di far evolvere l’esperimento già avviato nell’isola. La proposta è stata consegnata ad alcuni rappresentanti regionali nell’estate del 2025 e da allora non si sono stati ulteriori avanzamenti.

Sicilia, Emilia-Romagna e Puglia: due modi diversi di sostenere la partecipazione
«Il confronto con le altre esperienze regionali ha permesso di mettere in evidenza alcune differenze strutturali. Il modello siciliano cerca di coinvolgere potenzialmente tutti i 391 Comuni attraverso una quota di finanziamento destinata alla democrazia partecipata. Le esperienze di Emilia-Romagna e Puglia invece non cercano necessariamente di intervenire ovunque né dispongono di cinque milioni di euro all’anno da distribuire a tutti i Comuni. Partono piuttosto dalle esperienze in cui esiste già una base solida: un’amministrazione disponibile al dialogo, un tessuto civico attivo e le condizioni per sviluppare un processo partecipativo», spiega D’Avella.
In queste Regioni esistono strutture pubbliche dedicate alla partecipazione, con professionisti che individuano le esperienze locali, accompagnano le amministrazioni, offrono formazione, mettono a disposizione competenze e, quando necessario, anche risorse economiche. Il sostegno non è quindi principalmente finanziario. L’obiettivo è fornire le conoscenze e le capacità necessarie per costruire processi partecipativi efficaci. In un certo senso, queste strutture svolgono anche quella funzione di collegamento che un tempo era affidata ai corpi intermedi.
È una differenza strutturale che l’architetto e urbanista Giovanni Allegretti descrive attraverso due espressioni opposte. Definisce la legge siciliana centripeta, perché tende a ricondurre i processi partecipativi verso un unico strumento, il bilancio partecipativo. Le normative di Emilia-Romagna e Puglia invece vengono descritte come maggiormente centrifughe, perché favoriscono la diffusione di pratiche differenti, sostenendole in base alle caratteristiche dei territori.
Il modello siciliano, per certi aspetti, presenta un’ambizione maggiore: raggiungere tutti i Comuni dell’isola. Per riuscirci però, secondo i promotori di Spendiamoli Insieme, sarebbe necessaria un’infrastruttura regionale capace di formare e accompagnare le amministrazioni e monitorare non soltanto le risorse spese, ma anche la qualità dei processi realizzati.
Oggi infatti la Regione dispone delle informazioni relative ai finanziamenti utilizzati ma, secondo l’associazione, non di un quadro sufficientemente approfondito della partecipazione generata con quelle risorse: quante persone siano state coinvolte, quali processi siano stati realizzati e quale sia stata la loro qualità. «Per anni siamo stati noi a fornire queste informazioni, raccogliendo dati e accompagnando le esperienze locali attraverso il nostro lavoro di monitoraggio, ma non possiamo continuare a svolgere questa funzione senza risorse», afferma D’Avella.

Chi finanzia le iniziative per rafforzare la democrazia partecipata?
Nella fase iniziale il progetto ha potuto contare sul sostegno di Open Society Foundations e Fondazione Con il Sud, ma una volta concluso quel ciclo di finanziamenti non si è riusciti a individuare un nuovo soggetto disposto a sostenere un percorso regionale dedicato specificamente alla democrazia partecipata. Oggi Spendiamoli Insieme continua a monitorare l’applicazione della legge e ad aggiornare il proprio sito, con informazioni disponibili anche per il 2026 nelle pagine dedicate ai singoli Comuni. Prosegue inoltre l’attività di supporto a distanza, attraverso la quale associazioni, cittadini e amministrazioni possono chiedere informazioni e pareri.
Si è invece interrotta per mancanza di risorse la fase di accompagnamento diretto sul territorio, che prevedeva visite nei Comuni, incontri e supporto alla costruzione dei processi partecipativi. Secondo Saija, «la difficoltà riguarda anche il sistema italiano dei finanziamenti al Terzo settore. La partecipazione trova spazio in numerosi progetti di innovazione sociale, sviluppo territoriale ed economia solidale, ma è più difficile individuare risorse dedicate espressamente a processi attraverso cui i cittadini possano influenzare le decisioni pubbliche».
È una questione che interroga anche il ruolo dei cosiddetti corpi intermedi: partiti, sindacati, parrocchie e altre organizzazioni che hanno storicamente contribuito a informare e mobilitare i cittadini, rendendo più semplice la partecipazione alla vita pubblica. Il loro indebolimento ha reso più complesso raggiungere le persone, costruire relazioni continuative e coinvolgerle nei processi decisionali.
«In generale – continua Saija – non credo che la partecipazione sia percepita come una questione prioritaria e se parliamo soltanto di panchine e murales, posso anche capire questa posizione. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che esistano problemi molto più urgenti, ma se cominciamo a considerare la partecipazione come uno strumento per individuare soluzioni ai problemi reali della nostra Regione, allora il discorso cambia completamente».
Nonostante le difficoltà, la proposta di riforma siciliana rimane aperta. Il testo è stato elaborato e consegnato ai rappresentanti regionali, ma attende ancora le condizioni politiche necessarie per essere discusso. L’obiettivo è passare da una partecipazione concepita principalmente come obbligo amministrativo a un sistema capace di accompagnare i processi decisionali, favorire l’apprendimento collettivo e costruire nel tempo nuove relazioni tra cittadini e istituzioni.
In generale, la vicenda siciliana racconta una questione che riguarda la democrazia come idea e pratica e si estende ben oltre i confini dell’isola. È una questione che interroga anche la politica, chiamata a decidere quale spazio riconoscere alla partecipazione nelle proprie priorità e quanto potere decisionale sia disposta a condividere con i cittadini.











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