In Calabria non c’è solo il caporalato: molte aziende lo stanno combattendo – 11/6/2026
Un reportage del Post sulle iniziative che in Calabria contrastano il caporalato, il conflitto dimenticato nel Sahara Occidentale e le inaspettate connessioni tra il farmaco Ozempic e l’industria casearia.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Caporalato
Il Post – Le aziende che aiutano i braccianti migranti a uscire dal caporalato
Italia che Cambia – Io faccio così 150 – Sos Rosarno: prodotti di qualità contro il caporalato
#SaharaOccidentale
il manifesto – Alto esponente del Fronte Polisario vittima del patto militare tra Marocco e Israele
#Ozempic
entangled tutto è connesso – L’Ozempic e il prezzo del formaggio
Trascrizione episodio
Il primo giugno scorso, sulla costa jonica calabrese, quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi in un minivan. Le ennesime vittime del caporalato. ne abbiamo parlato anche qui, una storia bruttissima, che affonda le radici nelle fragilita sistemiche della nostra fliera alimentare.
Come al solito, se n’è parlato per qualche giorno, poi la notizia è sparita dai giornali. Il Post però ci è andato a fare un reportage, in quella zona – quindi innanzitutto un plauso al Post – ed è andato a incontrare le aziende e le iniziative che si oppongono al caporalato, scoprendo che sono molte e solide.
Su ICC ne abbiamo raccontate diverse negli anni, a partire da Sos Rosarno. Ma è interessante osservare come un giornale sicuramente più grande e strutturato di noi, ormai una realtà molto ben posizionata nel panorama del giornalismo italiano faccia un’operazione di solution journalism a tutti gli effetti.
Vediamo cosa hanno trovato. Leggo: “Sulla costa jonica nel nord della Calabria, dove il primo giugno quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi in un minivan, ci sono anche aziende agricole che assumono i lavoratori con contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. Provvedono alla casa e al trasporto, in modo da evitare che si rivolgano a caporali, cioè persone che fanno da intermediari per ingaggiare i braccianti, sfruttarli e trattenere parte della loro paga. Li assumono andandoli a cercare soprattutto nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro, o in quelle pugliese di Borgo Mezzanone e di Rignano.
Queste aziende riescono a lavorare nella legalità grazie a un progetto che si chiama Spartacus, ideato dall’associazione Giuste Terre e finanziato da alcune fondazioni e dai soldi dell’8 per mille versati alla Chiesa valdese. «Cerchiamo di far assumere il più possibile le persone legalmente e di garantire ai braccianti la possibilità di avere un alloggio, perché se continuano a vivere nei ghetti o alle dipendenze dei caporali è tutto inutile», dice il responsabile del progetto Gianantonio Ricci.
Ricci dice che in un anno sono riusciti a far assumere 180 persone che vivevano a Borgo Mezzanone o a San Ferdinando, tirandole fuori dai ghetti e sottraendole al caporalato”.
Considerate che nelle campagne calabresi, secondo uno studio del CNR, dodicimila migranti lavorano in condizioni di irregolarità. Intrappolati nel sistema del caporalato, appunto, ovvero una sorta di mafia in cui un intermediario, il caporale, ti trova il lavoro, in nero, pagato pochissimo o non pagato proprio, ti procura anche la casa e il trasporto. In pratica, gestisce la tua vita. E in cambio si tiene una parte del tuo salario. I migranti spesso non denunciano, come spiega al Post Deborah La Rocca dell’associazione Cidis, «non solo perché sono intimiditi, ma anche perché temono di perdere il lavoro, la casa e il sostegno degli sfruttatori». Perché spesso il caporale è l’unica persona che ti offre un tetto, e una qualche forma di stabilità. Al tempo stesso le aziende agricole si rivolgono ai caporali perché sono gli unici che possono fornirgli mano d’opera a basso costo, con orari e tempistiche irregolari che dipendono dai raccolti. E a loro volta le aziende agricole sono strozzate da un sistema di ripartizione del valore lungo la filiera che premia la Gdo, quindi i supermercati, e la lavorazione dei prodotti, quindi le grande aziende, e strozza i produttori.
Capire che il problema è strutturale, tuttavia, non deve e non può essere una scusa per chi sfrutta i lavoratori per continuare a farlo. E infatti c’è chi si è inventato sistemi diversi.
Di fatto, quello che il progetto Spartacus fa è riprodurre le funzioni utili del caporalato ma all’interno di una cornice legale e rispettosa dei diritti delle persone. Vanno nelle baraccopoli di San Ferdinando, di Borgo Mezzanone, di Rignano, cercano i braccianti, e li mettono in contatto con aziende agricole che sono disposte ad assumere in regola e aderiscono al progetto. Così facendo garantiscono ai braccianti la possibilità di avere un alloggio. E in un anno sono riusciti a portare fuori dai ghetti centottanta persone. Che su dodicimila non sarà una percentuale gigantesca, ma è comunque un inizio e sono comunque centottanta esseri umani che non sono più costretti a fare quella vita.
L’azienda più grande che ha aderito si chiama Gias, è a San Marco Argentano, nell’entroterra calabrese: è un’azienda gigante, da tremila ettari, ventimila piante di melograni, produce nocciole per la Ferrero, e nei picchi di raccolta fino a mille lavoratori stagionali. Hanno ristrutturato delle case per i braccianti, messo su un servizio di trasporto con autisti scelti tra i lavoratori stessi, e gli insegnano anche il mestiere.
E poi c’è Cassano allo Jonio, una cittadina di quarantamila abitanti, dove il Comune ha messo su una navetta gratuita che porta i braccianti nei campi e li riporta in paese. All’inizio non saliva nessuno — racconta l’autista Danilo Mignogna, «i braccianti passavano dritti con lo sguardo abbassato e salivano sui mezzi dei caporali». Poi, piano piano, qualcuno ha cominciato a fidarsi. Adesso il bus da 23 posti è sempre pieno e fa più corse al giorno. Alcune aziende agricole chiamano direttamente il Comune per chiedere che il pullmino passi anche da loro.
Non stiamo parlando di una soluzione strutturale, sia chiaro. Il caporalato è un sistema enorme, radicato, che prospera sull’assenza dello Stato e sulla vulnerabilità delle persone e che è intrinsecamente connesso con la struttura della filiera alimentare. Ma queste storie ci dicono che comunque anche nelle maglie strette del sistema attuale si possono iniziare a costruire delle alternative.
“Lahbib Mohamed Abdelaziz, membro della Segreteria Nazionale del Fronte Polisario e comandante di brigata, «è caduto mentre era in azione, insieme ad altri due commilitoni, in un’area vicino al muro di confine con il Sahara Occupato nella regione di Mijek». Così recitava il comunicato rilasciato domenica dal Fronte Polisario, che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale”.
Siamo sul manifesto, e Stefano Mauro racconta in questo articolo lo strano patto che tiene uniti Marocco e Israele, e che ha prodotto l’ennesima vittima.
Okay, facciamo un passo indietro. Perché per capire questa storia bisogna capire dove siamo, geograficamente e politicamente.
Il Sahara Occidentale è un territorio grande più o meno come l’Italia, affacciato sull’Atlantico, tra il Marocco a nord e la Mauritania a sud. Ed è un territorio occupato illegalmente dal Marocco. Era una colonia spagnola. Quando nel 1975 la Spagna se ne andò, il Marocco decise di occuparlo militarmente, rivendicandolo come proprio. Il fatto però è che lì dentro vive un popolo, i Saharawi, che quella terra la considera casa sua. E che da allora vive diviso tra chi è rimasto sotto occupazione marocchina e chi è fuggito nei campi profughi in Algeria — campi che esistono ancora oggi, dove vivono decine di migliaia di persone da quasi cinquant’anni.
Il Fronte Polisario è il movimento di liberazione dei Saharawi. è stato fondato nel 1973, e nel 1976 ha proclamato la Repubblica Araba Saharawi Democratica, la RASD, che è riconosciuta da una settantina di stati nel mondo ma non dall’ONU come stato membro. Il Fronte Polisario ha combattuto contro il Marocco per anni, poi nel 1991 ha firmato un cessate il fuoco — in cambio di una promessa: che si tenesse un referendum sull’autodeterminazione, con cui il popolo saharawi avrebbe scelto il proprio destino. Quel referendum non è mai arrivato. E nel novembre 2020, dopo quasi trent’anni di attesa, il Fronte Polisario ha ripreso le armi.
A complicare ulteriormente la situazione dei saharawi c’è anche il cosiddetto Muro di Sabbia — o “muro della vergogna”, come lo chiamano i Saharawi. Costruito dal Marocco a partire dal 1980, lungo duemila e settecento chilometri, è una barriera fortificata, sorvegliata, disseminata di mine che divide il territorio in due: da un lato la parte controllata dal Marocco, dall’altro la zona liberata dove opera il Fronte Polisario. È uno dei muri più lunghi del mondo, le mine causano centinaia di morti o amputazioni l’anno, perché in quelle terre i saharawi coltivano, i bambini giocano. Eppure non ne parla quasi nessuno.
Al solito, c’entrano le risorse. Il territorio infatti è desertico ma ricco di fosfati, che sono alla base dei fertilizzanti industriali usati in tutto il mondo, senza i quali non esisterebbe un’agricoltura industriale. Inoltre ha abbondanti zone di pesca.
E arriviamo all’ultima novità raccontata dall’articolo. Lahbib Mohamed Abdelaziz, 37 anni, è morto in combattimento nei pressi di questo muro. Non è un nome qualunque: è il figlio di Mohamed Abdelaziz, il fondatore storico della RASD, morto nel 2016.
Leggo: Lahbib apparteneva a una generazione sospesa tra due epoche. Nato nel 1989, pochi anni prima del cessate il fuoco del 1991, è cresciuto insieme a migliaia di giovani saharawi nell’attesa di un «referendum di autodeterminazione» che avrebbe dovuto rappresentare il naturale approdo del processo di pace. La sua vita coincide così con quella di un’intera generazione cresciuta nella speranza di una soluzione politica, ma costretta a confrontarsi con il progressivo logoramento delle promesse internazionali e, infine, con il ritorno della guerra.
Poi l’articolo racconta un fatto particolare, che in pochi conoscono. Non so se per caso questa vicenda, la segregazione, una popolazione confinata, un territorio occupato illegalmente, vi ricorda qualcosa. Fatto sta che il Marocco, dalla ripresa delle ostilità nel 2020, si è dotato di un arsenale tecnologico militare in larga parte fornito da Israele. Droni israeliani sorvolano i territori saharawi. Esperti militari israeliani supportano le operazioni. Satelliti di ricognizione israeliani individuano le posizioni dell’esercito di liberazione saharawi.
È una collaborazione molto concreta, documentata, che ha già prodotto decine di vittime, non solo tra i combattenti, ma anche tra i civili nomadi che si trovano nell’area, e persino cittadini mauritani e algerini. Almeno 92 morti dall’inizio del conflitto.
In cambio di cosa? Il Marocco ha concesso a compagnie petrolifere israeliane i diritti di esplorazione di gas al largo del Sahara Occidentale — un territorio che, ricordiamolo, l’ONU considera ancora “non autonomo”, cioè non marocchino. In pratica si stanno spartendo risorse di un territorio occupato. Risorse che appartengono, almeno sulla carta, al popolo saharawi.
Lahbib Mohamed Abdelaziz – conclude l’articolo – è l’ennesima vittima di un conflitto oscurato e negato dal Marocco. Dalla rottura del cessate il fuoco Rabat fa affidamento «sull’arsenale e sulle tecnologie offerte da Israele», beneficiando di esperti militari e informazioni fornite dai satelliti di ricognizione israeliani per colpire le posizioni dell’Esercito di Liberazione Saharawi (Eslp).
Di nuovo, siamo di fronte a notizie in cui si intrecciano questioni di risorse, occupazione militare, equilibri e alleanze geopolitiche.
Ieri è uscita la seconda puntata di “entangled tutto è connesso”, la mia nuova newsletter in cui ogni settimana prendo due notizie apparentemente distanti e mostro le connessioni che le tengono unite. La puntata di ieri è stata particolarmente sorprendente anche per me che l’ho scritta, anche particolarmente lunga e complessa da scrivere.
Visto che ho realizzato un video dedicato, ve lo faccio vedere/ascoltare direttamente:
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