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9:56 6 Luglio 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

I braccianti scendono in piazza: “Noi moriamo per raccogliere i vostri pomodori”

Centinaia di braccianti hanno occupato la basilica di Bari per protestare contro le condizioni disumane di vita e di lavoro e contro lo spreco dei fondi europei per il superamento dei ghetti in cui vivono.

Autore: Redazione
braccianti
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Si chiamava Alagie Singath e si è tolto la vita lo scorso aprile, quando il luogo dove viveva è stato invaso da acqua e fango. È stato l’ultima vittima in ordine di tempo del ghetto di Torretta Antonacci, nel foggiano, dove vivono più di 2000 persone, quasi tutte braccianti, in condizioni disperate. Goccia dopo goccia, sabato il vaso è traboccato: la comunità del ghetto è scesa in strada e ha occupato la basilica di San Nicola a Bari per chiedere diritti e riconoscimenti che il sistema del caporalato – grazie all’indifferenza di buona parte del mondo politico e civile – nega sistematicamente.

“Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome”, scrive l’USB, che ha affiancato i braccianti durante la manifestazione. “Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche”.

Le richieste dei manifestanti sono chiare: lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste; acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così; documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione. “Non chiediamo carità, pretendiamo giustizia”, specifica USB.

Non è stato solo il drammatico peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita portato dalle temperature estreme a spingere i braccianti a scendere in strada. Il 30 giugno infatti è scaduto il termine per disporre dei finanziamenti del PNRR. Ritardi, progetti bloccati e scadenze mancate hanno infatti vanificato lo stanziamento dei 114 milioni destinati a superare i ghetti della provincia di Foggia, fra cui quello di Torretta Antonacci. “Un governo che ha letteralmente buttato dalla finestra i 200 milioni di euro che l’Unione Europea aveva inviato tramite il PNRR per il superamento delle baraccopoli dei braccianti nel Sud Italia, come altro chiamarlo se non governo assassino?”, tuona l’USB.

Quello del caporalato è un dramma che si consuma silenziosamente, spesso ignorato dai media – a parte quando avviene qualche tragedia, come l’assassinio dei quattro bracciati bruciati vivi dentro la loro auto in Calabria –, dalla politica e dalla società civile. Un dramma che non riguarda solamente il sud Italia, come generalmente si pensa, ma anche il resto del Paese, come per esempio la zona di Saluzzo, in Piemonte, epicentro della della filiera ortofrutticola regionale. Ma le sacche di resistenza contro questo sistema ci sono e si fanno sentire. Nel cuneese per esempio c’è Humus Job, start up innovativa che sta rivoluzionando il mondo del lavoro agricolo costruendo un modello per contrastare il lavoro irregolare in agricoltura e le derive di sfruttamento e caporalato.

Diverse anche le iniziative a sostegno dei braccianti vittime del caporalato in Calabria, un’altra zona ad alto rischio. Alcuni esempi? Il progetto Spartacus, che riproduce le funzioni utili del caporalato ma all’interno di una cornice legale e rispettosa dei diritti delle persone. Oppure Gias, azienda agricola che ha ristrutturato delle case per i braccianti, messo su un servizio di trasporto con autisti scelti tra i lavoratori stessi e unito formazione lavorativa all’attività nei campi. O ancora, il Comune di Cassano allo Jonio, che ha organizzato una navetta gratuita, alternativa a quelle operate dai caporali, che porta i braccianti nei campi e li riporta in paese.

“Non stiamo parlando di una soluzione strutturale, sia chiaro”, chiarisce il direttore di Italia Che Cambia Andrea Degl’Innocenti in una rassegna stampa dedicata al tema. “Il caporalato è un sistema enorme, radicato, che prospera sull’assenza dello Stato e sulla vulnerabilità delle persone e che è intrinsecamente connesso con la struttura della filiera alimentare. Ma queste storie ci dicono che comunque anche nelle maglie strette del sistema attuale si possono iniziare a costruire delle alternative“.

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