Allevamenti senza gabbie: raggiunte in anticipo le 50mila firme per la legge di iniziativa popolare
La proposta di legge di iniziativa popolare “Gabbie Vuote” ha raggiunto le firme necessarie con settimane d’anticipo. La raccolta prosegue fino al 16 settembre per rafforzare il testo prima del deposito in Parlamento.
La proposta di legge di iniziativa popolare “Gabbie vuote”, per vietare l’utilizzo delle gabbie in tutti gli allevamenti italiani, ha raggiunto, con diverse settimane di anticipo sulla scadenza prevista, le 50mila firme certificate necessarie alla sua calendarizzazione in Parlamento.
Il testo era stato depositato lo scorso marzo presso la Corte di Cassazione da Essere Animali, associazione che lavora per superare tutte le forme di sfruttamento nei confronti degli animali che condividono con noi il pianeta, in collaborazione con The Good Lobby, organizzazione che si occupa di promuovere una rinnovata cultura della partecipazione. La raccolta firme era partita il 12 marzo sulla piattaforma dedicata del Ministero della Giustizia, accessibile tramite SPID o Carta d’Identità Elettronica.
«Grazie a decine di migliaia di cittadine e cittadini preoccupati per le enormi sofferenze che gli animali rinchiusi all’interno degli allevamenti intensivi in Italia vivono ogni giorno, quest’anno abbiamo la possibilità di fare la storia», ha commentato Essere Animali dopo il raggiungimento del quorum.
La campagna, denominata Gabbie Vuote, punta a introdurre un divieto nazionale esteso a tutte le specie allevate, in un Paese dove questa pratica riguarda ancora, secondo i dati diffusi dall’associazione, oltre 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, circa 600mila scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie, per un totale di circa 40 milioni di animali.
A sostenere la richiesta di un divieto sono anche le valutazioni scientifiche dell’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che raccomanda di evitare l’uso delle gabbie, riconoscendole come fonte di stress cronico e problemi fisici per gli animali allevati.
A livello europeo, la coalizione promotrice dell’Iniziativa dei Cittadini Europei “End the Cage Age” aveva raccolto, tra il 2018 e il 2020, oltre 1,4 milioni di firme certificate, ottenendo dalla Commissione europea, nel giugno 2021, un impegno formale a presentare entro fine 2023 una proposta legislativa per l’eliminazione graduale delle gabbie negli allevamenti dell’Unione, con l’obiettivo di renderle vietate entro il 2027.
La scadenza non è stata rispettata, e la coalizione di associazioni – coordinata da Compassion in World Farming – ha portato la Commissione davanti alla Corte di Giustizia dell’UE, che a marzo 2026 ha discusso il ricorso per inadempienza. Solo lo scorso luglio Bruxelles ha pubblicato la Livestock Strategy, annunciando l’intenzione di presentare entro la fine del 2026 una revisione mirata alle norme sul benessere di galline ovaiole e polli da carne, con il progressivo superamento delle gabbie, e di estendere l’intervento ai suini entro il secondo trimestre del 2027.
Diversi Paesi europei, intanto, si stanno già muovendo in questa direzione. Austria e Lussemburgo hanno vietato, per le galline ovaiole, anche le gabbie “arricchite” (quelle con uno spazio leggermente maggiore per ogni gallina e alcuni elementi pensati per rispondere a comportamenti naturali della specie), andando oltre il divieto delle gabbie convenzionali già in vigore in tutta l’Unione dal 2012, mentre in Svezia la produzione di uova da allevamenti in gabbia è di fatto cessata senza che sia stato necessario un divieto formale.
La Francia ha bloccato dal 2018 la costruzione di nuovi impianti con gabbie per le ovaiole, la Repubblica Ceca ha introdotto un divieto che entrerà in vigore nel 2027 e la Slovenia nel 2029, mentre la Germania prevede l’eliminazione completa delle gabbie per le ovaiole entro il periodo 2026-2029. Anche sul fronte delle scrofe alcuni Stati si sono già mossi: la Svezia ha vietato le gabbie di gestazione già nel 1994, mentre Austria e Finlandia hanno fissato la scadenza rispettivamente al 2033 e al 2035.
In Italia l’allevamento in gabbia resta una pratica diffusa e priva di un divieto specifico a livello nazionale. Tuttavia, sul piano del sostegno pubblico alla transizione, qualcosa si muove. La Legge di Bilancio 2026 ha istituito, con un emendamento trasversale sottoscritto da senatori di maggioranza e opposizione, un Fondo per la transizione a sistemi di allevamento cage-free, con una dotazione di 500mila euro per il 2026 e di un milione di euro annuo a partire dal 2027, destinata agli allevatori che scelgono di abbandonare le gabbie.
Si tratta del primo finanziamento pubblico italiano dedicato in modo specifico a questo obiettivo, anche se le stesse associazioni promotrici lo definiscono un primo passo, ricordando che la dotazione iniziale prevista in fase di discussione parlamentare era più alta. A questo si affiancano gli strumenti previsti dal Piano Strategico Nazionale della Politica Agricola Comune (PAC) 2023-2027 e i fondi nazionali integrativi.
La raccolta firme, pur avendo già superato il quorum necessario, resta aperta fino al 16 settembre, con l’obiettivo dichiarato di consolidare il numero di sottoscrizioni e ridurre il rischio, comune alle leggi di iniziativa popolare, che il testo resti inevaso nei cassetti parlamentari di Montecitorio o Palazzo Madama.
Per firmare la proposta è necessario accedere (tramite Spid, Cie o sistemi simili) alla piattaforma dedicata del Ministero della Giustizia.








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