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6 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Brasile, Lula contro il clan Bolsonaro: al ballottaggio si decide il futuro dell’Amazzonia – 6/10/2026

In Spagna Sánchez convoca elezioni anticipate dopo la bocciatura dei decreti sulla casa; in Brasile Lula e Flávio Bolsonaro vanno al ballottaggio; a Reggio Emilia sgomberato il presidio di Bosco Ospizio e avviati i lavori.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Dove si è già votato invece è in Brasile, per le presidenziali. Si sfidavano Luiz Inácio Lula da Silva, o più semplicemente Lula, presidente in carica, e Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra nonché pregiudicato e aspirante golpista Jair Bolsonaro. 

Nessuno dei due ha raggiunto la maggioranza assoluta quindi si andrà al ballottaggio, ma Bolsonaro è avanti, un po’ a sorpresa, avendo preso il 47% dei voti contro il 45 di Lula. Il ballottaggio è previsto il 25 ottobre.

È uno scenario ribaltato rispetto alle elezioni del 2022, quando al ballottaggio arrivarono Lula e Bolsonaro padre, ma al primo turno era Lula a stare avanti di 5 punti.

Anche qui, facciamo un passo indietro. Jair Bolsonaro sta scontando una condanna a 27 anni per aver tentato di organizzare un colpo di stato nel 2022, proprio dopo la sconfitta elettorale contro Lula. Sebbene sia agli arresti domiciliari, in campagna elettorale è stato onnipresente: compariva ai comizi del figlio in immagini, video e ha tenuto persino comizi con degli avatar creati con l’intelligenza artificiale. Flávio, che ha 45 anni, lo ha citato di continuo, giocando anche sulla forte somiglianza fisica, ma ha cercato di presentarsi come un po’ più moderato su alcuni temi.

Oltre al figlio, però, tutta la famiglia, il clan Bolsonaro lo chiamano i media brasiliani, ha partecipato a queste elezioni, anche perché non si eleggeva solo il Presidente ma un sacco di altre cose: i governatori dei 27 stati; tutti i 513 deputati della Camera; una parte del Senato e le assemblee legislative dei singoli stati.

Complessivamente la destra si è rafforzata. Il Partito Liberale, quello dei Bolsonaro, sarà il primo partito sia alla Camera sia al Senato. E sono stati eletti come parlamentari: il figlio più giovane, Renan, alla Camera; Carlos al Senato. Fra l’altro Carlos Bolsonaro era lo stesso che guidava, per conto del padre, quello che venne ribattezzato il “gabinetto dell’odio”, una sorta della “Bestia” di Salvini qua da noi, una struttura che attaccava gli avversari sui social anche con insulti e notizie false. Sempre al Senato è stata eletta anche Michelle Bolsonaro, la moglie di Jair, pastora evangelica e oggi una delle figure più seguite del Partito Liberale. Flávio, poi, ha promesso che in caso di vittoria concederà la grazia al padre, una mossa che con ogni probabilità aprirebbe una crisi costituzionale.

Lula, dal canto suo, ha 80 anni ed è al terzo mandato. Ha ottenuto buoni risultati in economia, anche se nell’ultimo anno c’è stato un rallentamento e il debito pubblico è un problema. È stato criticato soprattutto per la gestione della criminalità, mentre è stata apprezzata la sua opposizione ai dazi e alle ingerenze degli Stati Uniti.

La sfida fra Lula e Bolsonaro, possiamo e I Bolsonaro, è una sfida fra due visioni del mondo letteralmente opposte. Bolsonaro padre ha perseguitato le popolazioni indigene, imposto uno stato di polizia, adottato politiche fasciste. Non riesco ad essere del tutto oggettivo, ma è stato un presidente dal mio punto di vista terribile. Lula è stato un presidente con un sacco di contraddizioni, dal punto di vista climatico, dei diritti degli indigeni, ma comunque fra i due ci passa un mondo di differenza. 

E poi c’è un tema particolarmente preoccupante, che è quello della deforestazione. Perché il Brasile ospita la porzione più grande della foresta amazzonica, oltre ad altre foreste importantissime cone la selva del Cerrado, e chi governa a Brasilia ha un impatto diretto su alcuni degli ecosistemi più importanti per il clima del pianeta.

Nel 2021, durante la presidenza di Jair Bolsonaro, in Amazzonia vennero disboscati oltre 13mila chilometri quadrati di foresta, il valore più alto degli ultimi anni. Nel 2025 il dato si è fermato a 5.731 chilometri quadrati, il quarto anno consecutivo di calo, dopo otto anni di crescita, e la quota più bassa degli ultimi undici anni. Rispetto al 2022, l’ultimo anno prima del ritorno di Lula, la deforestazione si è più o meno dimezzata.

Nel suo programma Lula propone di arrivare alla deforestazione netta zero entro il 2030; mentre Flávio ha detto di voler “modernizzare la legislazione” per facilitare le licenze a chi vuole coltivare, allevare bestiame o sfruttare il sottosuolo dell’Amazzonia. In un video ha promesso di eliminare quelli che ha chiamato i “vincoli ambientali” per sfruttare le terre rare nel nord del paese. Tra le sue proposte ci sono anche l’allentamento della tutela delle foreste e lo sfruttamento delle risorse nei territori indigeni, inclusa la legalizzazione delle miniere artigianali, il cosiddetto garimpo. 

Considerate che molti scienziati avvertono da anni che, superata una certa soglia di deforestazione, parti dell’Amazzonia rischiano di non riuscire più a rigenerarsi e di trasformarsi in qualcosa di simile a una savana. In quel caso la foresta smetterebbe di assorbire anidride carbonica e comincerebbe a rilasciarla, un processo che forse è persino già iniziato, in alcune aree. Quindi c’è davvero tanto in gioco. Staremo a vedere.

Ieri mattina Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, ha annunciato che la Spagna tornerà alle urne il 29 novembre, con elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale prevista nel 2027. Una scelta che alcuni analisti hanno letto come la mossa della disperazioni, altri come una scelta coraggiosa e potenzialmente vincente. Prima però facciamo un passo indietro.

Perché per capire questa decisione bisogna tornare a qualche giorno fa, ovvero a quando venerdì il Congresso, cioè la camera bassa del parlamento spagnolo, ha bocciato due decreti del governo sulla crisi abitativa. I due decreti a loro volta arrivavano come risposta a un’ondata di proteste che sta attraversando il paese da una decina di giorni.

Ne abbiamo già parlato: tutto è cominciato con lo sfratto di Maricarmen Abascal, una donna di 87 anni con un’invalidità riconosciuta, che viveva nella stessa casa di Madrid dagli anni Cinquanta. Il palazzo era stato comprato come investimento da una società immobiliare, la Urbagestión, che le aveva dato due opzioni: comprare l’appartamento, oppure restare pagando un affitto quadruplicato. Due cose che lei, ovviamente, non poteva permettersi. Dopo aver perso la battaglia legale, è stata portata fuori di casa in barella.

Quell’immagine ha fatto il giro del paese, e Abascal è diventata in pochissimo tempo il simbolo di un problema molto più ampio. Nel senso che nelle grandi città spagnole – ma non solo, lo sappiamo – gli affitti sono cresciuti così tanto che in alcuni casi superano l’intero stipendio o l’intera pensione di chi li deve pagare. Da lì un gruppo di manifestanti si è accampato con le tende in Puerta del Sol, la piazza principale di Madrid, e le proteste sono andate avanti per giorni.

Il governo si è detto da subito d’accordo con molte delle richieste dei manifestanti, e ha provato a rispondere con questi due decreti che offrivano maggiori protezioni contro gli sfratti, limiti agli aumenti degli affitti e il rinnovo automatico dei contratti. Misure che una parte dei manifestanti considerava comunque insufficienti, ma che andavano nella direzione richiesta dalla piazza.

Solo che in parlamento non sono passate. Hanno votato ovviamente contro tutti i partiti di destra, dal Partito Popolare a Vox, ma soprattutto, come era già successo in passato sulle politiche abitative, ha votato contro Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra, che però appoggia dall’esterno il governo Sanchez che è un governo senza maggioranza, e i cui sette deputati sono stati decisivi nell’affossare i decreti. E quindi il governo si è trovato nell’impossibilità di approvare misure su quello che oggi è forse il problema più sentito del paese.

La bocciatura, però, ha allargato le proteste. Sabato ci sono state manifestazioni in una cinquantina di città spagnole. Solo a Madrid, secondo le autorità, hanno sfilato circa 70mila persone, secondo gli organizzatori addirittura 500mila. Le proteste sono state quasi ovunque pacifiche, In molti di questi cortei i manifestanti agitano mazzi di chiavi a simboleggiare il diritto alla casa. Con l’eccezione di Valencia, dove alcuni manifestanti hanno provato a entrare nel teatro dell’opera della città, in cui era in corso un incontro tra imprese del settore immobiliare, e sono stati respinti dalla polizia.

Comunque, per tornare alla notizia da cui siamo partiti, in questo clima bollente Sánchez ha deciso di andare al voto, facendo una scelta secondo alcuni disperata, secondo altri astuta e strategica. 

Perché? Perché Sánchez arriva a questo voto piuttosto indebolito. Quest’estate c’è stata la crisi di Ceuta, quando il 30 luglio circa 80mila migranti sono entrati dal Marocco, in un’operazione strana, su cui il governo marocchino ha chiuso un’occhio e c’è chi ipotizza la mano lunga del governo Usa dietro. Anche se circa 70mila persone sono rientrate in Marocco nelle prime 24 ore, il governo è stato molto criticato per la lentezza della risposta. Le destre hanno usato quell’episodio per attaccare tutto l’approccio di Sánchez all’immigrazione, che in questi anni è stato molto diverso da quello di molti altri paesi europei, con la regolarizzazione di oltre un milione di persone e effetti in prevalenza positivi sull’economia. Poi ci sono stati gli scandali di corruzione che hanno toccato Zapatero e alcune persone molto vicine al primo ministro, a cui abbiamo dedicato una puntata di INMR+, con processi che nei prossimi mesi avrebbero comunque occupato le prime pagine.

E infatti i sondaggi da mesi danno le destre in vantaggio: il Partito Popolare sarebbe primo, Vox, l’estrema destra, è il partito che cresce di più, e insieme potrebbero arrivare alla maggioranza, anche se molto dipenderà dai partiti regionali in Catalogna e nei Paesi Baschi. Nelle ultime elezioni regionali, in Andalusia, Extremadura e Aragona, ha vinto il Partito Popolare, che ha poi governato insieme a Vox.

Al tempo stesso, con questa mossa che anticipa i tempi Sanchez potrebbe giocarsi al meglio, secondo alcuni analisti, le proprie carte: innanzitutto sarà una campagna elettorale molto breve, visto che si vota fra meno di due mesi, e arrivando sull’onda dei decreti casa sarà presumibilmente piuttosto incentrata sul tema dell’abitare, tema su cui le posizioni progressiste sono molto popolari e su cui abbiamo visto che si possono vincere le elezioni. Soprattutto nelle grandi città, va detto, ma chissà che non si possa estendere la questione su scala nazionale. Mentre le altre questioni su cui Sanchez viene più attaccato dalle destre potrebbero rimanere un po’ più sullo sfondo. 

Quindi ecco, è ovviamente un azzardo, ma non è detto che sia un azzardo sbagliato. 

Immagino che avrete sentito di Bosco Ospizio. Mercoledì 30 settembre, all’alba. A Reggio Emilia, nel quartiere Ospizio sono arrivate le ruspe, accompagnate da un grande dispiegamento di polizia in assetto antisommossa. Davanti al cantiere c’era un presidio di attivisti, lì da 59 giorni consecutivi, che fino a quel momento era riuscito a impedire l’inizio dei lavori. Stavolta non hanno potuto niente di fronte al dispiegamento della forza ed entro sera il sottobosco era stato quasi del tutto raso al suolo, insieme a una parte consistente degli alberi. Dodici attivisti sono stati portati in questura per diverse ore, con 14 provvedimenti in totale. Tra questi ci sono fogli di via per quattro persone non residenti a Reggio, che non potranno tornare in città per due anni. 

Il Bosco Ospizio è – era? – un’area verde di circa 45mila metri quadrati, cresciuta spontaneamente attorno ai ruderi dell’antico ospizio comunale, da cui prende il nome. L’area appartiene a Conad Centro Nord, che lì vuole realizzare un progetto chiamato Pru Ospizio, un programma – si legge – di rigenerazione urbana che però prevede di cementificare un’area verde per la costruzione di un supermercato Conad, altri negozi, una Casa della comunità, una biblioteca di quartiere e servizi sociosanitari. 

Contro il progetto, dal 2024, si è formata l’Assemblea Bosco Ospizio, un coordinamento di cittadini e associazioni ambientaliste. Dal 3 agosto, il giorno in cui dovevano cominciare i lavori, gli attivisti presidiavano l’area giorno e notte, e per due volte erano riusciti a fermare le ruspe. Conad li ha denunciati per violenza e invasione di area privata, e la Prefettura li ha diffidati.

Da una parte, Conad sostiene che nell’area ci siano 322 alberi e che più di due terzi siano vecchi, degradati o a fine vita, secondo uno studio realizzato con la collaborazione dell’Istituto per la bioeconomia del CNR di Bologna. Il progetto prevede di abbatterne 98, di cui 57 considerati in condizioni molto compromesse, e di conservare gli altri 224. In più promette di piantare 371 nuovi alberi nell’area e altri 977 nei parchi vicini: in totale oltre 1.300 alberi nuovi nel quartiere. Conad aggiunge di aver recuperato, insieme all’Enpa e a un rifugio per animali selvatici, un capriolo e sette ricci, poi trasferiti altrove.

Gli attivisti, e non solo loro, sostengono che il fatto che lì ci fosse un ecosistema spontaneo, con sottobosco, animali, un’isola di biodiversità in una zona di periferia fosse qualcosa da tutelare più del numero di alberi in sé, senza contare che un albero piantato ci mette anni prima di svolgere le funzioni ecosistemiche di un albero adulto. E un ecosistema non si ricostruisce piantando alberelli nuovi a qualche centinaio di metri di distanza.

La questione si è via via allargata. Extinction Rebellion, uno dei gruppi più attivi nelle proteste, ha lanciato un boicottaggio di Conad, sono arrivati messaggi di sostegno da tutta Italia, anche da volti noti come Alessandro Gassman, Giovanni Storti. 

Oltre alla questione ambientale, all’assurdità, mi sento di dire, di eliminare un seppur piccolo ecosistema naturale e spontaneo in città sempre più calde e cementificate, che dovremo rendere più verdi, non cementificare, c’è una questione sociale abbastanza inquietante. Una attivista di XR ha fatto notare in questa situazione non solo il silenzio assordante del comune, ma anche le parole del questore di Reggio Emilia che hanno accompagnato lo sgombero. 

Considerate che l’intervento di polizia in assetto antisommossa, in un contesto pacifico e vicino a un asilo, è stata un’operazione piuttosto forte, e per alcuni versi violenta, anche se non c’è stata propriamente violenza fisica. In questo contesto il questore ha detto che è una cosa positiva per i cittadini abituarsi a vedere i poliziotti in giro, che dovrebbe farli sentire più sicuri, e rispondendo alle lamentele dei genitori dei bambini dell’asilo, che raccontavano dei figli traumatizzati, ha risposto dicendo che anche i bambini non dovrebbero proprio aver paura. Non benissimo.

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