9 anni fa veniva ucciso il ciclista Michele Scarponi, ma il suo impegno vive nella Fondazione a lui intitolata
Era il 22 aprile 2017 quando il campione di ciclismo Michele Scarponi veniva ucciso durante un allenamento. Oggi la Fondazione omonima è in prima fila per promuovere sicurezza stradale e cultura ciclistica.
“Appena sveglio andò in garage, prese la bici appoggiata alla parete che Giacomo e Tommaso avevano decorato per lui con le loro impronte colorate. Uscì prima che loro si svegliassero, senza far rumore“. Sono le ultime righe di Michele Scarponi – Profondo come una salita, il libro della giornalista sportiva Alessandra Giardini che racconta attraverso immagini e storie la vita di Michele Scarponi. Una conclusione che bandisce i ricordi dolorosi in favore di quelli più teneri e intimi, che hanno poi sostenuto i familiari del ciclista nel percorso di creazione e gestione delle attività della Fondazione Michele Scarponi.
Michele Scarponi aveva 37 anni ed era appena diventato capitano dell’Astana, importante squadra di ciclismo professionistico. Quel 22 aprile era uscito per allenarsi in vista del Giro d’Italia lungo le strade di Filottrano, nelle Marche, il suo paese natale. Pochi minuti dopo l’inizio dell’allenamento però, giunto a un incrocio, venne travolto un furgone che non aveva rispettato la precedenza, perdendo la vita sul colpo.
In memoria dello sportivo, i suoi familiari hanno creato una Fondazione a lui intitolata, “con lo scopo di onorare in modo degno e duraturo la memoria di Michele Scarponi affinché la sua eredità costituita da valori umani, civili e sportivi, vissuti intensamente giorno dopo giorno, con il sorriso, l’allegria, la fatica e la fiducia in un futuro migliore, non vada mai perduta; nonché di tutelare l’immagine sportiva, civile e sociale di Michele Scarponi vagliando tutto ciò che viene realizzato con riferimento alla sua persona ed alla sua opera”.
Dalla sua nascita, la Fondazione Michele Scarponi si occupa attivamente di promuovere la sicurezza stradale, il ciclismo sportivo, la mobilità dolce e l’uso della bicicletta nella vita di ogni giorno. “Perché continuiamo a prendere l’automobile per andare da qui a lì, per portare i figli a scuola, per compiere tragitti che potremmo fare a piedi o in bicicletta?”, ha commentato la Fondazione pochi giorni fa, commentando i dati Rapporto Isfort sulla mobilità degli italiani letto alla luce dell’attuale situazione geopolitica e della crisi energetica che ha innescato.
Di recente la Fondazione ha preso una posizione netta anche sul caso della città30, in particolare sulle peripezie che il programma attuativo ha incontrato a Bologna, dove il provvedimento era stato applicato e poi sospeso per via di un ricorso che il TAR ha accolto – ironia della sorte, in virtù di un aggiornamento del codice introdotto dal Ministro Salvini proprio per osteggiare la diffusione delle città30 –, per poi essere ripresentato pochi giorni fa. “Vale la pena ricordarlo: secondo i riscontri dell’OMS, una persona investita a 30 km/h ha fino al 90% di probabilità di salvarsi, mentre se viene investita a 50 km/h ha l’80% di probabilità di morire”, fa notare la Fondazione Michele Scarponi.







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