29 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 10 minuti
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Nunatak, il progetto educativo in cui i bambini imparano in libertà, fanno la spesa e cucinano

Cucinare per venticinque persone, riparare le panche del cerchio, progettare un piccolo ecomuseo da allestire in giardino. Nelle scuole libertarie si impara con il corpo, con le mani e con le emozioni, non solo con la testa: è il concetto di educare la persona intera. Siamo andati a vedere come funziona al progetto educativo Nunatak.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Una volta alla settimana, a Nunatak, un progetto di educazione libertaria – approccio che mette al centro la libertà e l’autodeterminazione di bambini e ragazzi – in provincia di Cuneo, il pranzo lo cucinano i bambini. Scelgono un menù per una ventina di coetanei e per gli adulti che li accompagnano, decidono gli ingredienti, fanno i conti con le quantità e con il budget. Ovviamente devono tenere insieme le esigenze alimentari di ciascuno, da chi non mangia carne, a chi non può assumere glutine, a chi fa una dieta priva di zuccheri. 

«Cucinare per tante persone – spiega Anna Zumbo, che fa parte della Rete per l’Educazione Libertaria ed è cofondatrice e genitore a Nunatak – Apprendere altrove – significa che in una sola mattinata si usano le mani, la matematica, la capacità di ascoltare gli altri e di trovare un accordo». Insomma, decidere cosa mangiare a pranzo è parte integrante del lavoro educativo.

La storia di Nunatak

Nunatak è una parola inuit che indica una cima rocciosa che spunta da un ghiacciaio. «Durante le glaciazioni – spiega Anna – questi luoghi sono stati rifugi per la vita, che da lì ha poi ricolonizzato le valli. Per noi è l’immagine di un’educazione che custodisce la libertà di apprendere, in attesa che torni a fiorire anche altrove». È anche il nome di un progetto di educazione libertaria che si trova a Narzole, nel Cuneese, non lontano da Bra, la cui storia comincia nel 2015. 

«Eravamo un gruppo di famiglie – racconta Anna – e cercavamo un approccio educativo alternativo alla scuola statale, almeno nella forma che aveva qui». Ne nasce un percorso di ricerca durato quasi un anno, da cui prende forma Voli Erranti, un progetto per bambini dell’infanzia e della primaria. «Era probabilmente il primo progetto di educazione libertaria, e in generale la prima alternativa alla scuola statale, che partiva in provincia di Cuneo. Anche per questo ha avuto una grande risonanza».

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«Poco tempo dopo comincio a frequentare i vari seminari della Rete per l’Educazione Libertaria Italiana. I vari progetti – Voli Erranti, Lune Storte, Nunatak – decideranno man mano di farne parte anche loro», ricorda Mathieu Bodiguel, co-fondatore di Voli Liberi e accompagnatore dei ragazzi in entrambi i progetti. Si parte con una quindicina di bambini, che in pochi anni diventano venticinque, «tantissimi per il nostro territorio». Più tardi, quando si presentano anche famiglie con ragazzi più grandi, nasce Lune Storte un progetto parallelo per le medie. I due progetti si fonderanno in uno unico quando i bambini di Voli Erranti arrivano all’età delle medie.

Essere l’unica esperienza della zona però ha un costo: «Arrivavano famiglie da posti molto lontani tra loro. Molte facevano più di mezz’ora, quaranta minuti di macchina per portare i bambini e altrettanti per riprenderli», racconta Anna. Nel 2020 nasce così un’altra sede: Nunatak, appunto. Un paio d’anni dopo il progetto originario chiude e alcune famiglie anche fondatrici raggiungono il progetto Nunatak.. Molte famiglie ci sono fin dall’inizio. «Usciranno i primi bambini che non hanno mai frequentato nemmeno la scuola materna statale», dice Anna. «Hanno fatto tutto il percorso cominciando con Voli Erranti e finendo con Nunatak».

Oggi Nunatak accoglie bambini e ragazze dai tre ai tredici anni. Lo spazio che li ospita si chiama L’Altrove, infatti non a caso il nome completo del progetto è Nunatak – Apprendere Altrove. L’Altrove è una comunità intenzionale nata da un gruppo di amici, in gran parte famiglie con figli, in una borgata settecentesca appena fuori dal paese, che il gruppo sta ristrutturando con tecniche di bioedilizia e autocostruzione.

Oltre alla scuola ci sono orti condivisi, case di paglia costruite insieme a decine di volontari, percorsi di formazione per adulti e un “mercoledì aperto”, in cui chiunque può venire a visitare il progetto, partecipare ai lavori insieme alla comunità  residente o unirsi per pranzare insieme. «Su questo terreno i bambini incontrano stimoli e persone diverse da quelle della scuola», spiega Anna. Per lei è uno degli elementi che caratterizzano di più il progetto. 

Educare la persona intera

Quello della cucina è un buon esempio di uno dei pilastri dell’educazione libertaria, quello dell’educazione integrale o educazione della persona intera. L’idea è che la scuola non debba formare solo la dimensione intellettuale, ma far crescere insieme corpo, mani, emozioni e relazioni. È un’idea antica: nel pensiero anarchico dell’Ottocento si parlava già di “istruzione integrale” e alla fine del secolo il pedagogista francese Paul Robin la sperimentò nell’orfanotrofio di Cempuis.

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Lì si alternavano studio, lavoro manuale ed esercizio fisico: «È una spinta che c’è sempre stata, anche prima delle scuole alternative», dice Paolo Geroldi, che ha insegnato per quasi trent’anni nella scuola statale e oggi è accompagnatore di Selva, la Situazione educativa libertaria della Val Camonica, in provincia di Brescia. «Ma non è mai stata realizzata davvero». 

Prima di tutto, il corpo

Secondo Paolo, la prima cosa che stona nella scuola tradizionale è quella che definisce “l’assenza del corpo”: «Il bambino viene messo seduto sul pulmino, poi seduto al banco, poi seduto in mensa e infine di nuovo sul pulmino. Arrivato a casa, spesso fa i compiti o guarda i cartoni. È un insulto al bambino intero – dice – dato che da piccoli impariamo prima di tutto attraverso il corpo». 

A Nunatak, lo spazio aiuta. La scuola si trova dentro una comunità intenzionale, con cascine, terra e giardino. Lì convivono anche progetti agricoli, di bioedilizia e di formazione per adulti. I bambini incontrano persone diverse da quelle legate alla scuola: c’è chi lavora con la permacultura, un metodo di progettazione (non solo) agricola ispirato agli ecosistemi naturali o i tanti volontari stranieri che passano di lì e fanno le attività più svariate. 

C’è il riordino quotidiano di tutti gli spazi, dal bagno al giardino. E c’è il laboratorio di falegnameria, dove i ragazzi riparano le panche di legno su cui ci si siede per il cerchio, costruiscono piccoli mobili per la scuola e giocattoli come macchinine, case per le bambole e anche qualche bazooka di legno. E ancora il cucito, il ricamo, l’uncinetto.

Saperi che si parlano

Il corpo è la base, ma non basta. Secondo lo psicologo statunitense Howard Gardner, autore della teoria delle intelligenze multiple, non esiste un solo tipo di intelligenza: c’è quella logico-matematica, quella linguistica, quella musicale, quella corporeo-cinestetica, cioè la capacità di usare il corpo per esprimersi e risolvere problemi, e altre ancora. «Sono teorie conosciutissime eppure non le usiamo nel sistema educativo», afferma Paolo. Eppure basterebbe poco per farle dialogare: la geometria si può scoprire piegando la carta, con gli origami. I frattali sono un oggetto matematico ma anche qualcosa di meraviglioso da guardare, che coniugano arte e scienza.

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A Nunatak il punto di partenza sono gli interessi dei ragazzi. Ognuno costruisce uno o due progetti personali di studio all’anno, che partono da un’esperienza concreta o da un interesse reale di bambine/i e ragazze/i – lo sport, un viaggio con la famiglia, i lombrichi nell’orto per i più  piccoli, gli arabi, il cibo, i social media, il cambiamento climatico – man mano che passano gli anni. «Non si parte dal libro di  testo scegliendo a ritroso un filo che connetta argomenti – spiega Anna –, si mette al centro qualcosa della vita del ragazzo e si parte da lì». Da un argomento qualsiasi si arriva ai meccanismi generali. Il compito degli adulti è incrociare i percorsi e integrare quello che manca.

Emozioni e relazioni

C’è poi la dimensione emotiva, che secondo Paolo Geroldi spesso si riduce a una questione di motivazione, nella scuola tradizionale. «Tutti gli insegnanti vogliono bambini motivati – afferma – ma conta molto da dove nasce quella motivazione». Si può studiare la geometria perché piegare la carta e scoprire come nascono le forme è appassionante. Oppure si può studiarla per prendere un bel voto, rendere orgogliosi i genitori e sentirsi dire dalla maestra che si è bravi. Nel primo caso la spinta viene da dentro, dal piacere di imparare; nel secondo dipende dal giudizio degli altri. 

«Nella scuola tradizionale – continua Paolo – prevale spesso la seconda. Nella scuola libertaria si cerca di coltivare la prima, partendo da una domanda semplice: questa cosa ti piace davvero? Anche temi delicati come l’educazione affettiva o sessuale non arrivano come una lezione calata dall’alto. Nascono dalle domande dei bambini oppure dai conflitti in cui inciampano». A Nunatak, ad esempio, le relazioni sono curate con molta attenzione. Ogni anno ci sono laboratori di comunicazione nonviolenta, il metodo ideato dallo psicologo statunitense Marshall Rosenberg. Lo si esplora anche con il teatro, attraverso le figure dello sciacallo e della giraffa, che rappresentano un linguaggio aggressivo e uno empatico.

«Nel cerchio – racconta Anna – i bambini imparano da piccolissimi a chiedere e rispettare la parola». C’è poi l’assemblea settimanale, che gestiscono ormai in totale autonomia: «Si distribuiscono i ruoli. C’è chi dà la parola, chi tiene il tempo, chi fa il verbale. Bambine e bambini preparano da soli, di settimana in settimana, l’ordine del giorno su un foglio appeso al muro». Corpo, mani, saperi, emozioni: messi in fila sembrano capitoli di un programma, ma per chi la pratica l’educazione integrale non funziona così. «In una scuola libertaria l’educazione integrale è più un atteggiamento che una procedura», scrive Paolo. Non si esaurisce in un’ora di laboratorio o in un metodo da applicare, ma attraversa ogni momento della giornata.

Le Parole sono Finestre (oppure Muri)
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Educare alla felicità

Tutto questo ha uno scopo preciso. «Alla base del pensiero libertario c’è la felicità della persona e del gruppo», dice Paolo. Un’educazione a pezzi, che allena solo alcune capacità, rischia di produrre persone impreparate alla vita. «Kurt Gödel era uno dei più grandi logici del Novecento, una persona geniale. Eppure si convinse che il cibo fosse avvelenato e morì di fame», spiega. Una parabola che mostra quanto a volte un sapere molto settoriale e verticale non sia sinonimo di felicità. «L’educazione specializzata risponde a un preciso modello di società, quello che chiede competenze utili al mercato del lavoro. Ma non serve alla felicità degli esseri umani».

Lo stesso vale per il merito. Paolo racconta un episodio di quando insegnava in una scuola statale, in una terza elementare. Durante una verifica di matematica un bambino aveva fatto copiare il compagno, poi aveva corretto i propri errori e consegnato. Lui aveva preso “super ottimo”, il compagno insufficiente. «È il danno della meritocrazia», dice Paolo. «In una cultura della competizione, aiutare un compagno diventa una perdita invece di una ricchezza».

Del resto ogni modello educativo riflette la società che lo esprime. Una scuola che separa i saperi, premia la specializzazione e mette i bambini in competizione prepara a un mondo che chiede soprattutto competenze spendibili sul mercato del lavoro. Una scuola che mette al centro la felicità della persona e del gruppo ha bisogno di una società che abbia lo stesso obiettivo.

Ma il rapporto può funzionare anche al contrario: bambini cresciuti cooperando, ascoltandosi e decidendo insieme saranno adulti capaci di costruire quella società. A Nunatak, a fine mattinata, sul tavolo c’è da mangiare per venticinque persone, ma quello che resta è soprattutto altro. I bambini hanno usato le mani e la matematica, hanno negoziato con i gusti degli altri e si sono presi la responsabilità di sfamare la loro comunità.