Il Consiglio dell’Ue ha votato per deregolamentare i “nuovi OGM”
Il voto apre la strada all’ultimo passaggio legislativo sulle Nuove tecniche genomiche (NGT), mentre resta acceso lo scontro su trasparenza, brevetti e futuro delle sementi in Europa.
Il 21 aprile 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha approvato il nuovo quadro normativo sulle piante ottenute con le Nuove Tecniche Genomiche (NGT), dette anche “nuovi OGM”, avvicinando la deregolamentazione di una parte di esse al passaggio decisivo. Con il voto favorevole di 18 Paesi, tra cui l’Italia, l’accordo prevede che molte varietà NGT vengano equiparate a quelle convenzionali, con meno obblighi su etichettatura, tracciabilità e valutazione del rischio. Secondo i governi favorevoli questo passaggio può accelerare l’innovazione e l’adattamento climatico in agricoltura, mentre secondo diverse realtà contadine e ambientaliste rischia di ridurre trasparenza e controllo pubblico sulla filiera.
I cosiddetti nuovi OGM, che in Italia vengono spesso chiamati TEA (Tecniche di evoluzione assistita), comprendono soprattutto due tecniche, la cisgenesi e il genome editing: a differenza degli OGM “classici” questi sistemi non introducono necessariamente geni di specie lontane, ma intervengono sul patrimonio genetico della pianta in modo più mirato, modificando o trasferendo sequenze compatibili con la stessa specie o con specie affini. Gli OGM “classici” sono invece basati soprattutto sulla transgenesi, cioè sull’inserimento di materiale genetico esterno.
Il nuovo quadro normativo distingue le piante ottenute con NGT in due categorie. Le NGT-1 sono quelle considerate equivalenti alle varietà convenzionali: saranno sottoposte a una verifica iniziale da parte delle autorità nazionali, ma non avranno gli obblighi ordinari previsti per gli OGM su etichettatura al consumo, tracciabilità lungo la filiera e valutazione del rischio; l’etichettatura resterà prevista per sementi e altro materiale riproduttivo. Le NGT-2, invece, comprendono le modifiche genetiche ritenute più complesse e continueranno a rientrare nella normativa UE sugli OGM, con autorizzazione, tracciabilità ed etichettatura obbligatorie. Restano inoltre esclusi dalla categoria 1 alcuni tratti, come la tolleranza agli erbicidi e la produzione di sostanze insetticide note.
La Commissione e i governi favorevoli sostengono che l’equiparazione di alcune NGT alle coltivazioni convenzionali possa favorire la diffusione di colture più resilienti, capaci di usare meno acqua e meno input chimici e di adattarsi più rapidamente alla crisi climatica; il Consiglio Ue sostiene che questa riforma possa giovare alla competitività del settore agroalimentare e alla sicurezza alimentare.
Ma i nodi aperti sono molti. Alcune organizzazioni, come Rete Semi Rurali, contestano l’esenzione da valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura per una larga parte delle nuove varietà, osservando anche che la proposta non chiarisce davvero come garantire la coesistenza con agricoltura biologica e filiere libere da OGM. Altre realtà, da Via Campesina a campagne come No Patents on Seeds!, insistono poi sul tema dei brevetti: temono che la deregolamentazione rafforzi il controllo del mercato sementiero da parte di pochi grandi operatori, riducendo autonomia degli agricoltori, biodiversità coltivata e accesso libero alle sementi.
La questione dei brevetti è in effetti uno dei punti più controversi dell’intero iter europeo. Il nodo è questo: se una pianta NGT o un suo tratto genetico è coperto da brevetto, chi la sviluppa o la utilizza può dover pagare licenze, subire limitazioni d’uso o trovarsi escluso dal mercato. I brevetti introducono spesso forme di sudditanza e dipendenza degli agricoltori rispetto alle grandi aziende.
Il Parlamento europeo, nella sua posizione del 2024, aveva scelto una linea molto dura, sostenendo un divieto totale di brevetti per tutte le piante NGT, il materiale vegetale, le loro parti, le informazioni genetiche e le caratteristiche di processo, proprio per evitare “incertezza giuridica”, costi più alti e nuove dipendenze per gli agricoltori. Chiedeva anche alla Commissione un rapporto specifico sull’impatto dei brevetti su accesso alle sementi, innovazione e opportunità per le PMI.
Nel Consiglio, invece, il tema ha bloccato a lungo la formazione di una maggioranza qualificata: i ministri agricoli non riuscirono allora a trovare un accordo comune anche perché molte delegazioni insistevano sulla necessità di affrontare meglio proprio questo punto. Il compromesso finale non introduce un divieto dei brevetti, ma misure di trasparenza e monitoraggio.
Anche il governo italiano, rappresentato dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ha votato a favore. L’esecutivo Meloni considera le nuove tecniche genomiche uno strumento utile per rendere l’agricoltura più resiliente alla crisi climatica, più produttiva e meno dipendente da acqua e fitofarmaci, e insiste nel distinguerle dagli OGM tradizionali. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida le ha più volte presentate come tecniche “mirate” e “naturali”, rivendicando per l’Italia un ruolo d’avanguardia nella ricerca e nella sperimentazione. Una linea che viene contestata da chi teme un arretramento sul fronte delle garanzie, della trasparenza e dell’autonomia contadina.
Con l’approvazione da parte del Consiglio dell’Ue resta solo un ultimo passaggio per completare l’iter legislativo europeo, che prevede che Commissione, Consiglio e Parlamento approvino lo stesso testo. Manca dunque solo il voto finale del Parlamento europeo, atteso per il 18 maggio: se Strasburgo approverà il testo concordato, il regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ed entrerà poi in vigore secondo i tempi tecnici previsti. La questione però continua a far discutere.







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