Sciopero per la Palestina: l’Italia si ferma per chiedere la fine del genocidio
Lo sciopero per la Palestina di oggi si protrarrà per 24 ore e porterà in piazza migliaia di persone per protestare contro la politica genocida di Israele, sostenuta dal Governo italiano.
Oggi, venerdì 29 maggio, è stato proclamato uno sciopero per la Palestina e contro la guerra. Si tratta di uno sciopero generale che coinvolge diversi settori, dalla sanità alla scuola, dai trasporti ai Vigili del Fuoco. I servizi di emergenza e quelli ordinari nelle fasce protette saranno comunque garantiti. Diverse anche le sigle sindacali che, unendo le forze, hanno proclamato lo sciopero: Cub, Sgb, Adl, Si Cobas, Usi Cit, Usb. Gli organizzatori hanno diramato un comunicato in cui spiegano nel dettaglio i motivi dello sciopero per la Palestina.
“Contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi ad Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti sicurezza come il D.L. 23/2026 e i precedenti del 2025; contro gli abusi della Commissione di Garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della Logistica (per l’abrogazione delle L.146/90 e L.83/00); contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro”.
Sulla disparità fra l’aumento delle spese militari, su cui pesa anche il sostegno del Governo italiano alla politica genocidaria di Israele, e le politiche per sostenere il mondo del lavoro, che sono gravemente carenti e inefficaci, insiste anche lo staff italiano della Flotilla, che come tante sigle aderisce allo sciopero: “E mentre i miliardi scorrono verso il settore della difesa, verso contratti e appalti militari, la realtà è che i salari reali sono tra i più bassi d’Europa, fermi da vent’anni, mentre aumenta vertiginosamente il costo della vita”.
“Giovani e meno giovani sono intrappolati in contratti precari, part-time e lavoro nero”, prosegue il comunicato. “A un esercito di disoccupati, soprattutto al Sud e soprattutto under 35, viene detto che non ci sono risorse. Le risorse invece ci sono, ma vengono dirottate altrove. La sanità pubblica viene smantellata pezzo dopo pezzo. Le case non si trovano o gli affitti sono al di là delle possibilità dei proletari. I suicidi sul lavoro e per il lavoro non fanno notizia. I morti nelle fabbriche vengono chiamati incidenti”.
Al centro – ma ormai defilato nell’agenda mass mediatica – il genocidio in corso a Gaza e l’intensificazione della politica coloniale israeliana. Nei giorni scorsi Netanyahu ha dichiarato che l’obiettivo del Governo israeliano è controllare il 70% della Striscia di Gaza, rispetto al 60% attuale. E ha dato ordine all’esercito di procedere. Tutto ciò – è bene ricordarlo – in palese e grave violazione del cessate il fuoco annunciato da Trump a ottobre, la cui seconda fase prevedeva il ritiro totale dell’IDF dalla striscia.
A ciò si aggiunge la decisione dell’ONU di inserire anche Israele – dopo Hamas e insieme alla Russia – fra i soggetti che usano la violenza sessuale come arma di guerra. La reazione di Israele, tramite una nota diffusa dal Ministero degli Esteri, è stata accusare le Nazioni Unite e in particolare il loro Segretario Generale Antonio Guterres di “essere diventati una piattaforma di propaganda anti-israeliana”. In particolare, sembra aver dato fastidio l’accostamento ad Hamas: “Guterres sta affannosamente costruendo una falsa simmetria con Israele”, dichiara il Ministero.






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