La rivoluzione del Partito Capibara, dal gratuitismo alla settimana lavorativa da 24 ore
Il Partito Capibara propone un programma rivoluzionario fondato su tre pilastri. Quello che può contare su una proposta già concreta è strutturata è quello della settimana lavorativa di 24 ore. Gli altri due sono gratuità e reddito di base universale.
Il capibara, il roditore più grande del mondo, è un animale tranquillo. È socievole, pacifico, vive in colonie piuttosto numerose nelle paludi del bacino del Paraná, nell’America del Sud. Va d’accordo praticamente con qualsiasi altra specie e tollera persino che gli uccelli si appollaiano sulla sua schiena. Nel 2021 però un gruppo di questi animali è diventato protagonista di una storia diventata virale in tutto il mondo: a Nordelta, un quartiere residenziale di lusso costruito a nord di Buenos Aires, proprio sulle zone umide che un tempo erano il loro habitat, decine di capibara hanno iniziato a occupare stabilmente strade e giardini.
Il motivo? L’ennesimo cantiere, questa volta per una clinica, aveva eroso gli ultimi lembi di terreno naturale rimasti liberi. È anche questo episodio ad aver ispirato la nascita Partito Capibara: il volto più visibile – e memetico – di un più ampio movimento gratuitista che da circa un anno sta provando a costruire, in Italia, un’alternativa di sinistra fondata su automazione, cura e redistribuzione. In queste settimane sta il partito sta raccogliendo le firme per presentare la sua candidatura alle elezioni politiche del 2027. Intanto, sta portando nelle piazze la sua prima proposta concreta: una riforma del lavoro basata sulla settimana di 24 ore. Ne abbiamo parlato con Mara D’Avino e Lorenzo Robin Frosini, due delle anime del movimento.
Lavorare meno e non solo
Da anni circolano proposte per una settimana corta, sperimentate volontariamente da alcune aziende anche in Italia. Di recente una proposta in tal senso presentata da AVS, M5S e PD è stata bocciata dalla Camera. In quasi tutti questi casi però si intende una settimana da quattro giorni lavorativi invece di cinque a parità di salario e sempre decisa volontariamente dalle aziende. La proposta del Partito Capibara si muove su un registro diverso, più radicale. Propone un cambiamento strutturale e complessivo, indipendente dalla volontà della singola azienda, e una settimana da 24 ore, 6 ore al giorno per 4 giorni, con un salario minimo di 15 euro netti l’ora, 1.560 euro al mese.
Va detto che nessuna sperimentazione finora si è spinta fino a questo punto. Il più ampio studio al mondo sulla settimana corta, condotto nel Regno Unito su 61 aziende, ha testato un modello meno radicale – circa 32 ore settimanali, stesso stipendio – registrando una riduzione dello stress e del burnout tra i dipendenti, oltre a fatturati aziendali rimasti sostanzialmente stabili o in crescita, al punto che la maggior parte delle aziende coinvolte ha scelto di non tornare alla settimana di cinque giorni. Le 24 ore proposte dal Capibara restano, a oggi, un territorio inesplorato su questa scala.

Dietro quella che potrebbe essere letta come una boutade, si nasconde in realtà un impianto teorico preciso. La proposta della settimana di 24 ore non nasce come provocazione fine a se stessa, ma affonda le radici nell’accelerazionismo di sinistra teorizzato da Mark Fisher nel suo libro Realismo capitalista: l’idea che il vero ostacolo al cambiamento non sia la mancanza di alternative concrete, ma l’incapacità ormai diffusa di immaginarle.
È da lì che il Partito Capibara muove i suoi passi. Non rifiuta il progresso tecnologico, ma rivendica che quel progresso, e l’automazione in primis, debba tradursi in meno lavoro e più tempo libero per tutti e non in profitto per pochi. «Crediamo nell’automazione, nel far fare ai robot certi lavori – dice Mara D’Avino – ma un’automazione senza ripercussioni su altre categorie di lavoratori». Prima di automatizzare una filiera, spiega, bisogna chiedersi con quali materiali e da chi vengono prodotte le macchine che sostituiscono il lavoro umano, da cui l’idea di investire nella ricerca su sistemi di produzione non estrattivisti, in un’ottica dichiaratamente internazionalista.
Al momento, tra le proposte del Partito Capibara, quella sulla settimana di 24 ore è la più dettagliata e viene illustrata nel quadro tecnico che il movimento sta presentando proprio in queste settimane, ma non è l’unica. Il programma, spiegano D’Avino e Frosini, prevede altri due pilastri, ancora in fase di elaborazione più o meno avanzata: la gratuità totale di sei bisogni ritenuti fondamentali – casa, utenze, cibo, trasporti, sanità e istruzione – e un reddito di base universale collegato, nella loro visione, al progressivo aumento dell’automazione.
L’idea che tutti i bisogni di base possano essere sottratti alla logica del mercato e garantiti come diritto universale, invece che restare legati alla capacità di ciascuno di pagarli è la base del gratuitismo, la corrente politica in cui il movimento si riconosce. «Viviamo nell’epoca di maggiore abbondanza della storia dell’umanità», sostengono D’Avino e Frosini. Alla domanda se un’abbondanza garantita per tutti sia davvero sostenibile anche dentro i limiti planetari, e non solo dal punto di vista economico, i due rispondono che è così, dal loro punto di vista. Il progresso e l’automazione, mi spiegano, devono viaggiare insieme con la “cura” reciproca.
«In questo l’accelerazione dell’automazione – afferma Lorenzo Robin Frosini – ha il “freno a mano” della cura per le persone e per gli ecosistemi». La convinzione che un’abbondanza garantita per tutti sia compatibile con i limiti planetari resta però un punto dibattuto anche a sinistra. Esiste un filone di ricerca scientifica, quello della cosiddetta “post-crescita” secondo cui è in teoria possibile soddisfare i bisogni umani in modo equo senza puntare sulla crescita del Pil, restando entro la propria quota di confini planetari. Ma si tratta di un impianto teorico che nasce quasi sempre in un’ottica di riduzione dei consumi. Il movimento gratuitista propone invece l’automazione crescente della produzione come motore del soddisfacimento gratuito dei bisogni.

Le radici: dal circolo accelerazionista al gratuitismo
Il Partito Capibara nasce quasi per caso circa un anno fa. «Nell’ottobre 2025 – racconta Mara D’Avino – all’interno del circolo accelerazionista di sinistra da cui tutto è partito, abbiamo iniziato a chiederci come uscire dalla nostra bolla». L’obiettivo era raggruppare quanto più possibile i movimenti anarchici e di sinistra che alle ultime elezioni avevano votato in ordine sparso, o si erano astenuti, e portarli «sulla stessa imbarcazione». Il partito, spiega D’Avino, «non voleva essere un obiettivo ma uno strumento per intercettare gli altri movimenti e le altre lotte intersezionali».
Dietro c’era già un lavoro di elaborazione politica avviato da tempo: «Una riforma del lavoro basata sulla settimana di 24 ore, una riforma del servizio sanitario nazionale ormai quasi pronta, un dossier sulla casa». Il partito è visto come uno degli strumenti del più ampio movimento gratuitista, che a sua volta affonda le radici in un filone poco noto in Italia: l’accelerazionismo di sinistra, che negli ultimi anni è stato eclissato mediaticamente dai suoi omologhi di destra – quello di Elon Musk, Peter Thiel e in generale il tecno-capitalismo che spinge su automazione e intelligenza artificiale senza freni regolatori.
Il riferimento del movimento è invece Mark Fisher e il suo “realismo capitalista”, teoria da cui – spiega Lorenzo Robin Frosini – nasce l’idea che l’incapacità diffusa di immaginare un’alternativa al sistema esistente porti a liquidare come ingenuo tecno-ottimismo anche visioni come quella gratuitista. «La differenza con Musk o Thiel – sintetizza D’Avino – è che loro immaginano automazione e reddito di base decisi da un’unica persona al vertice di un colosso. Noi siamo l’esatto opposto».
Le REPA e iI sistema decisionale
La governance del Partito Capibara è uno dei nodi più delicati del progetto. «Essendo questo movimento un raccoglitore di diverse sensibilità militanti, comprese alcune sensibilità anarchiche – racconta Mara D’Avino – stare insieme nella pratica non è scontato». Per garantire orizzontalità e partecipazione, il movimento ha adottato modello concettuale diverso, preso in prestito dalla filosofia: il rizoma di Gilles Deleuze e Félix Guattari. «Lo spazio relazionale del movimento – spiega Frosini – non ha più la forma di un cerchio bidimensionale, ma quella di un rizoma capace di crescere in tutte le direzioni e collegare qualsiasi punto a qualsiasi altro, tenuto insieme dal consenso più che dal voto».
Questo si traduce in quello che il movimento chiama «rizoma della fiducia»: quando una persona prende un’iniziativa, le altre danno per scontato che lo stia facendo per il bene della collettività e si fidano di quella iniziativa senza bisogno di autorizzarla formalmente. Il voto a maggioranza, per ora, è stato eliminato del tutto. Al suo posto ci sono protocolli ancora in gran parte non scritti, ma che il movimento sta provando a mettere nero su bianco, con l’aiuto di una piattaforma interna dove ogni decisione resta tracciabile e visibile a tutti.

Su questa architettura di fiducia si innestano le Reti di Progettazione Aperte (REPA), attraverso cui il movimento elabora tecnicamente le sue proposte. Ogni REPA è un circolo tematico autonomo: ce ne sono sui trasporti, sulla scuola, sulla sanità, sull’energia e, tra le più recenti, una dedicata al superamento del carcere, da sostituire con un modello fondato su giustizia riparativa, trasformativa e comunitaria. Il metodo di lavoro in genere parte dal disegnare l’utopia più lontana possibile dal realismo capitalista – l’espressione di Fisher torna anche qui – per poi tornare indietro e individuare i passi concreti, a breve e medio termine, per avvicinarsi a quell’orizzonte.
Un punto su cui D’Avino e Frosini insistono è l’autonomia delle REPA rispetto al Partito Capibara in sé: i materiali che producono restano a disposizione di tutto il panorama politico, non solo del Capibara. Se un altro partito riprendesse, per esempio, la loro proposta di riforma sanitaria e la mettesse in pratica, dicono, per loro sarebbe comunque un obiettivo raggiunto, a prescindere da chi la realizza.
Elezioni politiche 2027: un obiettivo reale?
Entrare in Parlamento è davvero un obiettivo realistico e concreto per il Partito Capibara o solo un modo per far conoscere il gratuitismo? Per D’Avino e Frosini, la risposta è: né l’uno né l’altro in modo esclusivo. «Il Parlamento – spiegano – è un obiettivo concreto, ma non coincide con l’obiettivo del movimento gratuitista nel suo complesso».
Il Partito Capibara, insistono entrambi, resta uno strumento tra gli altri – pur iper-visibile e “memetico” – per portare avanti un lavoro di elaborazione politica avviato ben prima che il meme esistesse. Raccogliere le firme, in questa logica, serve prima di tutto a dimostrare che l’idea è percorribile e a spostare più a sinistra la finestra del dibattito pubblico, spingendo anche i partiti già in Parlamento a tornare a parlare di temi di sinistra.
La differenza con Musk o Thiel è che loro immaginano automazione e reddito di base decisi da un’unica persona al vertice di un colosso. Noi siamo l’esatto opposto
Se poi l’esperienza elettorale andasse a buon fine, il modello dichiarato è quello del “partito flottiglia”: una sorta di collettore di istanze. «Se domani un collettivo transfemminista o un sindacato volesse portare le proprie battaglie in Parlamento, potrebbe farlo attraverso la lista Capibara, senza dover aderire ai partiti già seduti in Aula», spiega D’Avino. Il Partito Capibara oscilla, nella percezione comune, fra entusiasmo e scetticismo. Sebbene stia riscontrando un successo crescente, in molti osservatori genera un senso di incredulità e il dubbio – legittimo – che molte delle proposte siano irrealizzabili e frutto più di una provocazione che di un reale programma politico.
È davvero possibile collettivizzare la tecnologia? Si può lavorare poco o niente e avere uno stipendio alto e avere tutti i bisogni di base disponibili gratuitamente? E che società si creerebbe? Chi gestirebbe, in concreto, l’infrastruttura chiamata a garantire i bisogni fondamentali gratuiti per tutti? Sono domande che restano aperte. Dal movimento, la replica è che le loro proposte sembrano surreali solo perché lo è il mondo in cui viviamo: una settimana di 24 ore, dicono, sarebbe stata tecnicamente possibile già negli anni Settanta.
Proprio nelle ore precedenti alla pubblicazione, una novità politica potrebbe complicare la strada del Partito capibara verso il Parlamento. L’obiettivo iniziale di raccolta firme era stato posto a 120.000, una soglia abbondantemente sufficiente ai sensi della legge attuale per presentare il partito alle elezioni politiche del 2027. Nel momento in cui questo articolo viene pubblicato, – settembre 2026 – ne sono state raccolte quasi 15.000. Proprio in questi giorni, però, la Camera ha approvato una riforma che quadruplica le firme necessarie. Se la norma passasse anche al Senato – cosa che appare abbastanza scontata – la raccolta diventerebbe molto più problematica. «Sicuramente dovremo modulare la strategia», ha commentato Lorenzo Robin Frosini, contattato per un commento sulla novità.
Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti in vista della Biennale della Prossimità 2026 in cui esploriamo la crisi della democrazia attuale e le possibili alternative.
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