Riforma dei comuni montani: l’elenco ufficiale lascia fuori 346 comuni
Il decreto attuativo della legge 131/2025 ridisegna la mappa dei comuni montani italiani: 346 territori escusi dall’elenco storico. Ma le agevolazioni economiche dipendono da un secondo decreto ancora da scrivere.
Dal 22 luglio l’Italia avrà una nuova mappa dei comuni montani. Il DPCM n. 121/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 luglio, modifica i criteri con cui un comune può essere classificato come montano e approva contestualmente l’elenco aggiornato: 3.715 comuni, contro i 4.061 che rientravano nella classificazione storica basata sulla legge 991 del 1952. Saranno dunque 346 i comuni che escono dall’elenco, la maggior parte concentrati negli Appennini.
Il decreto attua l’articolo 2 della legge 131/2025, approvata alla fine dello scorso anno. Si tratta della riforma sulle zone montane voluta dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli. I nuovi criteri si basano esclusivamente su parametri geomorfologici: altitudine e pendenza del territorio comunale.
Per essere considerato montano, un comune deve ad esempio avere almeno il 20% della superficie sopra i 600 metri e almeno il 25% con pendenza superiore al 20%, oppure un’altitudine media di almeno 350 metri accompagnata da una quota minima di pendenza, o ancora un’altitudine media di 400 metri. Sono previste anche clausole per i comuni confinanti con territori già classificati come montani. A differenza della vecchia normativa, il nuovo impianto non tiene conto di fattori socioeconomici o demografici: una scelta che è al centro delle critiche mosse da amministratori locali e opposizioni.
La reazione dei territori esclusi è stata immediata. ALI (Autonomie Locali Italiane) ha definito il decreto un “atto politico pervicace e arrogante”, annunciando che la mobilitazione nei territori coinvolgerà cittadini e forze sociali. Anche UNCEM, l’associazione nazionale dei comuni montani, ha chiesto una “svolta”, sostenendo che la riforma privilegi il contenimento della spesa rispetto alla soluzione dei problemi strutturali delle aree montane.
Diversi sindaci, in particolare nelle Marche, hanno annunciato ricorsi al TAR e l’autosospensione dall’ANCI, che nelle settimane precedenti alla pubblicazione aveva chiesto invano al governo di sospendere l’iter del provvedimento.
Le polemiche sono dovute anche al fatto che dalla classificazione come comune montano potrebbe dipendere l’accesso a una serie di incentivi previsti dalla stessa legge 131/2025, come bonus casa, crediti d’imposta per imprese, agevolazioni per giovani imprenditori, medici, insegnanti, ecc.
Tuttavia il DPCM appena pubblicato stabilisce solo chi è un comune montano. Non definisce ancora quali comuni avranno accesso alle agevolazioni economiche, visto che questo passaggio è demandato a un secondo decreto, che dovrà incrociare i parametri geomorfologici con criteri socioeconomici come reddito, spopolamento, distanza dai servizi essenziali e che al momento non ha una data di pubblicazione certa.
Su questo tema a maggio era già stata depositata alla Camera una proposta di legge, a firma del deputato PD Marco Sarracino, per rivedere i criteri ritenuti troppo rigidi e rifinanziare il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane.
Inoltre la stessa legge prevede che l‘elenco dei comuni montani possa essere aggiornato ogni anno, entro il 30 settembre, sulla base dei dati Istat, con effetto dal gennaio successivo: una finestra che i territori esclusi e le associazioni di categoria intendono usare per chiedere una correzione dei parametri prima che si arrivi al secondo decreto attuativo.
Al di là delle critiche, pur legittime, ai criteri di classificazione, come notava Paolo Piacentini su Italia che Cambia lo scorso gennaio commentando la legge, il vero nodo resta un altro: la carenza di rappresentanza politica delle aree montane e la necessità di formare una classe amministrativa capace di trasformare le risorse in progetti che funzionino davvero per le comunità.








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