Piemonte, 700mila alberi in fumo: gli incendi accelerano la crisi climatica, ma si possono prevenire
Gli incendi hanno colpito soprattutto la Valsesia e la Val d’Ossola, alimentando la crisi climatica. Prevenire gli incendi conviene molto più che spegnerli: sulle strategie, il dibattito è aperto.
Gli incendi boschivi che nei giorni scorsi hanno interessato il Piemonte, ora quasi ovunque domati, hanno distrutto secondo le stime dei vigili del fuoco circa 700mila alberi, su un’area compresa tra gli 8 e i 9 chilometri quadrati. I roghi si sono sviluppati nelle province di Torino, Vercelli e del Verbano-Cusio-Ossola, con le conseguenze più gravi registrate in Valsesia e in Val d’Ossola.
Nel comune di Premosello Chiovenda, in Val d’Ossola, l’incendio era divampato più di una settimana fa e ha richiesto l’intervento di circa duecento persone tra vigili del fuoco e volontari. Il fronte del fuoco è ora sotto controllo e non si sta più allargando, anche grazie alle piogge di venerdì sera.
Secondo i vigili del fuoco, all’origine dei roghi non ci sarebbero attività umane ma fulmini caduti nei giorni precedenti, le cui fiamme si sarebbero poi propagate rapidamente a causa delle temperature elevate, della siccità e del vento che hanno alimentato l’incendio.
La Regione Piemonte ha annunciato che, non appena la situazione lo consentirà, avvierà le attività di stima dei danni nelle diverse aree colpite, per individuare dove sarà necessario intervenire con il ripristino dei boschi, anche piantando nuovi alberi dove i danni sono più gravi. Nelle zone più colpite serviranno dai 2 ai 5 anni perché tornino le prime specie vegetali e animali, e dai 50 ai 70 anni perché i nuovi alberi raggiungano la piena maturità.
Gli incendi boschivi sono sia una conseguenza della crisi climatica, che un suo potente acceleratore. Le fiamme rilasciano nell’atmosfera il carbonio che i boschi hanno accumulato nel corso di decenni, contribuendo in modo significativo alle emissioni globali di CO2 (secondo alcune stime gli incendi nel mondo raggiungono quote paragonabili a quelle dell’intera Unione Europea in un anno).
Si innesca così un circolo vizioso (il termine tecnico è ciclo di retroazione positivo, o positive feedback loop): temperature più alte e siccità più frequenti rendono la vegetazione più secca e infiammabile, favorendo incendi più estesi e intensi, che a loro volta liberano ulteriore anidride carbonica e alimentano il riscaldamento globale.
Di fronte a questo scenario, gli esperti sono concordi nell’indicare la prevenzione e i sistemi di allerta precoce come gli strumenti più efficace, oltre che il più convenienti: secondo il dossier appena pubblicato dall’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montsani (Uncem), spegnere un incendio può costare fino a otto volte di più rispetto a prevenirlo.
Tra le strategie più diffuse figurano la creazione di viali tagliafuoco, il cosiddetto fuoco prescritto, bruciature controllate per ridurre il combustibile vegetale in eccesso, il potenziamento dei punti di rifornimento idrico e della viabilità forestale, e le campagne di sensibilizzazione rivolte a cittadini e turisti.
È in questa direzione che si muove anche la Regione Piemonte, che nel novembre 2025 ha approvato le Linee guida per i piani di prevenzione territoriali, con cinque progetti pilota già avviati in Alta Valsusa, Valli Maira e Grana, Val d’Ossola, Valle Bormida e Valli di Lanzo, finanziati con oltre 4,5 milioni di euro di fondi europei.
Al centro di questi piani c’è la gestione sostenibile del bosco: interventi mirati a ridurre il sottobosco secco e la massa vegetale combustibile, ritenuti dagli enti competenti (Regione, Uncem, organizzazioni come il PEFC) la misura più efficace, capace secondo alcune analisi di ridurre fino a nove volte la probabilità di incendio nei boschi certificati.
Su questo aspetto, tuttavia, non mancano voci più caute: parte della comunità scientifica sottolinea che l’efficacia reale di alcune pratiche di prevenzione indiretta resta un tema ancora poco supportato da letteratura solida, e nel più ampio dibattito sulla conservazione della natura c’è chi propende invece per un maggiore spazio ai processi naturali spontanei (il cosiddetto approccio rewilding) per la tutela della biodiversità forestale.
Spesso, chi sostiene questo approccio non propone un’assenza totale di intervento, ma un tipo diverso di gestione: ad esempio la reintroduzione di grandi erbivori selvatici e semi-selvatici come cavalli allo stato brado, che pascolando mantengono bassa la vegetazione e creano naturalmente fasce aperte con la stessa funzione dei viali tagliafuoco.
Una recente review scientifica indica questa strategia come più economica rispetto alla rimozione meccanica del sottobosco, soprattutto nelle aree remote e meno accessibili. In Italia un progetto pilota in questa direzione, Re-wildfires, è attivo dal 2022 in Sicilia.








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