È morto Ernesto Burgio, il pediatra che ha portato l’epigenetica nel dibattito pubblico italiano
Per decenni ha studiato il legame tra ambiente, stili di vita e salute, in particolare nell’insorgenza dei tumori. Lo avevamo intervistato nel 2019.
È morto il 6 luglio Ernesto Burgio, medico pediatra, ricercatore e tra i più noti divulgatori italiani di epigenetica. Burgio era palermitano, ma una parte importante della sua storia passava da Pavia, dove si era laureato in Medicina e chirurgia nel 1977, per poi specializzarsi in Clinica pediatrica all’Università di Firenze nel 1980.
Da quella formazione clinica aveva costruito un percorso originale, sempre più orientato verso la biologia molecolare, la genetica e appunto l’epigenetica: la disciplina che studia come fattori ambientali (inquinamento, sostanze chimiche) e stili di vita (alimentazione, stress, traumi) possano modificare il modo in cui i geni si “accendono” o si “spengono”, senza alterare la sequenza del Dna. È la differenza tra avere una predisposizione genetica e sviluppare effettivamente una malattia: per Burgio, quella differenza si giocava soprattutto nell’ambiente in cui una persona vive, e in particolare nei primi anni di vita e in gravidanza.
Su questo aveva costruito gran parte della sua attività scientifica: la carcinogenesi ambientale, i tumori infantili, il neurosviluppo, le origini fetali delle malattie. Considerava la gravidanza e la primissima infanzia una fase di particolare vulnerabilità, in cui esposizioni dannose potevano produrre effetti destinati a manifestarsi anche decenni dopo. Ne avevamo parlato direttamente con lui in un’intervista di Annalisa Jannone pubblicata da Italia che Cambia nel 2019, dedicata proprio al rapporto tra epigenetica e cancro.
Nella sua visione, la prevenzione non coincideva solo con la diagnosi precoce, ma significava ridurre le esposizioni dannose e intervenire prima che il danno si trasformasse in malattia conclamata. Una posizione che lo ha reso una voce riconoscibile nel dibattito sulla medicina ambientale, ascoltata non solo in ambito accademico ma anche da associazioni e comunità locali.
Il suo nome resta legato a lungo a Isde (l’Associazione internazionale medici per l’ambiente), di cui è stato presidente del comitato scientifico, alla Società Italiana di Medicina Ambientale e all’European Cancer and Environment Research Institute di Bruxelles, nel cui consiglio scientifico ha lavorato per anni. Aveva collaborato anche con gruppi di ricerca legati all’Organizzazione mondiale della sanità sui temi della salute infantile e ambientale.
Nella sua biografia c’è anche l’esperienza come pediatra missionario in alcuni Paesi africani e in Romania: un capitolo che restituisce il senso complessivo del suo percorso, una medicina intesa non solo come cura individuale ma come responsabilità collettiva verso l’ambiente in cui si vive.








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