23 Settembre 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Il petrolio inquina prima ancora di bruciare: cosa lascia l’estrazione sul territorio 

Si dice sempre che il petrolio inquina, ma in che modo? Sofia Farina di Source International ci guida attraverso le varie fasi della filiera petrolifera per capire che impatto hanno sull’ambiente e sulle persone.

Autore: Source International
petrolio tempa rossa
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A Corleto Perticara, in Basilicata, il petrolio è dentro il paesaggio. Tra colline, campi e piccoli centri abitati compaiono pozzi, tubazioni, strade di servizio e impianti industriali. Qui si trova Tempa Rossa, uno dei principali poli di estrazione petrolifera italiani; poco più a nord, a Viggiano, il Centro Olio Val d’Agri raccoglie e tratta gli idrocarburi estratti nell’area. All’inizio di settembre, come Souorce International abbiamo attraversato questi territori insieme agli altri partner di ERICA, un progetto europeo dedicato al monitoraggio ambientale e alla citizen science.

Tre giorni tra impianti, territori e comunità per ragionare su una domanda apparentemente semplice: cosa lascia l’estrazione di petrolio nell’ambiente che la circonda? Per rispondere bisogna fare un passo indietro rispetto al modo in cui siamo abituati a parlare di combustibili fossili. Il loro impatto ambientale infatti non comincia quando facciamo benzina e nemmeno quando il greggio arriva in raffineria. Comincia molto prima, nel luogo in cui quella risorsa viene cercata, estratta e trattata. 

ERICA – che sta per Environmental monitoRIng through Civic engAgement – nasce proprio per lavorare su questi territori. È un progetto Erasmus+ che ha coinvolto tre aree europee interessate dall’industria fossile: il complesso petrolchimico di Tarragona, in Spagna, la regione carbonifera di Konin, in Polonia, e la Basilicata, dove i casi studio sono stati il Centro Olio Val d’Agri e Tempa Rossa. L’obiettivo è fornire ai cittadini strumenti per comprendere, raccogliere e utilizzare informazioni ambientali, trasformando i dati in quella che chiamiamo “actionable knowledge”, cioè conoscenza che possa essere realmente utilizzata nelle decisioni, nel dibattito pubblico e nella tutela del territorio. 

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Una parte della centrale di Tempa Rossa, in Basilicata

Cosa significa concretamente estrarre petrolio? 

Innanzitutto, per raggiungere gli idrocarburi bisogna prima individuare il giacimento. Poi arriva il momento di perforare il sottosuolo e costruire una rete di infrastrutture che permetta di estrarre, raccogliere, separare, trattare e successivamente trasportare ciò che viene prodotto. Questo vuol dire anche costruire infrastrutture per la viabilità, pozzi, oleodotti e gasdotti, serbatoi e impianti di trattamento. L’impatto comincia quindi anche dall’occupazione e dalla frammentazione del territorio, perché costruzione delle infrastrutture può comportare rimozione della vegetazione, alterazione degli habitat, erosione del suolo e modifiche al drenaggio delle acque.

Più in generale, l’estrazione può rappresentare già in questa fase una quota significativa dell’impatto ambientale di un prodotto, attraverso pressioni sull’aria, sul suolo e sui corpi idrici. Poi c’è quello che accade durante l’estrazione vera e propria. Dal pozzo, come si può immaginare, non esce solamente petrolio: durante l’estrazione possono emergere gas e grandi quantità di acqua naturalmente presente nelle formazioni geologiche. La composizione di quest’acqua varia enormemente da un giacimento all’altro, ma può avere salinità molto elevate e contenere idrocarburi disciolti, metalli, composti aromatici e, in alcuni casi, materiali radioattivi di origine naturale. 

Gli studi dell’US Geological Survey mostrano che una gestione inadeguata o una fuoriuscita di queste acque può provocare contaminazioni del suolo, delle falde e delle acque superficiali. I sali, in particolare, possono essere persistenti nell’ambiente e alterare la struttura dei terreni, mentre alcuni contaminanti possono avere effetti sugli ecosistemi acquatici. A questo si sommano gli incidenti e le perdite: non serve necessariamente immaginare una petroliera che si spezza in mare o una grande marea nera, anche fuoriuscite più circoscritte da pozzi, serbatoi, condotte e impianti possono interessare suoli e acque e lasciare contaminazioni che richiedono interventi complessi di caratterizzazione e bonifica. 

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E cosa finisce nell’aria? 

Una parte importante degli impatti dell’industria petrolifera è molto meno visibile, ma non per questo meno importante, anzi. Pozzi, serbatoi, compressori, valvole e impianti di trattamento possono diventare sorgenti di emissioni atmosferiche. Il settore oil & gas è indicato dalle agenzie per l’ambiente come una fonte rilevante di composti organici volatili e di inquinanti atmosferici pericolosi come benzene, toluene, etilbenzene, xileni e n-esano. Alcune di queste sostanze hanno effetti tossici, altre partecipano alle reazioni chimiche che portano alla formazione di ozono troposferico. 

Le emissioni possono avvenire in condizioni molto diverse: attraverso perdite negli impianti, durante il trattamento del greggio, attraverso operazioni di sfiato oppure attraverso la combustione – il cosiddetto flaring – del gas associato alla produzione petrolifera. Proprio la qualità dell’aria è stata al centro di un’indagine che abbiamo realizzato insieme a ReCommon e alle realtà locali nel 2020 intorno al Centro Olio Val d’Agri di Viggiano, monitorando particolato atmosferico (PM10), composti organici volatili totali e idrogeno solforato in diverse aree intorno all’impianto.   

Per il PM10 non sono emerse criticità: le concentrazioni erano simili sopravento e sottovento al COVA e restavano entro i limiti di legge. Diverso il caso dei composti organici volatili: a circa 500 metri sottovento dall’impianto la media giornaliera superava i 250 µg/m³, concentrazioni elevate e comparabili a quelle misurate nelle aree centrali di città fortemente inquinate come Pechino e Nuova Delhi. Inoltre, i valori aumentavano man mano che ci si avvicinava al COVA. L’idrogeno solforato rimaneva invece sotto la soglia olfattiva, pur mostrando concentrazioni maggiori sottovento all’impianto. 

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Inquinamento a Dehli

Chiaramente questo non vuol dire che qualsiasi attività petrolifera produca automaticamente gli stessi livelli di contaminazione, né che una singola campagna di misurazione possa descrivere da sola l’esposizione di una popolazione nel lungo periodo. Questa indagine però ci spiega che senza misurazioni sufficientemente capillari e continuative alcuni fenomeni rischiano di essere difficili da identificare e attribuire. Ed è anche da questa esigenza che nasce il lavoro della citizen science

Chi controlla ciò che accade intorno a un impianto? 

La citizen science è uno strumento adatto ad aumentare la capacità di una comunità di capire cosa viene misurato, dove viene misurato, quali informazioni mancano e quali domande porre. Questo diventa particolarmente importante quando gli impatti non sono facilmente visibili: un fiume ricoperto di petrolio comunica immediatamente che qualcosa è successo, mentre una concentrazione anomala di composti organici volatili nell’aria, una variazione progressiva della qualità dell’acqua o una contaminazione intermittente possono essere molto più difficili da riconoscere. 

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.