La rivoluzione solare in Africa che nessuno ha visto arrivare
Le importazioni di pannelli solari cinesi in Africa sono cresciute del 60% in un anno. Non servono a grandi centrali, ma a milioni di piccoli impianti. Nel 2025 le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix energetico del continente.
La rivoluzione energetica in Africa non passa dalle grandi centrali ma dai tetti di case, negozi e piccole imprese. Secondo un’analisi del think tank energetico Ember, basata sui dati doganali cinesi, le importazioni di pannelli solari verso il continente africano sono aumentate del 60% nei dodici mesi terminati a giugno 2025, raggiungendo 15.032 megawatt contro i 9.379 dell’anno precedente.
Un aggiornamento più recente dello stesso think tank, relativo all’intero 2025, parla di una crescita del 48% su base annua, fino a 18,8 gigawatt: nello stesso periodo, per la prima volta, le fonti rinnovabili avrebbero superato il carbone nel mix elettrico africano: quest’ultimo è passato dal 45% al 24%, mentre le rinnovabili sono salite al 26%.
A colpire non è solo la scala del fenomeno, ma la sua distribuzione: la crescita non riguarda più solo il Sudafrica, che storicamente ha rappresentato la metà delle importazioni del continente, ma si è allargata a macchia d’olio. Venti paesi hanno stabilito nuovi record di importazione nei dodici mesi considerati, e 25 hanno superato la soglia dei 100 megawatt, contro i 15 del periodo precedente. La Nigeria ha superato l’Egitto diventando il secondo importatore del continente con 1.721 megawatt, mentre l’Algeria è balzata al terzo posto con una crescita di 33 volte rispetto all’anno prima.
Dietro questi numeri c’è una logica economica molto semplice, che spiega perché il fenomeno si stia diffondendo così rapidamente anche nelle aree più povere e meno servite dalla rete elettrica. In Nigeria un pannello solare cinese da 420 watt costa circa 60 dollari e produce mediamente 550 chilowattora l’anno; la stessa cifra spesa in diesel garantisce circa 275 chilowattora. Il pannello si ripaga quindi in circa sei mesi, per poi fornire energia sostanzialmente gratuita per i vent’anni successivi.
L’impatto potenziale sui sistemi elettrici nazionali è enorme, anche se resta in gran parte da verificare sul campo. Ember stima che, ad esempio, se tutti i pannelli importati in Sierra Leone nell’ultimo anno venissero effettivamente installati, potrebbero generare elettricità pari al 61% della produzione totale registrata nel 2023; in Ciad il dato salirebbe al 49%.
In altri cinque paesi, Liberia, Somalia, Eritrea, Togo e Benin, l’aumento potenziale supererebbe il 10% della produzione 2023. Lo stesso think tank ammette però che mancano ancora dati definitivi su quanti pannelli siano stati realmente installati rispetto a quelli semplicemente importati: la fotografia è quella di un fenomeno enorme ma ancora poco monitorato.








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