29 Settembre 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Dal Rojava al PKK, la storia dei curdi spiega molte cose del Medio Oriente

Perché i curdi non hanno una loro nazione? Qual è il loro ruolo nello scacchiere geopolitico? Ecco la storia di un popolo indomito e temuto dalle grandi potenze del Medio Oriente.

Autore: Lodovico Bevilacqua
curdi erbil

Il 18 gennaio 2026 le Forze democratiche siriane (FDS) firmano una prima tregua – poi implementata ad agosto – che pone sostanzialmente fine all’esperimento di autogoverno del Rojava, corrispondente al Kurdistan siriano. Si è trattato di qualcosa di simile a una repubblica utopica, basata su principi solidali e progressisti, decisamente anomala se messa in relazione con la staticità mediorientale.

L’utopia Rojava

Il bilancio dei quattordici anni di esperienza governativa non è trionfale: molti degli obiettivi programmatici sono rimasti lettera morta, altri sono stati brillantemente conseguiti, ma al di là di tutto si è trattato di una formidabile dimostrazione di virtù collettiva, anche per il decisivo ed eroico argine strategico innalzato dai curdi siriani di fronte alla inarrestabile avanzata dello Stato Islamico dal 2011 in poi.

Nei presupposti fondativi del Contratto sociale risiedevano però i semi dell’epilogo: la parità di genere, l’autogoverno popolare, l’ecologismo, la sostenibilità ambientale, l’economia solidale sono stati concetti forse troppo ostici per le minoranze arabe chiamate – dal 2012 – a sostenere questo esperimento politico e sociale come parte integrante di esso. La loro diffidenza ha infine prevalso e, facendo venire meno il loro sostegno, ha di fatto decretato lo scioglimento dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord-est, diventata ormai un dispositivo obsoleto per gli interessi turchi e americani nell’aera e dunque riassorbita nel nuovo Stato siriano nato dalle ceneri della dittatura della famiglia Assad.

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Asia Ramazan Antar, combattente uccisa nel 2016 diventata simbolo della resistenza Rojava

Il Kurdistan siriano

I curdi siriani tornano dunque a condividere la storica parcellizzazione del loro popolo, suddiviso fra le sovranità siriana – appunto –, irachena, iraniana e turca. Identificati senza sorpresa come il più grande popolo senza stato, i curdi hanno una storia recente estremamente travagliata, nata dalla fugace illusione di indipendenza sotto un’unica bandiera e tristemente evoluta in decine di anni di persecuzioni e repressione.

Fra i vari punti decretati nell’ambito della resa dell’Impero Ottomano, il trattato di Sevrès del 1920 prevedeva infatti anche la creazione di uno Stato curdo. Nel corso della Conferenza del Cairo del 1921 – una lunga sessione britannica di spartizione e definizione della corporatura del Medioriente dopo la rivolta araba –, le aspettative dei curdi vengono tuttavia disattese.

Nonostante l’opposizione del celeberrimo consulente arabista Colonnello Thomas Edward Lawrence – meglio noto come Lawrence d’Arabia – il consesso presieduto da Winston Churchill rinuncia alla creazione sia di uno Stato curdo che di uno palestinese, decisione che la storia giudicherà quanto meno sconveniente. Il popolo curdo viene dunque suddiviso fra Turchia, Mesopotamia – rinominata Iraq in quella occasione –, Regno di Siria e Persia – oggi Iran.

La traiettoria dei curdi non è stata uniforme, ovviamente condizionata dagli eventi specifici occorsi ai vari Paesi alla cui sovranità erano soggetti. Indomiti per natura e combattenti per necessità, i curdi sono sempre stati oggetto delle interessate attenzioni delle maggiori potenze, in un ricorrente tentativo di guastare gli equilibri regionali per vantaggi strategici – in Persia sono stati spesso lusingati da turchi, russi e inglesi nell’ambito di quel sofisticato intrigo militare e diplomatico che ha caratterizzato l’Asia centrale a cavallo del XIX e XX secolo, conosciuto dai più come “grande gioco”.

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Abdullah Öcalan, fondatore del PKK

Il Kurdistan iracheno

Più traumatica la vicenda dei curdi iracheni, sottoposti a una spietata repressione genocidaria da parte del regime baathista di Saddam Hussein. Indispettito dalla velleità curda e deciso a non perdere il controllo delle importantissime riserve petrolifere della regione di Kirkuk, il regime ha scatenato, fra il 1986 e il 1988, spietate azioni coercitive nella regione settentrionale del Paese, utilizzando diffusamente agenti chimici e tossici e sopprimendo quasi 200.000 persone.

Con la sconfitta dell’Iraq nella Guerra del Golfo del 1991 però la situazione volge a favore dei curdi, protetti dalle forze alleate e in seguito premiati dalla Costituzione del 2005 con l’istituzione di una regione a forte autonomia governativa. Il Kurdistan Iracheno, con capitale Erbil, è oggi una regione prospera ed evoluta. Tale favorevole condizione è però, ancora una volta, propiziata dal gioco delle parti: fortemente interessata ad alimentare il livore fra diverse fazioni interne, la Turchia da anni finanzia corposamente il Governo curdo iracheno, allineato principalmente dietro la sigla del Partito democratico del Kurdistan (PDK) e soprattutto allo storico clan Barzani.

Il Rojava è stato una formidabile dimostrazione di virtù collettiva

Il PKK

La logica è speculare strategicamente sulla storica rivalità del succitato PDK con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) turco, spina nel fianco del governo di Ankara. Formazione di ispirazione socialista libertaria, il PKK viene fondato da Abdullah Öcalan nel 1978 con lo scopo di perseguire l’autodeterminazione del popolo curdo. La formazione si muove inizialmente nel solco dell’insurrezione armata, perpetrando azioni violente di matrice terroristica. In seguito il gruppo ammorbidisce la propria condotta, regredendo pragmaticamente su richieste orientate, più che sull’indipendenza vera e propria, su un confederalismo che offra alla minoranza curda una libera forma di autogoverno in seno allo stato turco.

Arrestato nel 1999 e probabilmente fiaccato da venticinque anni di duro regime carcerario, nel 2025 Öcalan raggiunge una storica intesa con Recep Tayyip Erdogan, concordando con Ankara la deposizione delle armi con lo scopo di convertire l’attività terroristica e paramilitare in azione politica, a fronte di un miglioramento dello status civile della minoranza curda. Ormai lontano dalla base del movimento, Öcalan ha dovuto reiterare il suo appello nei confronti dei vertici del PKK, ottenendo alla fine collaborazione.

450.000 chilometri quadrati di estensione e 40 milioni di abitanti sarebbero i connotati dello Stato curdo, qualora esistesse. Un popolo eterogeneo, spesso lacerato da conflitti interni, in perenne lotta per il diritto di sopravvivere e autodeterminarsi. Una parabola quasi epica condotta da orgoglio e coscienza, sempre al centro dello scacchiere globale – manca ancora la terra, ma l’anima c’è.