1 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Guide / Animali come noi: guida al benessere animale

Dal bycatch al sovrasfruttamento: il costo invisibile di ciò che finisce nelle reti

Bycatch e overfishing sono due problemi diversi, ma raccontano la stessa difficoltà: trovare un equilibrio tra ciò che chiediamo al mare e ciò che il mare è realmente in grado di sostenere. Ce ne parla Francesca Trenta, ricercatrice e divulgatrice scientifica e collaboratrice di TerraLab ETS.

Autore: TerraLab ETS
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Il mare sembra infinito. Lo guardiamo dalla costa e può dare l’impressione di essere una risorsa senza confini, capace di rinnovarsi continuamente. E in parte è proprio così: i pesci si riproducono, le popolazioni possono crescere e gli ecosistemi marini hanno una straordinaria capacità di rigenerarsi. Ma rinnovabile non significa inesauribile. Ogni popolazione ha un limite oltre il quale la quantità di animali prelevati diventa superiore alla capacità del sistema di rimpiazzarli. È qui che entra in gioco l’overfishing o sovrasfruttamento della pesca: si pesca più di quanto una popolazione possa sostenere nel lungo periodo.

Nel Mediterraneo il problema non è però quello di un mare semplicemente “svuotato”. La situazione è più complessa e, proprio per questo, anche più interessante. Secondo l’ultimo rapporto della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo della FAO, pubblicato nel 2025, tra il 2013 e il 2023, la mortalità dovuta alla pesca è diminuita in modo significativo, mentre la biomassa delle specie commerciali esaminate è aumentata del 25%, grazie a una gestione della pesca più rigorosa e basata su dati scientifici. Sono segnali importanti, che mostrano come le misure di gestione possano produrre risultati concreti. Allo stesso tempo, il 52% degli stock valutati risulta ancora sovrasfruttato. Quindi sì, qualcosa sta cambiando. Ma non abbastanza da poter considerare il problema risolto.

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FAD per la pesca al tonno

Il bycatch ovvero ciò che finisce nella rete per errore

C’è poi un altro problema, meno immediato da comprendere: il bycatch, cioè la cattura accidentale di animali che non erano l’obiettivo della pesca. Una rete non distingue necessariamente tra una specie cercata e una specie che si trova semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Può così capitare che insieme alla cattura desiderata finiscano nelle attrezzature da pesca tartarughe marine, cetacei, squali, uccelli marini ma anche specie commerciali sotto taglia o sovra taglia. Alcuni animali possono essere liberati vivi, altri riportano ferite e altri ancora muoiono durante la cattura o successivamente.

Nel Mediterraneo il problema è documentato per diversi tipi di pesca e per numerosi gruppi di specie. Le analisi della FAO indicano, per esempio, aree di particolare attenzione per le catture accidentali di tartarughe marine ed elasmobranchi nel Mediterraneo centrale e orientale e nell’Adriatico. Le interazioni con gli uccelli marini sono invece particolarmente associate alla pesca con palangari e reti da posta. 

E qui emerge una distinzione importante: bycatch e overfishing non sono la stessa cosa. Nel primo caso parliamo di animali catturati senza essere l’obiettivo della pesca. Nel secondo, di una pressione eccessiva esercitata sulle popolazioni che invece si vuole pescare. Ma i due fenomeni possono incontrarsi. Una pesca poco selettiva può infatti aumentare contemporaneamente la quantità di specie non desiderate catturate e la pressione complessiva esercitata sull’ecosistema.

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Una tartaruga non è una “cattura accidentale” qualsiasi

Per comprendere la dimensione del problema basta pensare a una tartaruga marina. Una Caretta caretta può trascorrere anni in mare aperto, percorrendo grandi distanze e attraversando diversi Paesi. Quando incontra un attrezzo da pesca però tutti questi anni di vita possono dipendere da un incontro casuale. È uno degli aspetti più difficili da raccontare del bycatch: per chi pesca può trattarsi di un’interazione non voluta, per l’animale può significare la morte.

E proprio per questo la soluzione non può essere semplicemente quella di chiedere di “fare più attenzione”. Il problema deve essere affrontato a monte, cercando di capire dove, quando e con quali attrezzi si verificano più frequentemente queste interazioni e sperimentando sistemi capaci di ridurle. È un lavoro che richiede ricerca, monitoraggio e soprattutto collaborazione con chi il mare lo frequenta quotidianamente.

Non esiste una sola soluzione

Ed è forse questo l’aspetto più importante da comprendere. Non esiste un unico “colpevole” e non esiste nemmeno una soluzione universale. Gli effetti cambiano in base alla specie, al tipo di attrezzo, alla stagione, alla profondità, alla zona di pesca e alla modalità con cui viene praticata l’attività. Per alcune situazioni possono essere utili modifiche agli attrezzi; in altre possono essere più efficaci limitazioni temporanee o spaziali, aree di gestione specifiche, periodi di chiusura o una maggiore selettività della pesca.

Le Fisheries Restricted Areas – zona in cui le attività di pesca sono temporaneamente o definitivamente sospese per salvaguardare l’ecosistema marino – per esempio, possono proteggere contemporaneamente habitat importanti per la riproduzione e la crescita dei pesci e ambienti particolarmente vulnerabili. Nel 2024 è entrata in vigore una nuova area di questo tipo nel Canale di Otranto, tra Italia e Albania, con l’obiettivo di proteggere habitat essenziali per alcune specie commerciali e vulnerabili ecosistemi di profondità.

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Anche in altre parti del mar Adriatico sono state introdotte misure specifiche per la gestione degli stock e dello sforzo di pesca, con l’obiettivo di portare le principali attività demersali verso livelli compatibili con il rendimento massimo sostenibile. Questi interventi possono avere conseguenze economiche per chi vive di pesca. Ed è proprio per questo che una gestione efficace non può limitarsi a imporre divieti: deve essere costruita sulla conoscenza scientifica, sul monitoraggio e sul confronto con il settore.

Il punto non è smettere di pescare

Raccontare overfishing e bycatch come una contrapposizione tra “pesca” e “ambiente” rischia di semplificare troppo una questione molto più complessa. La pesca è un’attività economica, ma anche una parte della storia e della cultura delle comunità costiere. Per molte persone rappresenta ancora oggi un lavoro e una fonte di reddito. Il problema nasce quando la pressione esercitata sull’ecosistema supera la sua capacità di sostenersi.

E questo dovrebbe interessare anche chi pesca. Perché un mare impoverito non è soltanto un problema per tartarughe, cetacei o squali. È un problema anche per le persone che dal mare dipendono. Se diminuiscono le popolazioni ittiche, diminuisce nel tempo anche la possibilità di continuare a pescare. Se un ecosistema perde habitat e specie, perde parte della propria capacità di sostenere le attività umane che vi si sono sviluppate intorno. Proteggere il mare quindi non significa necessariamente smettere di “utilizzarlo”. Significa imparare a utilizzarlo senza consumarne il capitale naturale.

Ogni popolazione ha un limite oltre il quale la quantità di animali prelevati diventa superiore alla capacità del sistema di rimpiazzarli

Il mare che vogliamo tra qualche decennio

La buona notizia è che gli ultimi dati mostrano che cambiare direzione è possibile. Negli ultimi dieci anni la pressione di pesca nel Mediterraneo e nel Mar Nero è diminuita e diversi stock stanno mostrando segnali di recupero. Secondo la FAO, il numero di stock considerati sovrasfruttati ha raggiunto nel 2023 il livello più basso della serie storica, pur rimanendo ancora superiore alla metà degli stock valutati.

Non è quindi una storia fatta soltanto di problemi. È una storia fatta anche di gestione, ricerca, innovazione e collaborazione. Il vero obiettivo non dovrebbe essere scegliere tra un mare protetto e un mare pescato, ma costruire un sistema nel quale le due cose possano continuare a esistere insieme. Perché la domanda, alla fine, non è semplicemente quanto pesce possiamo prendere oggi. È anche: quanto mare vogliamo lasciare in grado di produrre vita domani?

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