Agrobusiness e mega piantagioni: cosa resta dopo la monocoltura?
In che modo le grandi piantagioni intensive modificano gli ecosistemi e la vita quotidiana delle persone che ci abitano? Sofia Farina di Source International ci parla del caso delle monocolture di caucciù in Liberia.
“There used to be good and bad fishing seasons. Now there are only bad seasons”. Un pescatore di Owensgrove, in Liberia, ci ha raccontato così l’evoluzione recente del fiume Farmington: un tempo c’erano stagioni di pesca buone e cattive; oggi, diceva, sono rimaste soltanto quelle cattive. Per le comunità locali, il fiume è una fonte di cibo, una via di trasporto e la fonte di acqua con cui svolgere le attività domestiche. Il territorio era già abitato da comunità indigene quando nel 1926 il marchio di pneumatici Firestone ottenne la concessione che diede avvio alle sue grandi piantagioni di caucciù.
Oggi sulle sponde del fiume un impianto lavora la gomma naturale ricavata dal lattice dell’Hevea brasiliensis, destinata soprattutto alla produzione di pneumatici. La filiera collega così piantagioni tropicali e mercati lontani, lasciando nei luoghi di produzione conseguenze sull’acqua e sulla terra. Come il caucciù, anche palma da olio, soia e canna da zucchero occupano spesso grandi superfici con una sola specie, trasformando il paesaggio per decenni. Gli effetti dipendono dall’ecosistema sostituito e da come vengono gestiti il suolo, gli habitat circostanti, i fertilizzanti e i pesticidi.
Il carbonio che perdiamo sotto i piedi
La fertilità di un terreno dipende anche da come viene gestita la vita che ospita. Batteri, funghi, lombrichi e altri organismi decompongono i residui vegetali, rendono disponibili i nutrienti e contribuiscono a mantenere la struttura del suolo. La sostanza organica, a sua volta, aiuta a trattenere l’acqua e le sostanze necessarie alla crescita delle piante. Quando questi equilibri si alterano, il terreno può perdere parte della propria capacità di sostenere le coltivazioni.

Il passaggio da una foresta tropicale a una piantagione può modificare profondamente questo sistema. Per studiarne gli effetti, i ricercatori misurano anche il carbonio organico presente nel terreno, una componente della sostanza organica. Uno studio pubblicato nel 2015 ha confrontato foreste e coltivazioni di palma da olio, caucciù e sistemi agroforestali a cacao in Indonesia, Camerun e Perù, spingendo le misurazioni fino a tre metri di profondità. Nei siti più colpiti, le riserve di carbonio nel suolo erano diminuite fino al 50% rispetto alle foreste di riferimento.
È proprio attraverso il carbonio che la salute del terreno si lega al clima. La sostanza organica che contribuisce a mantenere fertile il suolo rappresenta anche una riserva di carbonio: quando la conversione del terreno ne favorisce la decomposizione, parte di quel carbonio viene rilasciata nell’atmosfera sotto forma di CO₂. La trasformazione può quindi impoverire il suolo e alimentare il riscaldamento globale.
Per ricostruirne il bilancio climatico bisogna poi considerare il carbonio perso con la rimozione della vegetazione originaria e le emissioni della successiva attività agricola, comprese quelle di protossido di azoto associate alla fertilizzazione azotata. Gli alberi della nuova piantagione assorbiranno CO₂ crescendo, ma la quantità assorbita non compenserà necessariamente queste perdite: il risultato dipenderà dall’ecosistema sostituito e da come la coltivazione verrà gestita nel tempo.
Il raccolto parte, gli scarichi rimangono
Per seguire gli effetti delle grandi piantagioni sul territorio bisogna accompagnare il raccolto anche negli impianti dove viene lavorato. Nel caso del caucciù, la trasformazione del lattice genera reflui che, se trattati in modo inadeguato, possono contaminare i corsi d’acqua circostanti. È questo uno dei problemi che, come Source International, abbiamo indagato in Liberia insieme a Swedwatch e Green Advocates International, analizzando nel 2020 l’acqua e l’aria intorno all’impianto di Firestone Liberia. Le analisi, pubblicate nel rapporto Murky Waters, rilevarono un forte inquinamento nella zona umida che riceveva i reflui e nei corsi d’acqua collegati, indicando che il sistema di trattamento non riusciva a ridurre adeguatamente i contaminanti.
Per comprendere cosa significassero quei risultati nella vita quotidiana, l’indagine ha affiancato ai campionamenti gli incontri con oltre cento persone di tredici comunità. Dai loro racconti emergeva quanto fosse difficile trovare alternative a un’acqua da cui dipendevano tante attività: bere, cucinare, lavare i vestiti, pescare. Alcuni abitanti avevano scavato pozzi per procurarsi acqua da bere, ma riferivano problemi anche con queste fonti durante la stagione secca.

I pescatori raccontavano delle morie di pesci e della perdita di reddito; le famiglie riferivano di avere meno pesce da mangiare, con conseguenze soprattutto per i bambini che vi facevano affidamento come fonte di proteine. Le donne, spesso responsabili dell’approvvigionamento idrico e della preparazione del cibo, dovevano affrontare queste difficoltà continuando a usare il fiume per molte delle attività quotidiane. La contaminazione entrava così nelle case attraverso la diminuzione del cibo disponibile, i guadagni perduti e la difficoltà di procurarsi acqua sicura. È in queste esperienze che i risultati delle analisi acquistano il loro significato più concreto.
La monocoltura in un clima più caldo
Su territori dove l’accesso all’acqua e al cibo è già compromesso, il cambiamento climatico aggiunge nuove pressioni. Caldo e siccità, sempre più spesso concomitanti, stanno già causando perdite agricole e mortalità degli alberi. Un terreno impoverito, che trattiene meno acqua, rende ancora più difficile affrontare i periodi asciutti. La vulnerabilità delle comunità è determinata ciò che viene coltivato e a chi è destinato il raccolto.
Per ricostruire questi cambiamenti, un gruppo di ricercatori ha incrociato immagini satellitari, dati agricoli e informazioni su 160 grandi acquisizioni di terra in 39 paesi. Per una parte dei territori nell’Africa subsahariana erano disponibili anche indagini sull’alimentazione delle famiglie. Il confronto ha mostrato come le trasformazioni produttive del paesaggio potevano dunque accompagnarsi a un peggioramento dell’alimentazione locale.
Cosa può tornare a crescere
Le condizioni lasciate da una piantagione determinano anche ciò che potrà crescere dopo: infatti dove il suolo ha perso sostanza organica occorre ricostituirla; dove l’erosione ha asportato gli strati superficiali bisogna proteggere il terreno e limitare ulteriori perdite. Il recupero richiede tempo e interventi adatti a ciascun luogo. Una parte di questo lavoro può cominciare già durante la coltivazione, come suggeriscono le esperienze di 2.655 aziende agricole in undici paesi, raccolte e confrontate in una ricerca pubblicata su Science nel 2024.

I ricercatori hanno esaminato come sono cambiati produzione, biodiversità e benessere delle persone nelle aziende che combinavano pratiche diverse: affiancare più colture, integrare l’allevamento, conservare acqua e suolo, mantenere siepi e fasce fiorite. I benefici ambientali e sociali tendevano a essere maggiori dove queste strategie venivano adottate insieme.
A Sumatra, in Indonesia, la possibilità di recuperare biodiversità dentro una piantagione è stata messa alla prova sul campo. In un paesaggio dominato dalla palma da olio sono state create 52 “isole” di alberi, diverse per dimensioni e numero di specie piantate. Per una manciata di anni i ricercatori le hanno confrontate con aree mantenute a monocoltura, contando le specie presenti e misurando processi come la decomposizione delle foglie, l’infiltrazione dell’acqua e la regolazione del microclima. Nelle isole, biodiversità e funzionamento ecologico risultavano complessivamente migliori.
Le rese delle palme diminuivano nelle aree interessate dall’intervento; alla scala dell’intero paesaggio studiato, il calo non risultava statisticamente significativo. L’esperimento offre così indicazioni concrete per migliorare piantagioni esistenti, accanto alla protezione delle foreste ancora intatte. Per rendere praticabili questi cambiamenti servono sostegno agli agricoltori, diritti sulla terra, controlli ambientali e imprese chiamate a sostenere i costi del recupero. A Owensgrove, il futuro passa dalla possibilità di continuare a pescare nel Farmington, usare l’acqua in sicurezza e coltivare un terreno ancora fertile.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.







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