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11:06 24 Aprile 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

13 anni fa la tragedia del Rana Plaza in Bangladesh ha sconvolto il mondo della moda. Cosa è cambiato da allora

La situazione è migliorata, anche se molte criticità persistono. Da quell’evento è nato anche il movimento Fashion Revolution, che chiede più trasparenza e consapevolezza.

Autore: Redazione
crollo rana plaza

Il 24 aprile 2013 il crollo del Rana Plaza, un edificio industriale in Bangladesh, causò la morte di oltre 1.100 persone e il ferimento di migliaia di lavoratori del settore tessile. A tredici anni di distanza, quella tragedia resta uno spartiacque per l’industria della moda globale, portando alla luce in modo drammatico le condizioni di lavoro nelle filiere produttive e aprendo un dibattito che continua ancora oggi.

Il Rana Plaza ospitava diverse fabbriche che producevano abiti per marchi internazionali. Nonostante crepe evidenti nella struttura, i lavoratori furono costretti a entrare. Il crollo rese evidente ciò che fino ad allora in pochi avevano voluto osservare: una filiera costruita su costi bassissimi, scarsa sicurezza e poca trasparenza.

Nei mesi successivi, sotto la pressione dell’opinione pubblica globale, nacquero nuove iniziative per migliorare le condizioni di lavoro. Tra queste, l’Accordo sulla sicurezza degli edifici e la prevenzione degli incendi in Bangladesh, che ha portato a migliaia di ispezioni e interventi nelle fabbriche. Alcuni progressi sono stati registrati: maggiore attenzione alla sicurezza strutturale, più controlli e una crescente responsabilità formale da parte dei grandi marchi.

Allo stesso tempo, però, molte criticità persistono. Secondo diversi rapporti di organizzazioni come Clean Clothes Campaign e International Labour Organization, i salari nel settore tessile in molti Paesi produttori restano al di sotto del livello di sussistenza, mentre la contrattazione sindacale incontra ancora ostacoli significativi.

La produzione continua inoltre a spostarsi verso aree con minori tutele, un fenomeno documentato anche da OECD e World Bank, contribuendo a mantenere la filiera della moda frammentata e poco trasparente, con responsabilità difficili da tracciare lungo tutta la catena del valore.

La tragedia ha portato anche alla nascita del movimento Fashion Revolution, nato proprio all’indomani del crollo del Rana Plaza per iniziativa di Carry Somers e Orsola de Castro, designer e attiviste già impegnate sui temi della moda etica. Il movimento ha trasformato l’anniversario del 24 aprile in una giornata – poi in una settimana – di mobilitazione globale, chiedendo a cittadini e consumatori di rivolgere ai marchi una domanda semplice: “Who made my clothes?”, chi ha fatto i miei vestiti?

In Italia il movimento è presente con Fashion Revolution Italia, coordinato da Marina Spadafora, stilista e attivista per la moda etica. Anche Italia che Cambia ne ha parlato più volte, per esempio raccontando la Fashion Revolution Week, il Fashion Revolution Film Festival e il ruolo del movimento nel portare l’attenzione non solo sull’impatto ambientale della moda, ma anche su quello sociale: salari, sicurezza, diritti e trasparenza delle filiere. con una domanda semplice: “Who made my clothes?”.

L’iniziativa ha contribuito a diffondere consapevolezza tra i consumatori e a spingere i brand verso una maggiore trasparenza. Ogni anno, durante la Fashion Revolution Week, cittadini, attivisti e organizzazioni chiedono alle aziende di rendere pubbliche informazioni su fornitori, condizioni di lavoro e impatti ambientali. Lo scorso anno l’organizzazione ha organizzato anche un Film festival dedicato alla moda sostenibile.

Anche grazie a movimenti come Fashion Revolution negli ultimi anni alcuni marchi hanno iniziato a pubblicare dati più dettagliati sulla propria filiera e sono cresciuti strumenti come gli indici di trasparenza. Parallelamente si è rafforzato il dibattito su modelli alternativi, dal riuso alla moda circolare, fino alla riduzione dei volumi di produzione.

Tuttavia, il cambiamento resta parziale e disomogeneo. Da un lato aumenta l’attenzione pubblica e si moltiplicano le iniziative per una moda più etica; dall’altro il modello del fast fashion continua a dominare il mercato globale, alimentando ritmi produttivi elevati e pressione sui costi.

A tredici anni dal Rana Plaza, la questione non è più invisibile. Ma la trasformazione della filiera richiede ancora scelte sistemiche, che coinvolgano imprese, governi e consumatori. In questo senso, il lascito più rilevante di quella tragedia è forse proprio l’apertura di uno spazio di responsabilità condivisa, in cui informazione e consapevolezza possono tradursi in azione.

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