La Francia è la prima grande economia mondiale ad avere una roadmap di uscita dalle fonti fossili
Durante il summit dei volenterosi per il clima in Colombia il paese ha presentato una tabella di marcia per uscire da carbone, petrolio e gas entro il 2050.
La Francia ha deciso di mettere nero su bianco una data di uscita per ciascuna fonte fossile: carbone entro il 2030, petrolio entro il 2045 e gas per usi energetici entro il 2050. È il primo paese fra le principali economie globali a farlo. La roadmap, raccontata da Le Monde e presentata alla conferenza internazionale di Santa Marta, in Colombia, non introduce nuovi impegni climatici, ma riunisce sotto un unico documento obiettivi e politiche già esistenti, rendendo più leggibile il percorso di decarbonizzazione del Paese. Secondo il governo francese, l’obiettivo è passare da circa il 60% di fonti fossili nei consumi finali di energia del 2023 al 40% nel 2030 e al 30% nel 2035, fino alla neutralità climatica nel 2050.
Molti Paesi hanno assunto impegni generali per ridurre le emissioni, ma pochi hanno indicato scadenze distinte ed esatte per carbone, petrolio e gas. La Francia parte da una condizione particolare: per via del forte peso del nucleare nel suo mix elettrico, produce già poca elettricità da idrocarburi rispetto ad altre grandi economie europee. Questo rende più semplice una parte del percorso, ma non risolve i nodi più difficili, che riguardano trasporti, riscaldamento, industria e consumi quotidiani.
La roadmap prevede l’elettrificazione di settori oggi ancora molto dipendenti dai combustibili fossili. Nel caso del petrolio, il governo punta soprattutto sui trasporti: crescita dell’auto elettrica, infrastrutture di ricarica, elettrificazione dei mezzi pesanti e dei bus, oltre a un aumento del trasporto pubblico. Per il carbone, il documento indica la chiusura delle ultime centrali entro il 2027, pur mantenendo il termine complessivo del 2030 per la fine dell’uso della fonte.
La scelta francese arriva in un momento in cui la sicurezza energetica è tornata al centro del dibattito globale. La conferenza di Santa Marta, co-organizzata da Colombia e Paesi Bassi, è nata anche dalla frustrazione per la lentezza dei negoziati climatici multilaterali. Secondo Reuters, circa 60 governi hanno partecipato ai lavori, mentre Stati Uniti, Cina e alcuni grandi produttori mediorientali non erano presenti. Il vertice non puntava a produrre accordi vincolanti, ma a discutere strumenti concreti: finanza, riforma dei sussidi, regolazione, elettrificazione e condizioni per gli investimenti industriali.
Anche la Colombia, Paese ospitante della conferenza di Santa Marta insieme ai Paesi Bassi, ha presentato una propria bozza di roadmap per la transizione fuori dalle fonti fossili. Il caso colombiano ha un valore particolare perché riguarda un’economia ancora legata all’estrazione e all’esportazione di carbone, petrolio e gas, ma guidata da un governo che negli ultimi anni ha scelto di non concedere nuovi contratti per l’esplorazione di idrocarburi. La proposta, elaborata con il supporto di un gruppo scientifico internazionale, punta a indicare come un Paese produttore possa ridurre gradualmente la dipendenza dalle fossili senza ignorare i nodi sociali, occupazionali e fiscali della transizione. Proprio per questo, il percorso colombiano appare più complesso di quello francese: non si tratta solo di sostituire consumi energetici, ma di ripensare una parte rilevante del modello economico nazionale.







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