Russia e Israele: polemiche alla Biennale di Venezia – 11/5/2026
Dalle proteste in Giappone contro il riarmo, alle polemiche sulla Biennale di Venezia per i padiglioni di Israele e Russia, fino alla liberazione di Saif Abukeshek e Thiago Avila e alla ripartenza delle mobilitazioni verso Gaza.
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Fonti
#Biennale
Il Post – Le proteste contro la partecipazione di Israele alla Biennale di Venezia
Il Post – Alla fine il padiglione russo è sia chiuso che aperto
#Giappone
InsideOver – Giappone, maxi proteste contro riarmo e guerra
#Flotilla
Il Fatto Quotidiano – Flotilla: espulsi da Israele i due attivisti Saif Abu Keshek e Thiago Avila
il manifesto – La Global Sumud riparte dalle acque internazionali
Trascrizione episodio
Ci sono grosse polemiche quest’anno attorno alla biennale di Venezia, una delle principali rassegne d’arte al mondo che ha aperto i battenti sabato. Venerdì sera, alla vigilia, ci sono state grosse proteste in particolare contro la presenza del padiglione di Israele. “Nel tardo pomeriggio – racconta il Post – un corteo di circa duemila persone è partito da via Garibaldi, vicino ai Giardini della Biennale, con striscioni che chiedevano la liberazione della Palestina e accusavano Israele di genocidio. In prossimità del padiglione israeliano il corteo è stato fermato dalla polizia in assetto antisommossa e dopo poco si è disperso”.
“Alcuni padiglioni – che in prima dell’apertura ufficiale sono aperti solo alla stampa e agli addetti ai lavori – sono stati chiusi temporaneamente dal personale, in segno di solidarietà con le proteste. Fuori dalle porte sono stati affissi manifesti contro Israele. Stanno circolando per esempio le foto dei padiglioni chiusi di Ecuador, Egitto, Paesi Bassi e Belgio. Il sito Global Project, legato ai centri sociali della zona, ha scritto che sono stati chiusi anche quelli di Austria, Lituania, Catalogna, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Irlanda, Malta, Cipro e Regno Unito”.
Le polemiche comunque non nascono venerdì. Già a marzo si è iniziato a parlare dell’opportunità di invitare Israele, e poi a far discutere c’era anche la decisione della Fondazione che organizza l’evento di permettere quest’anno la riapertura del padiglione della Russia. Nel 2024 la Russia non era stata invitata e il padiglione di Israele era rimasto chiuso per volontà degli artisti. Quest’anno invece la Fondazione ha sempre difeso il diritto di Russia e Israele di aprire i rispettivi padiglioni e partecipare all’esposizione.
Alla fine di aprile però la Giuria internazionale della Biennale Arte di Venezia, ovvero il gruppo di esperti che ha il compito di attribuire i premi principali, aveva dichiarato che avrebbe escluso a priori dall’assegnazione dei premi quei paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Ovvero, per l’appunto, Israele e Russia.
Leggo ancora sul Post: “Questa scelta era stata molto criticata. Il ministero degli Esteri israeliano aveva sostenuto che questa decisione avesse «trasformato la Biennale da uno spazio artistico aperto, caratterizzato da idee libere e senza confini, in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano». L’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, che esporrà le sue opere alla Biennale, aveva minacciato di fare ricorso, sostenendo di essere stato vittima di discriminazione razziale e antisemitismo.
Il ministro italiano della Cultura Alessandro Giuli gli aveva telefonato per esprimergli la sua solidarietà. Poco dopo era arrivato l’annuncio di dimissioni dell’intera giuria”.
La questione filosofica di fondo di tutta questa vicenda riguarda la funzione dell’arte e il suo ruolo sociale, quanto debba/possa/voglia essere coinvolta nelle questioni politiche.
C’è chi sostiene, come ad esempio il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che un’esposizione artistica non debba essere “un tribunale”, ma uno spazio di dialogo, e che il boicottaggio automatico rischia di diventare censura e blocco al dialogo. E che si rischiano di punire gli artisti per le colpe dei governi. Un artista russo o israeliano può essere critico del proprio governo, può essere dissidente, può addirittura usare quello spazio per dire cose scomode.
Al contrario sul Guardian l’artista concettuale Anish Kapoor ha definito giusta e coraggiosa la scelta della giuria di Venezia, affermando che però per coerenza avrebbe dovuto escludere anche il padiglione Usa. Secondo l’artista non si può trattare l’arte come se fosse sospesa nel vuoto, avulsa da un contesto esterno. E bisogna considerare che i padiglioni nazionali della Biennale non sono solo “artisti individuali”, ma appunto rappresentanze statali, e anche gli artisti che partecipano partecipano in rappresentanza di uno stato.
Quindi premiare un padiglione nazionale significa anche, almeno simbolicamente, legittimare uno Stato. E se quello Stato è coinvolto in una guerra di aggressione, in bombardamenti su civili, in accuse di crimini contro l’umanità, allora una giuria può decidere di non partecipare a questa normalizzazione.
È un dibattito che viene da lontano e che è destinato a ripresentarsi ciclicamente. Non credo ci sia una verità assoluta. Ma mettiamola così: penso che ci sia una differenza fra arte e mostra d’arte. Non credo che abbia il minimo senso censurare l’arte. Tipo quando l’Università di Milano proibì il corso su Dostojevsky. L’arte anzi può essere uno strumento potentissimo di elaborazione, sublimazione, superamento dei conflitti.
Discorso diverso però è boicottare non un singolo artista o opera d’arte perché appartenente a un Paese, ma boicottare il padiglione quindi la rappresentanza anche istituzionale di un paese. Lì sono un po’ più dubbioso. Il punto in quel caso per me è: se ti invito, allora quel tema deve essere affrontato e non nascosto. Deve diventare il tema. Invito Russia e Israele a patto che si utilizzi quel luogo per affrontare il conflitto. Non dico risolverlo, ma viverlo in qualche modo. Se invece diventa una scusa per normalizzarlo, per far finta che non esista, allora no. Questo è il mio punto di vista.
Non se ne parla molto, ma da circa un mese il Giappone è attraversato da grandi proteste popolari contro la revisione della Costituzione del Paese, e in particolare contro la modifica di un articolo che riguarda la possibilità del Paese di entrare in guerra.
Leggo su Inside Over, articolo a firma di Federico Giuliani: “La premier Takaichi Sanae è stata chiarissima. Nel suo recente viaggio in Vietnam ha chiesto “discussioni approfondite” sul tema spiegando che la Costituzione, redatta dalle forze di occupazione statunitensi al termine della Seconda Guerra Mondiale, “dovrebbe essere periodicamente aggiornata per riflettere le esigenze dei tempi”.
Sotto i riflettori c’è l’articolo 9 che vieta al Giappone di minacciare o usare la postura militare per risolvere le controversie internazionali. I revisionisti hanno pochi dubbi: questa clausola pacifista limita la capacità nazionale di rispondere alle crescenti minacce rappresentate da Cina e Corea del Nord, e vogliono dunque cambiarla. Come se non bastasse, gli Stati Uniti, il più stretto alleato del Giappone, hanno chiesto a Tokyo di assumere un ruolo più attivo in materia di sicurezza”.
Nello specifico, l’ala conservatrice del Partito conservatore al governo ha chiesto l’abolizione del paragrafo 2 dell’articolo 9 – che non solo vieta al Giappone di entrare in guerra, ma limita anche il possesso di un esercito a tale scopo – e si auspicano che il Paese costruisca una moderna forza di difesa nazionale.
La popolazione giapponese però sembra non essere d’accordo. Lo scorso 3 maggio, in occasione della Giornata della Costituzione, circa 50mila persone si sono radunate al Parco per la prevenzione dei disastri a Tokyo, e hanno gridato slogan e sventolando striscioni contro il riarmo e la revisione costituzionale. Molti striscioni recitavano: “Stop alla revisione costituzionale e all’espansione militare” e “Salvaguardare la Costituzione pacifista”.
Ora, potrete pensare forse che 50mila persone è una manifestazione grande, ma non è una roba storica. In realtà non proprio. In Giappone le manifestazioni sono una cosa piuttosto rara, la società Giapponese è una società con un altissimo rispetto delle regole, per cui la protesta è qualcosa di concepibile solo di fronte a questioni sentite come urgenti e impresci dibili.
E non è una manifestazione unica. Manifestazioni simili sono andate in scena in tutto il Giappone già da svariate settimane. Fra l’altro vi partecipa un pubblico molto eterogeneo composto da attivisti di lunga data, ma anche da semplici famiglie, giovani e giovanissimi. Le proteste si stanno diffondendo, oltre che a Tokyo, anche in grandi città come Osaka, Kyoto e Fukuoka. E la partecipazione sembra aumentare di settimana in settimana.
Torno a leggere l’articolo: “Chi si oppone a qualsiasi revisione costituzionale sostiene che i cambiamenti, anche se graduali, rischiano di svuotare di significato la clausola pacifista, e avvertono che il rafforzamento delle capacità militari potrebbe trascinare il Giappone in conflitti all’estero. Se per molti l’articolo 9 non è solo un vincolo legale, ma un impegno morale plasmato dalla devastazione delle guerre passate, per Takaichi è un nodo fondamentale da sciogliere per tutelare il Paese.
Nel frattempo, la premier ha abolito le restrizioni sulle esportazioni di armi letali, una mossa accolta con favore dagli Stati Uniti e considerata un passo avanti per approfondire la cooperazione militare e industriale con altri alleati”.
Non solo: c’è un altro dato che l’articolo non cita. E che è importante. Anche prima di modificare la Costituzione, il governo ha già imposto una svolta sul riarmo. considerate che il Giappone sarà nel 2026 il terzo Paese al mondo per spesa militare. Questo anche per via del fatto che tradizionalmente il Giappone ha sempre speso poco in armamenti. dopo la Seconda guerra mondiale.
In realtà è già da parecchi anni che il Giappone ha un esercito moderno, anche se le chiama forze di autodifesa. Ma è comunque un esercito relativamente piccolo. Adesso la crescente tensione internazionale sembra aver portato il Paese a voler aumentare la spesa, e Washington sembra spingere in questa direzione.
L’idea di base è quello della cosiddetta deterrenza. Ovvero il principio per cui più io sono armato, e ovviamente tutti lo devono sapere, più sarà difficile che qualcuno mi attacchi. Il problema che non si considera è che la deterrenza è sempre un gioco al rialzo. Mettiamo che un paese si armi 10, io mi armerà 12, allora lui si armerà 15, e così via. Il risultato è un mondo sempre più pieno di armi, in cui se io come singolo paese abbasso il rischio di essere attaccato, ma complessivamente questo rischio si alza.
L’aspetto interessante, e secondo me non scontato, è che oggi, rispetto ad esempio ai momenti che hanno preceduto le grandi guerre — quando il bellicismo aveva invaso non solo i governi, ma anche pezzi enormi della popolazione — sembra che ci sia ancora una distanza abbastanza netta fra chi governa, chi spinge verso il riarmo, e una larga parte della società, che invece resta profondamente contraria alla guerra. Magari non ovunque, magari non sempre in maniera esplicita o organizzata, però questa specie di rifiuto di fondo della guerra mi sembra ancora molto presente.
Saif Abukeshek e Thiago Avila sono stati finalmente liberati. Sto parlando dei due attivisti e organizzatori della Global sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta verso Gaza intecettata illegalmente da Israele in acque internazionali.
Gli oltre duecento attivisti fermati erano stati rilasciati a Cipro, dove erano state condotte le imbarcazioni ma i due, considerati da Israele soggetti pericolosi e vicini a organizzazioni terroristiche, erano stati trasportati in Israele e incarcerati, e si temeva per la loro sorte.
Dopo oltre una settimana di detenzione nelle carceri israeliane, però, i due attivisti sono stati espulsi. Abukeshek, racconta il Fatto Quotidiano, è stato portato ad Atene e da lì trasferito a Barcellona dove è atterrato intorno alle 17.30: l’attivista palestinese ha infatti il passaporto spagnolo.
Avila sta per essere accompagnato in Egitto, per poi essere imbarcato su un volo diretto in Brasile, suo Paese d’origine.
Nel frattempo la flotilla era ripartita da Creta diretta in Turchia, dove è arrivata ieri sera e dove ci sarà una sorta di summit internazionale per capire come proseguire. Andrea Sceresini, giornalista del manifesto che sta partecipando alla missione, scrive: “Prima di proseguire, tuttavia, la Flotilla avrà bisogno di riorganizzarsi. Perciò, appena giunti a Marmaris, i membri della missione si riuniranno in un grande meeting internazionale, nel corso del quale verranno «rivalutate e approfondite» le strategie politiche da adottare nel prossimo futuro. Si continuerà subito verso Gaza, come previsto dai piani? Oppure, potrebbero esserci ulteriori rallentamenti?
QUEL CHE È CERTO, è che questo improvviso pit-stop in terra anatolica ha fatto storcere non pochi nasi, specie tra gli attivisti più agguerriti. L’impressione è che i tempi possano effettivamente allungarsi non poco, soprattutto per evidenti ragioni di sicurezza, anche se questo porterebbe alla defezione di diversi membri della missione.
Intanto, seppur nel silenzio dei media, due giorni fa è partito alla volta di Gaza anche il Sumud Land Convoy. Lo compongono circa mille persone, tra cui anche diciotto italiani, che nelle prossime settimane percorreranno via terra tutto il Nordafrica, dalla Mauritania all’Egitto, e cercheranno di entrare nella Striscia attraverso il valico di Rafah. Con sé, gli attivisti portano una quindicina di camion di aiuti umanitari, alcuni bus medici, quindici ambulanze e una ventina di case mobili.
Fra tre giorni la carovana arriverà a Tripoli, dopodiché, in seguito a un breve stop, i mezzi ripartiranno in direzione della Palestina.
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