9 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

L’intimità comincia da noi: un ritiro per tornare ad ascoltarsi

Per Debora T. Stenta, ricercatrice e attivista su amore ed eros, intimità significa tornare ad ascoltare sé stessi: il corpo, i propri confini, i desideri e la propria vulnerabilità. Ne abbiamo parlato in occasione del ritiro sul tema, in programma a novembre alla Fattoria dell’Autosufficienza.

Autore: Valentina D'Amora
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Che cosa significa davvero intimità? Intimità richiama spesso la coppia, la sessualità, la vicinanza emotiva. Eppure possiamo trascorrere anni accanto a una persona senza arrivare davvero a conoscere – o a mostrare – le parti più vulnerabili di noi. È da qui che parte il lavoro di Debora T. Stenta, docente e facilitatrice, conduttrice di percorsi che intrecciano consapevolezza corporea, ascolto di sé e qualità delle relazioni.

«Mi capita spessissimo di incontrare persone che sono in una relazione di coppia anche da decenni e che però non condividono con chi hanno accanto le parti più tenere e vulnerabili di sé», racconta. Il primo passo allora è tornare a sé: capire che cosa ci piace, che cosa desideriamo, che cosa ci fa bene e che cosa invece ci fa male. Riconoscere i propri sì e i propri no, per poi condividerli con le persone che fanno parte della nostra vita.

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La docente del ritiro, Debora T. Stenta

Le maschere che impariamo da piccoli

La difficoltà, secondo Stenta, ha radici profonde. «Ci disconnettiamo dal nostro sentire perché dobbiamo compiacere qualcuno, non scontentare i genitori o le figure di riferimento». Crescendo, impariamo a essere funzionali, efficienti, adeguati. E possiamo arrivare a confondere ciò che desideriamo con ciò che pensiamo gli altri si aspettino da noi.

Dire sì per paura di deludere o restare in una situazione per paura di perdere qualcuno sono meccanismi che possono accompagnarci anche da adulti. «Ho dovuto imparare anch’io a riconoscere i miei confini, i miei limiti, anche a costo di creare dispiacere nell’altra persona o rischiare che si allontanasse da me». L’intimità diventa così anche una questione di autenticità: significa riconoscere ciò che accade dentro di noi e scegliere consapevolmente come portarlo nella relazione.

Il corpo come bussola

Una parte essenziale di questo percorso passa dal corpo. Prima ancora delle parole, spesso il corpo sta già dicendo qualcosa: cambia il respiro, si stringe lo stomaco, aumenta il battito, si secca la gola. Il problema è che abbiamo imparato a ignorare questi segnali. «Abbiamo corpi che magari sono super performanti, andiamo in palestra, li alleniamo, li miglioriamo, ma possono essere corpi che noi non siamo capaci di ascoltare».

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Tornare a sé per incontrare davvero l’altro. Foto di Angelo Trani

Ascoltare il corpo significa riconoscere le proprie reazioni prima che diventino comportamenti automatici. È particolarmente importante quando si parla di consenso: un confine non può essere comunicato se prima non siamo in grado di percepirlo. Stenta lavora anche attraverso pratiche che invitano proprio a fermarsi davanti a una richiesta e ad ascoltare la risposta del corpo: «Che cosa sta facendo il mio respiro? Cosa stanno facendo i miei piedi, le mie spalle, la mia pancia? Come sto di fronte a questa richiesta?».

Una pausa che rompe l’automatismo di rispondere subito, magari in modo affermativo, perché è buona educazione o perché abbiamo imparato a compiacere. Nel lavoro sul consenso, spiega ancora Debora Stenta, «se non è un sì pieno, è un no»: anche l’incertezza può essere un invito a concedersi tempo per ascoltarsi.

Vulnerabilità non significa debolezza

C’è poi un altro elemento che l’intimità porta con sé: la vulnerabilità. Una parola spesso associata alla debolezza, mentre per Stenta può diventare «un superpotere». Mostrarsi vulnerabili significa lasciare spazio anche alle parti di noi che abbiamo imparato a nascondere. E vale anche per il modo in cui ci mostriamo agli altri: viviamo in un’epoca che ci invita continuamente a esporci, soprattutto attraverso i social, ma esporsi e mostrarsi non sono la stessa cosa. Abbiamo strumenti di comunicazione senza precedenti, ma secondo Debora proprio per questo diventa importante creare spazi di presenza reale.

Intimità significa riconoscere ciò che accade dentro di noi

Non si tratta di demonizzare la tecnologia. «Non si torna indietro», sottolinea. Ma possiamo costruire delle «sacche di resistenza» dentro e fuori di noi: momenti di comunità e di scambio nei quali tornare a fare esperienza concreta della presenza degli altri. Camminare insieme, stare nella natura. È anche da questa esigenza che nasce il ritiro sull’intimità che Debora T. Stenta condurrà alla Fattoria dell’Autosufficienza dal 6 all’8 novembre, un luogo che considera perfetto per questo tipo di esperienza per la sua capacità di favorire lentezza, ascolto e presenza. La natura – le montagne, gli alberi, gli animali e gli specchi d’acqua – può diventare parte del processo, creando uno spazio nel quale rallentare e tornare ad ascoltarsi.

Durante il ritiro, questo lavoro passerà da pratiche corporee e somatiche, meditazioni guidate ed esercizi di comunicazione autentica, alternati a momenti di ascolto e condivisione. Ci saranno attività individuali, a coppie e in gruppo, insieme a esplorazioni dedicate al consenso, ai confini e al contatto, e pratiche per coltivare presenza e vulnerabilità. L’idea, nelle parole di Stenta, è quella di creare un piccolo “campo da gioco” protetto dove provare, sbagliare, ascoltare e comunicare senza mettere alla prova le relazioni della vita quotidiana.

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Debora T. Stenta durante un incontro dedicato all’“Inner detox”, percorso di consapevolezza e riequilibrio interiore.

Tornare a sé per incontrare l’altro

Alla fine, “tornare a sé” non vuol dire chiudersi nella “bolla” del proprio mondo interiore. È quasi il contrario. Significa fermarsi abbastanza da ascoltare il proprio corpo, riconoscere un’emozione, dare un nome a un bisogno, accorgersi di un limite. E solo dopo portare tutto questo nella relazione. «Invece di accusare l’altra persona di qualcosa, mi porto con più chiarezza», spiega Stenta. È un passaggio più semplice da enunciare che da praticare: prima ascolto me stessa, poi posso davvero incontrare te.

Stenta propone anche un esercizio quasi disarmante: trattare sé stessi come tratteremmo una persona che amiamo. Darci appuntamento, invitarci a prendere un caffè, fare una passeggiata, partire per un viaggio. Anche pochi minuti al giorno possono diventare uno spazio per scoprire che cosa ci piace e che cosa desideriamo davvero. «Come si fa con una nuova fiamma: voglio conoscerti, usciamo insieme». L’intimità allora potrebbe cominciare dalla curiosità verso la persona con cui passeremo inevitabilmente tutta la nostra vita: noi stessi.