Grazie alla guerra si lavora di più: ecco i dati sull’occupazione
Secondo un’indagine di una piattaforma specializzata, il business della guerra sta alimentando il mercato della domanda e dell’offerta di lavoro, soprattutto in Italia.
Uno studio della piattaforma globale di recruiting Indeed ha evidenziato come negli ultimi quattro mesi il mercato del lavoro italiano legato all’industria bellica abbia registrato un’impennata fortissima, passando dall’1% al 13% dell’offerta europea. Il primato spetta ancora alla Francia, il paese che storicamente ha sempre guadagnato di più dal business della guerra ma che negli ultimi anni sta subendo la rimonta di altri paesi come Germania, Gran Bretagna e appunto Italia.
Le offerte di lavoro sono in forte aumento, ma va considerato tutto l’indotto. In particolare sono molto richieste figure professionali nei settori della tecnologia – sistemi autonomi, cybersecurity, piattaforme digitali e analisi dei dati – e della manifattura. Il successo del settore della guerra va in netta controtendenza con quello del mercato di lavoro in generale, che negli ultimi cinque anni ha visto una riduzione del 15% delle proposte pubblicate su Indeed.
Un dato rilevante e per certi versi inquietante è la crescita dell’interessa da parte di lavoratori e lavoratici: sempre secondo Indeed, in Italia 6 ricerche ogni 10000 riguardano posizioni lavorative nel settore difesa – edulcorazione terminologica per non parlare di guerra, armi e industria bellica. Questo dato indica che sono sempre di più le persone per cui la posizione lavorativa – per motivazioni che possono essere legate alla retribuzione, al prestigio, alle possibilità di carriera o ad altri fattori – conta più di valutazioni di ordine etico e morale.
Va però sottolineato che questo dato è fortemente influenzato anche dalle politiche pubbliche. Pesano soprattutto gli obiettivi chiari e consistenti fissati dall’Unione Europea con il programma Rearm Europe e dalla NATO con l’obiettivo del 5% del PIL per le spese militari che hanno indicato chiaramente la via che la politica vuole seguire, a cui si è accodato anche il mercato del lavoro.
Non si può non concludere questa analisi sottolineando ancora una volta come molte tendenze descritte poggino su una serie di condotte politiche ed economiche dalla legittimità molto dubbia. Un esempio su tutti quello di Leonardo SPA – il cui maggior azionista è lo Stato italiano, tramite il Ministero delle Finanze che detiene il 30,2% del pacchetto azionario – è oggetto di due procedimenti giudiziari per presunta complicità nel genocidio israeliano e violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana.






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