Madrid, i nuovi “indignados” contro la crisi abitativa – 29/9/2026
A Madrid migliaia di persone protestano contro la crisi abitativa dopo lo sfratto di un’anziana; in Svizzera bocciati i referendum su neutralità e alimentazione; le novità politiche in Europa; arriva il podcast Buongiorno Gaia.
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Fonti
#Spagna
Il Post – La piazza principale di Madrid si è riempita di tende
ANSA – A Madrid tornano gli ‘indignados’, lotta contro gli sfratti
Open – Madrid, 15 anni dopo gli Indignados a Puerta del Sol per la casa
#Germania
Notizie Geopolitiche – Germania, gli studenti scioperano in 100 città contro il ritorno della leva: “Non vogliamo andare in guerra”
#Svizzera
Il Post – In Svizzera ha vinto il “no” al referendum per irrigidire le condizioni della neutralità
Open – Svizzera, bocciata la stretta sulla neutralità. Vince il “no” anche sull’autoapprovvigionamento alimentare
Bluewin – Bocciata con il 72,5% di «no» l’iniziativa sull’alimentazione, ma la politica agricola resta un tema
Swissinfo – Iniziativa “Per un’alimentazione sicura”: verso un’agricoltura più sostenibile o un “diktat vegano” in Svizzera?
#Francia
Franceinfo – Résultats des élections sénatoriales 2026 : le RN réussit à constituer un groupe au Sénat pour la première fois de son histoire
#Svezia
The Local – Social Democrat Magdalena Andersson abandons attempt to form a government
#Serbia
Al Jazeera – Serbian President Aleksandar Vucic resigns amid prolonged protests
Trascrizione episodio
Chi in questi giorni si trova a passare per il centro di Madrid, nello specifico per Puerta del Sol, che è la piazza principale della città, potrebbe avere la sensazione di essere catapultato indietro nel tempo di 15 anni.
Perché a Puerta del Sol, il 15 maggio del 2011, con la crisi economica che stava attanagliando soprattutto i Paesi del Sud Europa, centinaia di giovani occuparono la piazza chiedendo una democrazia più partecipativa, la fine del bipartitismo e denunciando il peso dei grandi gruppi economici e finanziari. Quel giorno nacque il movimento 15-M, quello che qua è arrivato con il nome di indignados, che bloccò la Spagna per mesi e cambiò la politica spagnola – e non solo – dei quindici anni successivi, favorendo la nascita di partiti come Podemos ma anche contribuendo a molte delle politiche progressiste che hanno caratterizzato e caratterizzano la Spagna.
È difficile dire se quello che sta avvenendo oggi a Madrid ha in seme delle potenzialità simili, certo è che l’impatto visivo fa tornare a quei giorni. Duecento tende sono state piantate in tutta la piazza, che è di nuovo gremita di giovani che dicono che non se ne andranno finché il governo non approva una legge sulla casa.
Tutto è partito da una signora di 87 anni, Maricarmen Abascal, che ha un’invalidità del 50 per cento e abitava nella sua casa di Madrid da più di settant’anni. La società che gestisce l’immobile, Urbagestión, le aveva praticamente quadruplicato l’affitto, e di fatto ha rifiutato ogni mediazione per trovare un accordo che le permettesse di restare. Dopo un lungo contenzioso legale, mercoledì scorso è arrivato lo sfratto. E Maricarmen è stata portata fuori di casa in barella. Da allora è ricoverata in ospedale per problemi legati a stress e ansia.
Quel giorno davanti alla sua abitazione si erano radunate diverse centinaia di persone per cercare di impedire lo sfratto. Non ci sono riuscite, ma la protesta non si è fermata e da sabato si è spostata in Puerta del Sol, con migliaia di persone in piazza nel fine settimana, un accampamento stabile, assemblee cittadine e manifestazioni quotidiane.
È il classico caso in cui c’è un bisogno latente molto forte, e a un certo punto arriva una storia molto potente, capace di incarnare perfettamente quel bisogno, di diventarne simbolo. Sappiamo la potenza delle storie e delle narrazioni per la nostra specie. La storia di Mariacarmen è stata il punto critico, il tipping point che ha slatentizzato la tensione eil bisogno liberando le proteste nella città.
Perché in Spagna la questione abitativa è un problema enorme. Negli ultimi anni nelle grandi città i prezzi di case e affitti sono cresciuti moltissimo, al punto da diventare insostenibili non solo per chi vive in affitto da decenni, ma anche per i giovani, compresi quelli con un lavoro fisso. E una parte importante del mercato è in mano a fondi di investimento e società private che comprano interi palazzi o appartamenti e ci guadagnano rivendendoli o alzando gli affitti.
A guidare le proteste, almeno inizialmente, riporta la stampa spagnola, il Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid, il sindacato delle inquiline e inquilini. È stato il sindacato a convocare la manifestazione di sabato, partita proprio da Puerta del Sol, e ha lanciato l’accampamento sui suoi canali social con lo slogan “O cae el rentismo, o cae el gobierno”, cioè “o cade la rendita immobiliare o cade il governo”.
Detto questo, il movimento è molto più largo del sindacato e sta mobilitando migliaia di persone. Sui numeri c’è molto margine. Ad esempio, secondo gli organizzatori al corteo di sabato avrebbero partecipato 300mila persone, secondo la Delegazione del governo 25.000.
Comunque, cosa chiedono i manifestanti? Fra le richieste principali c’è un blocco degli sfratti per le persone vulnerabili, il divieto per le società di comprare palazzi e immobili, il congelamento degli affitti attuali fino al 2028, regole più rigide sugli affitti brevi e contratti d’affitto a durata illimitata, invece dei rinnovi ogni due anni previsti oggi.
Dal canto suo, il governo socialista di Pedro Sánchez ha detto che già oggi vorrebbe approvare un decreto casa in cui inserie almeno alcune delle richieste dei manifestanti. Il problema però è che Sánchez guida un governo di minoranza, che si regge sull’appoggio esterno di partiti molto diversi tra loro, fra cui gli indipendentisti catalani di Junts, che sulla casa hanno posizioni più vicine a quelle dei proprietari. Tant’è che già a febbraio una prima legge era stata bocciata proprio per il no di Junts, e poi il decreto previsto per giugno era slittato perché gli alleati non trovavano un accordo. La speranza di chi protesta è che il caso di Maricarmen sia la spinta decisiva.
Poi vabbé, nel mezzo ci sono questioni politiche spagnole più locali, però mi sembra interessante questo nuovo movimento di piazza in Spagna, che fra l’altro mi pare intercetti due fenomeni emergenti. Il primo lo abbiamo già citato nell’occasione delle elezioni a Berlino, è la centralità del tema dell’abitare. L’emergenza abitativa esiste da anni in molte città europee, ma oggi questo tema è diventato politicamente centrale, decide elezioni, mobilita persone, ecc. Secondo, il ritorno in piazza dei giovani, anche in Europa, dopo un periodo di relativa stasi seguita al periodo delle grandi mobilitazioni per il clima.
Mentre Madrid si mobilità, in Germania ci sono grandi manifestazioni contro il ritorno della leva obbligatoria, in Serbia le università sono occupate da mesi contro il Presidente dimissionario Vucic e così via.
Domenica in Svizzera si è votato in un referendum sulla neutralità e sul cibo locale. Anche se sfogliando i giornali, troverete solo notizie legate a quello sulla neutralità, mentre il secondo era probabilmente quello più interessante. Il referendum sulla neutralità proponeva sostanzialmente di irrigidire le condizioni della neutralità della Svizzera. Oggi la neutralità del Paese è già un principio cardine, a cui però si può derogare in caso di questioni morali e di principio che lo richiedono, come successo per le sanzioni per l’invasione dell’Ucraina, a cui il Paese ha aderito.
A proporre il referendum, e quindi favorevole a rendere più vincolante l’approccio diplomatico della neutralità, era stato il partito che aveva vinto le ultime elezioni, ovvero il partito euroscettico e nazionalista Unione Democratica di Centro – in Svizzera anche gli estremismi sono di centro -. Ma il NO ha vinto con il 70% dei voti, quindi la proposta non è passata.
Così come non è passata la proposta sull’alimentazione, bocciata dal 72,5% dei votanti e in tutti i Cantoni. Che però, vi dicevo, era quella più interessante da analizzare. L’idea, in quel caso, era di portare l’autoapprovvigionamento alimentare della Svizzera dall’attuale 45% ad almeno il 70% entro dieci anni, puntando di più sui vegetali e meno sugli allevamenti, e proteggendo meglio acqua e suoli. Secondo i promotori ad oggi quasi il 60% dei terreni agricoli svizzeri serve a produrre foraggio per gli animali, ed è il motivo principale per cui il Paese importa metà del proprio cibo.
La proposta prendeva quindi un tema che di solito viene raccontato come una scelta etica, mangiare meno carne, e lo trasformava in una questione di sicurezza: ovvero cosa mangiamo in Svizzera se si chiudono le frontiere? Il tema comunque è entrato nel dibattito pubblico e il governo, che in questo caso ha invitato a bocciare la proposta, ha promesso comunque di affrontare la questione con una legge.
Il Rassemblement National ha per la prima volta un gruppo parlamentare al Senato francese. Domenica si votava per rinnovare 178 dei 348 seggi, e il RN, che prima aveva appena tre senatori, insieme agli alleati dell’UDR di Éric Ciotti è arrivato ad almeno quindici, sopra la soglia dei dieci necessaria per formare un gruppo. E quindi? Nel senso che un gruppo dà più tempo di parola, più risorse e più peso negli organi del Senato. La maggioranza però resta saldamente alla destra tradizionale e al centro, con i Repubblicani come prima forza. Marine Le Pen ha parlato di “vittoria storica”, e ha già detto che i nuovi senatori saranno un sostegno fondamentale nella campagna per le presidenziali, che sono tra meno di sette mesi.
In Svezia la leader socialdemocratica Magdalena Andersson ha rinunciato a formare un governo, anche se alle elezioni di inizio mese il suo blocco di centrosinistra aveva ottenuto una maggioranza, seppur risicata. Il colpo di grazia è arrivato dal Partito della Sinistra, che ha deciso di sostenere un candidato di centrodestra, il moderato uscente Andreas Norlén, come presidente del Parlamento. Il nodo, in sostanza, era far convivere i partiti di centro e la sinistra radicale. Ora la palla potrebbe passare al premier uscente Ulf Kristersson, anche se Andersson potrebbe avere una seconda chance se falliscono anche i suoi rivali. Ecco, considerate che la Svezia è abituata a queste trattative infinite: nel 2018 ci vollero oltre quattro mesi.
Domenica il presidente serbo Aleksandar Vučić si è dimesso. Ma attenzione, non si tratta di un passo indietro: lo ha fatto per candidarsi a primo ministro alle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre. Il suo mandato sarebbe scaduto a maggio e la Costituzione gli vieta un terzo mandato da presidente, e quindi punta a restare al potere da capo del governo. La presidente ad interim ora è Ana Brnabić, sua stretta alleata, e le presidenziali dovranno tenersi entro fine anno. Il suo principale avversario è il movimento degli studenti che da quasi due anni guida le proteste contro la corruzione, iniziate dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad. Tra i suoi ultimi atti, Vučić ha graziato 49 persone, fra cui 23 condannate in relazione alle proteste.
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