Decreto scuola, tanto rumore per niente – 28/9/2026
Il decreto sul tetto del 30% di alunni stranieri per classe; oggi la sentenza di primo grado sull’omicidio di Giulio Regeni; il dossier parlamentare sugli SMR; due settimane di vita in una valle di montagna; la sociocrazia a Soluscions.
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Fonti
#Scuola
Il Post – Il decreto sugli studenti stranieri è stato fortemente ridimensionato
RaiNews – Meloni, tetto 30% di stranieri nelle classi: quanti sono gli studenti senza cittadinanza italiana
#Sociocrazia
Italia che Cambia – Il difficile mestiere di decidere insieme: la sociocrazia funziona? – Soluscions #17
#Regeni
Il Fatto Quotidiano – Giulio Regeni, dieci anni di “ostacoli e menzogne” per evitare la sentenza: il processo ai quattro 007 egiziani arriva al primo verdetto
#Nucleare
LinkedIn – Post Sergio Ferraris
Trascrizione episodio
Ho aspettato un po’ a parlarne, e alla fine vi dico come mai. Ora però che il decreto è approvato, parliamone. Il governo Meloni ha approvato venerdì un decreto-scuola che fissa un tetto del 30 per cento di alunni stranieri per ogni classe, per i 3 cicli della scuola dell’obbligo, quindi elementari medie e superiori. Se n’è parlato moltissimo, la presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara lo hanno presentato come un provvedimento importante per il governo e per il Paese.
Ora, cerchiamo innanzitutto di capire qual è il punto. Perché il governo sta facendo tutta questa propaganda su questa misura. Meloni ha presentato il provvedimento, dicendo, in sostanza, che non si può accettare che in una classe italiana siano i bambini italiani a sentirsi in minoranza.
Meloni ha di fatto strizzato l’occhio all’estrema destra, e poi vediamo quali ragioni poltiche ci sono dietro. Va detto però che l’alta concentrazione di bambini/e straniere nelle classi, è un tema in alcune aree ad alta concentrazione migratoria.
Una delle lamentele più ricorrenti è che se molti studenti stranieri non conoscono ancora l’italiano, faticano ad apprendere e richiedono tempi e attenzioni diverse, questo penalizza i compagni, rallenta il programma per tutti.
Un altro tema citato spesso è il carico sugli insegnanti, che in queste classi devono insegnare l’italiano a una buona fetta della classe, e allo stesso tempo preparare gli studenti alle altre richieste del sistema scolastico, spesso senza supporto adeguato.
Poi c’è il tema dell’integrazione stessa: secondo alcuni, quando le percentuali sono molto alte, i bambini stranieri finiscono per socializzare solo tra connazionali, il che ostacolerebbe proprio l’inclusione.
Questo ha spinto alcuni genitori italiani a spostare i figli in altre scuole. In realtà, alcuni studi mostrano che questo flusso di genitori italiani che iscrivono i figli in scuole provate o fuori quartiere sia in parte la conseguenza, ma più ancora l’origine delle classi ad alta densità di stranieri. Insomma, è il classico ciclo che si autoalimenta, un ciclo di retroazione positivo.
Detto ciò, e dati alla mano, il quadro sembra più sfumato. Quotidiano.net ha provato a passare in rassegna gli studi su quanto un’alta presenza di studenti stranieri riduca l’apprendimento complessivo della classe, e il quadro è piuttosto sfumato. In alcuni contesti si osservano effetti negativi, in altri no. Quello che emerge in modo più coerente è che concentrare molti bambini appena arrivati e con poca conoscenza della lingua aumenta il carico sull’insegnante e può produrre piccoli effetti sugli altri, soprattutto nelle competenze linguistiche. L’effetto sarebbe paragonabile a quello di aggiungere un alunno in più alla classe.
Comunque, ammettiamo che le classi con molti stranieri presentino alcune problematiche in più rispetto a classi con percentuali più basse. Ma mettere un tetto al 30% è una soluzione?
Innanzitutto il nodo che emerge da quasi tutti gli studi di cui sopra, più che il passaporto, sembra essere proprio la conoscenza della lingua. Tant’è che tra le soluzioni proposte da chi lavora nella scuola sono più docenti di italiano L2 (ovvero pensati per chi deve imparare l’italiano perché in Italia ci studia o lavora), corsi di lingua anche per i genitori e classi meno numerose.
E poi, come andrebbe applicato? Perché capite da soli che se in un quartiere ci sono poche scuole e tanti stranieri, e gli italiani scelgono la scuola privata, puoi mettere tutti i tetti che vuoi ma resta difficile ottenere il risultato. E infatti non si applicherà realisticamente quasi mai.
Dalle prime dichiarazioni di Meloni sembrava che il limite valesse in modo generico per tutti gli studenti stranieri e che questi potessero essere spostati in un altro istituto, anche in un’altra città, per rispettare la soglia. Poi però passaggio dopo passaggio il decreto si è molto sgonfiato, ance grazie all’intervento di Mattarella. Per cui adesso, nelle ultime versioni circolate fra i giornalisti, e riportate dal Post, si direbbe che il limite va applicato rispettando il principio di prossimità, tenendo conto del domicilio dell’alunno e delle esigenze familiari documentate, per esempio la presenza di figli con disabilità.
Il Corriere della Sera ha pubblicato una stima aggiornata del numero di studenti a cui si applicherebbe il decreto. Inizialmente, pensate, si parlava di 11mila. Nell’ultima versione, e applicando tutti i correttivi, gli studenti che rischierebbero concretamente di essere spostati sarebbero… 290.
Quindi capite che l’effetto concreto sulla realtà sarebbe ridicolo. Anche perché fra l’altro, Il limite massimo del 30% di studenti stranieri è “di norma” – quindi deroghe escluse – già previsto da una circolare del 2010 dell’allora ministra Gelmini.
Il punto però è che questa legge non è fatta per risolvere un problema, ma per spostare l’asticella politica all’interno della pericolosa rincorsa a destra che il governo sta facendo per frenare Vannacci, che i sondaggi danno in forte crescita. Una dinamica comprensibile, ma che spesso non funziona. Ha fatto lo stesso Merz in Germania per frenare l’Afd e abbiamo visto come è finita.
Va detto che Meloni non è Merz, è una politica più scaltra e sa quali carte giocare. Di certo sa che leggi come queste ottengono il risultato ottimo di scatenare il dibattito, e questo per lei è un bene. Meloni ha capito la lezione dei vari Trump, Milei, ecc, ovvero il gioco a spararla più grossa possibile, e poi al resto ci pensa la macchina dell’indignazione. La destra populista contemporanea ha capito benissimo che la sinistra è la sua migliore alleata, perché abbocca costantemente all’amo, scandalizzandosi costantemente, e così facendo contribuisce a 1) far circolare e ingigantire quelle informazioni, che altrimenti sarebbero passate quasi inosservate e 2) rinforzare l’idea che la destra stia davvero facendo quelle cose.
Questo è il motivo per cui non ve ne ho parlato prima e per cui lo faccio adesso, quando possiamo osservare la cosa per quello che è: poco o nulla. Ovviamente dispiace per quei 260 esseri umani che faranno le spese della propaganda del governo. Però, ecco, è una legge che non sposta quasi niente.
Una cosa però la voglio dire a commento di tutta questione, sul merito proprio. E non tanto al governo, che pure so essere assiduo ascoltatore di INMR, ma a noi, a voi, a chi lavora nelle scuole, a me in primis, a me del futuro quando dovrò scegliere la scuola per mio figlio.
Ora, io penso che sia normalissimo volere il meglio per i nostri figli. La domanda però che forse dobbiamo farci è: ok, ma qual è il meglio oggi? Spesso pensiamo che il meglio sia la migliore formazione possibile a livello di nozioni e apprendimento, in modo che siano avvantaggiati in futuro sul mercato del lavoro, che possano competere meglio, diciamo. Che per carità, non voglio sminuire l’importanza della trasmissione del sapere.
Ma parliamoci chiaro: è probabile che non ci sarà molta competizione in un mercato del lavoro dominato dall’IA, se puntiamo su quel fronte penso che a breve saremo surclassati come specie. E allora, forse se devo scegliere, forse, preferisco una scuola che insegni a sviluppare quella caratteristica che ci contraddistingue dalle macchine, almeno per ora, che si nutre del confronto con l’altro da noi e che non per nulla abbiamo chiamato con lo stesso nome con cui chiamiamo la nostra specie presa nel suo complesso, ovvero l’umanità.
Il nostro mese della democrazia sta volgendo al termine, ma non prima di averlo onorato con un altro contenuto dedicato ad abbonati/e. Se su INMR+ con Cristiano Bottone abbiamo affrontato la cosa partendo da lontano, dal macro, dalla crisi della democrazia rappresentativa, nella nuova puntata di Soluscions Daniel Tarozzi fa l’operazione opposta, intervistando Pierre Houben, facilitatore e formatore, con cui a esplorato la sociocrazia e le sue applicazioni concrete nelle imprese e nelle comunità intenzionali, tra gestione dei conflitti, leadership e partecipazione.
Ve ne faccio ascoltare un pezzetto.
Contributo disponibile nel podcast
Oggi, lunedì 28 settembre, è un giorno storico. È attesa infatti la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Roma sul sequestro e sull’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016 con – si sospetta – lo zampino del governo egiziano.
Considerate che fino a pochi anni fa sembrava impensabile anche solo arrivare a questo punto perché l’intera vicenda è costellata di depistaggi clamorosi, di autorità egiziane che si rifiutano di collaborare, di un boicottaggio costante che ha reso il processo quasi impossibile. Il tutto complicato dal fatto che Italia ed Egitto hanno rapporti molto stretti.
Gli imputati in questione, per cui si attende oggi il giudizio sono quattro agenti dei servizi di sicurezza interni egiziani tutti accusati di sequestro di persona pluriaggravato. Uno di loro deve rispondere anche di lesioni e di omicidio aggravato, in concorso con altre persone mai identificate. La procura ha chiesto l’ergastolo per lui e 17 anni e sei mesi per gli altri tre.
Il problema principale per cui la cosa è andata così per le lunghe è che nessuno di loro si è mai presentato in aula. Formalmente sono irreperibili, perché l’Egitto non ha mai fornito le informazioni necessarie per rintracciarli e notificare loro gli atti. In Italia la legge vieta di processare qualcuno in sua assenza, a meno che non ci sia la prova che l’imputato sappia del processo e ci si stia sottraendo volontariamente. Nel caso Regeni, anche se era verosimile che i quattro sapessero delle indagini, non c’era la prova che avessero ricevuto la notifica formale del processo. E quindi il processo andava sospeso.
A sbloccare tutto è stata la Corte Costituzionale, che nel 2023 ha stabilito che se c’è un caso evidente di tortura commessa da funzionari pubblici di uno Stato, e quello Stato si rifiuta di collaborare, questo rifiuto crea di fatto una protezione per gli imputati che viola la dignità umana, così come la riconoscono la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In pratica la Consulta ha aggiunto una nuova eccezione alla norma dicendo che in questo caso si può procedere anche senza gli imputati.
E quindi oggi si procederà con la prima sentenza del processo, anche se in assenza degli imputati. Un piccolo traguardo per una delle vicende giudiziarie più oscure della storia recente che riguarda il nostro Paese.
Su Italia che Cambia, ci piace provare le cose in prima persona. Cerchiamo spesso di andare a incontrare i progetti e le realtà che raccontiamo. E così, visto che di recente abbiamo parlato spesso di aree interne, di ripopolamento dei paesi, di vivere e lavorare in montagna, abbiamo pensato bene di spedire nientemeno che la Presidente della nostra cooperativa, Daniela Bartolini, per due settimane a vivere e lavorare in una valle di montagna. Daniela sta bene, è consenziente, nessuna presidente è stata maltrattata per la realizzazione di questo esperimento, alla fine del quale usciranno dei contenuti. Io però sono curioso e le ho chiesto di raccontarci come sono andati questi primi giorni.
Contributo disponibile nel podcast
Qualche giorno fa il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega sul nucleare, in cui di fatto il parlamento autorizza il governo a fare una strategia per il ritorno al nucleare in Italia basata sui piccoli reattori modulari. Ne abbiamo già parlato, commentando il fatto che sia una strategia basata su una tecnologia che praticamente non esiste a livello commerciale. Oggi voglio leggervi qualche pezzetto di un commento del giornalista ambientale Sergio Ferraris, che secondo me coglie un punto che mi pare nessun altro abbia sollevato.
“Sul nucleare si è votato pochi giorni fa, ma è stato un voto truccato. Nel dossier degli Uffici studi di Camera e Senato sul DDL Nucleare, infatti i numeri, e i concetti, non tornano. La questione riguarda la mappa dei progetti SMR nel mondo che è stata messa nel dossier dal rapporto Terna Prospettive di sviluppo del sistema energetico 2050. Nella fonte originale, la rappresentazione è accompagnata da una legenda essenziale: distingue le tecnologie in base al loro stato effettivo di maturità e avanzamento, dal concept e dalla progettazione fino alla costruzione e all’operatività. Nel dossier parlamentare, invece, la medesima immagine viene presentata con il titolo, fuorviante: “I progetti SMR attivi nel mondo”. Ma la legenda che consentiva di capire quanto siano realmente attivi quei progetti scompare.
Senza legenda, decine di design in fasi molto diverse — talvolta studi preliminari, talvolta iniziative di sviluppo, talvolta impianti in costruzione e solo in pochi casi reattori operativi — vengono compressi dentro una formula rassicurante, per il Governo, di “progetti attivi”. Con questa semplice operazione per gli Uffici studi di Camera e Senato gli SMR attivi nel mondo passano da 3 a 71. E Senatori e Deputati hanno votato sulla base di questa documentazione dove c’è dell’informazione falsa su una tecnologia scelta dal Governo. Si tratta di un atto di una gravità inaudita perché è su queste documentazioni che si basano scelte politiche che impegnano il Paese per anni. Senza queste distinzioni, non abbiamo un dibattito informato. Direi che è tutto.
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