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29 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Usa-Iran, l’accordo è vicino? Intanto a Gaza… – 29/5/2026

Aggiornamenti su Iran, Libano e Gaza. La chiusura dello Stretto di Hormuz mette a rischio la sicurezza alimentare globale. In Italia, l’INGV pubblica il primo dataset open sulla fagliazione superficiale.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Va bene, è un po’ che non ne parliamo, quindi direi che è il momento di tornare a vedere cosa sta succedendo in Iran, Libano e Gaza. Anche perché da ieri si parla con sempre maggio insistenza di accordo fra Usa e Iran, di Trump che si vuole prendere qualche giorno per riflettere, e allora cerchiamo di capire cosa bolle in pentola.

Ricapitoliamo rapidamente dov’eravamo rimasti. Dall’8 aprile è in vigore un cessate il fuoco fragile tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. Un cessate il fuoco che però non ha mai smesso di essere violato, più o meno apertamente, da entrambe le parti. Nonostante l’accordo prevedesse il contrario, lo Stretto di Hormuz — quella striscia di mare attraverso cui passa circa un terzo del petrolio e del gas mondiali e di cui l’Iran ha preso il controllo all’inizio del conflitto, e a cui gli Usa hanno risposto con un ulteriore blocco — è rimasto sostanzialmente chiuso in tutto questo periodo. E nel mezzo di tutto questo, Israele ha continuato a bombardare pesantemente il Libano e ieri Netanyaho ha ordinato all’esercito di occupare militarmente il 70% della striscia di Gaza.

In questo quadro piuttosto caotico, nelle ultime settimane, e con ancora più forza negli ultimi 3-4 giorni si è parlato moltissimo di un possibile accordo fra il governo Usa e quello iraniano che ponesse fine in maniera stabile al conflitto. Mercoledì alcuni funzionari americani hanno detto che è stato raggiunto un’intesa di principio con l’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Intanto, mentre si trattava, gli attacchi militari reciproci sono continuati. Finché, nel pomeriggio di ieri, ha iniziato a rimbalzare la notizia che Iran e Usa avrebbero raggiunto un accordo, ma serve il via libera finale di Donald Trump, che ha chiesto qualche giorno per valutarlo. 

Si tratterebbe di un memorandum d’intesa, ovvero di un accordo preliminare, in cui, per quello che sappiamo, dovrebbe attivarsi da subito una proroga del cessate il fuoco per due mesi e l’avvio di negoziati sul programma nucleare iraniano. Inoltre sembrerebbe che l’Iran si sia impegnato a riaprire subito lo stretto e a sminarlo entro 30 giorni, mentre il blocco navale americano verrà revocato in proporzione al ripristino della navigazione commerciale.

Diversi media hanno riportato che la leadership iraniana avrebbe accettato la bozza di accordo. La questione centrale, adesso, sarebbe capire se gli Usa – leggasi Trump – sia disposto ad accettare la richiesta principale dell’Iran: ovvero chiudere prima la guerra e sistemare Hormuz, rimandando il dossier nucleare a un secondo momento. Una situazione molto distante dalle posizioni di partenza americane, che chiedevano lo smantellamento totale del programma nucleare, dei missili balistici e della marina iraniana. 

Spostiamoci a Gaza. Su quel fronte la novità principale, come vi accennavo, è che ieri Netanyahu ha dichiarato che l’obiettivo attuale è controllare il 70% della Striscia di Gaza, rispetto al 60% attuale. E ha dato ordine all’esercito di procedere.

Tutto ciò, è importante ricordarlo, avviene mentre in teoria sarebbe in corso la famosa fase due dell’accordo di cessate il fuoco fra israele e Hamas, che prevedeva il ritiro totale dell’IDF dalla striscia. E che non sta funzionando un granché. A testimoniarlo c’è anche il fatto che il famoso board of peace, quella specie di organismo voluto da Trump, inaugurato in pompa magna, e che avrebbe dovuto garantire la pace e la ricostruzione di Gaza, che tutti i governi membri dovevano finanziare (il solo Trump aveva promesso 10 miliardi di dollari, gli altri paesi 7) ha sul conto corrente 0 dollari. Tipo me, ma io almeno non faccio chissà che proclami.

In parallelo il governo Israeliano ha portato alla Knesset, il parlamento, una legge che estenderebbe il controllo israeliano sui siti archeologici e culturali nelle aree B e C della Cisgiordania. E alcune indiscrezioni Usa affermano che Netanyau punta a prendersi anche la spianata delle moschee. Insomma, è sempre più evidente che il governo israeliano ha un suo piano ben preciso per Gaza e la Cisgiordania che prevede nei fatti l’eliminazione dello stato palestinese. Mi sembra che questo inizi ad essere qualcosa di vicino a un fatto. 

Restando più o meno in tema, Francesco Bilotta sul manifesto racconta come della crisi in Medio oriente stia facendo le spese il settore agricolo europeo, che è ancora molto dipendente dai combustibili fossili, in tante maniere. Leggo:

“La dipendenza dell’agricoltura moderna dalle fonti fossili è apparsa evidente con la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz sta avendo un grande impatto sulle produzioni agricole. Il sistema alimentare mondiale, già in una condizione di forte sofferenza, si trova a fare i conti con la carenza dei fertilizzanti sintetici derivati dagli idrocarburi. 

L’attuale modello di produzione e consumo basato sulle monocolture, col 70% della superficie agricola mondiale impiegata a produrre mangimi per animali, causa sfruttamento e impoverimento dei suoli. Da qui la necessità di dover impiegare quantità sempre più elevate di fertilizzanti per tenere alte le rese. Attualmente, metà della produzione alimentare mondiale vede l’impiego di fertilizzanti di sintesi”.

Poi l’articolo racconta il complesso ciclo produttivo dei fertilizzanti: “I fertilizzanti azotati sono i più impiegati, ma per ottenerli è necessario un complesso processo produttivo. Si parte dal gas naturale per estrarre l’idrogeno che, combinato con l’azoto, porta alla formazione di un prodotto intermedio che è l’ammoniaca che, a sua volta, viene fatta reagire con l’anidride carbonica per ottenere l’urea, il principale fertilizzante azotato. Sono processi che hanno elevati costi di produzione, richiedono enormi quantità di energia e liberano grandi quantità di gas serra. Anche nella preparazione dei fertilizzanti fosfatici e potassici, che derivano da minerali presenti in natura, entra in gioco un derivato del petrolio, lo zolfo.

QUELLA CHE SI STA GIOCANDO nel Golfo persico è una partita che riguarda non solo il petrolio e il gas naturale, ma anche la produzione di cibo. Perché dallo stretto di Hormuz passa un quarto del petrolio mondiale, ma anche un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti e dei componenti fondamentali per produrli (ammoniaca, urea, zolfo). Le semine primaverili, che stanno interessando le aree agricole dell’emisfero settentrionale, dove si trova il 90% della popolazione mondiale, sono già partite e gli agricoltori non sanno se avranno a disposizione quantità sufficienti di fertilizzanti e a che prezzo.

LE PRODUZIONI DI RISO E MAIS saranno le più colpite in Europa, ma è nei paesi dell’Asia e dell’Africa che si accentuerà l’insicurezza alimentare. L’India, il paese più popolato del pianeta e che fa fatica a sfamare i suoi abitanti, importa attraverso lo stretto di Hormuz l’80% dell’ammoniaca e il 40% di urea da impiegare in agricoltura. Il primo ministro indiano ha lanciato un appello agli agricoltori invitandoli a dimezzare l’impiego di fertilizzanti. Anche nei paesi del Sud-Est asiatico con economie agricole basate sui cereali come il riso, si fa largo impiego di fertilizzanti azotati di importazione. La situazione è analoga in molti paesi africani: Sudan (dove è in corso una grave carestia per la guerra civile), Somalia, Kenya, Tanzania, Mozambico importano oltre il 50% dei fertilizzanti da impiegare nei terreni agricoli più degradati. La Fao ha lanciato nelle scorse settimane un grave allarme per una possibile crisi alimentare globale”.

Poi l’articolo cita tutta una serie di dati sulla dipendenza mondiale dai fertilizzanti azotati e conclude con una critica al piano d’azione della Commissione europea del 19 maggio, che secondo le associazioni ambientaliste affronta solo l’emergenza immediata senza toccare il problema strutturale: l’Europa già usa più azoto di quanto i suoli riescano ad assorbire, e continuare così è insostenibile sia ecologicamente che economicamente.

Intendiamoci, le risposte alle emergenze come queste sono essenziali, altrimenti non si mangia. Dobbiamo però iniziare a fare lo sforzo di inserire nelle nostre risposte, anche degli elementi migliorativi del sistema. Le crisi che emergono una dopo l’altro sono sintomo delle fragilità strutturali e delle storture del nostro sistema. Se non iniziamo a metterci le mani, continueranno a ripresentarsi a ritmo crescente.

È uscito il primo dataset italiano sulla fagliazione superficiale. Che detta così suona un po’ come una supercazzola, ma in realtà è una roba interessante.  

Sappiamo abbastanza bene che l’Italia è un paese sismico. Una cosa che è meno conosciuta è che in alcune aree, se i terremoti sono particolarmente forti, posso dare origine a questo fenomeno chiamato appunto fagliazione superficile. È un fenomeno geologico per cui le faglie, ovvero le fratture della crosta terrestre che danno origine ai blocchi che scorrono gli uni rispetto agli altri, arrivano fino alla duperficie durante un terremoto spaccando letteralmente il suolo. 

Non è un fenomeno molto frequente, ma quando succede è devastante. Considerate che nessuna struttura è considerata in grado di resistervi, perché è come se si aprosse una crepa nella terra. 

Ecco, fino ad oggi l’Italia aveva mappe abbastanza precise su dove potrebbero avvenire i terremoti, ma non aveva uno strumento che dicesse: “se qui sotto si muove quella faglia, qual è la probabilità che la terra si spacchi anche in superficie, e dove esattamente”

Questo è quello che fa PDF-Italy 1.0, il database appena rilasciato dall’INGV. In pratica hanno preso due cataloghi che già esistevano — uno sulle sorgenti sismogenetiche, cioè dove possono originarsi i terremoti, e uno sulle faglie attive e capaci, cioè quelle potenzialmente in grado di rompersi — e li hanno incrociati per produrre una mappa probabilistica. Nel senso che: per ogni faglia capace del territorio italiano, ti dice quanto è probabile che si riattivi in superficie se si verifica un terremoto nelle vicinanze.

Ne emerge questa mappa utilissima, che dice che in molte aree del nostro paese non dovremmo proprio costruire, o dovremmo eliminare le costruzioni presenti, perlomeno le infrastrutture chiave. Pensate a costruire una scuola o un ospedale sopra una faglia, senza sapere che c’è, è un rischio enorme. Adesso abbiamo uno strumento in più per evitarlo. Non risolve tutto, ovviamente, ma colma un vuoto che c’era da un po’.

Il dataset è open, scaricabile, con licenza libera.

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