Bevande vegetali: pene severe per chi le chiama “latte”
La legge 1519 approvata pochi giorni fa alla Camera inasprisce la normativa stabilendo severe sanzioni per chi definisce “latte” le bevande vegetali.
Il provvedimento è contenuto all’interno della legge 1519 approvata il 15 aprile alla Camera, dopo essere già passata in Senato, intitolata “Disposizioni sanzionatorie a tutela dei prodotti alimentari italiani”. Si tratta del testo a tutela del Made in Italy, che dovrebbe proteggere le eccellenze italiane e le denominazioni biologico, DOP e IGP. Fra i vari punti, la legge contiene anche la definizione di un apparato sanzionatorio abbastanza severo per chi inserisce la dicitura “latte” parlando di bevande vegetali.
La vera novità è proprio la parte economica, poiché questo divieto esisteva già a livello comunitario ed è disciplinato dal Regolamento UE 1308/2013 che stabilisce che tutti i prodotti derivati dal latte – quindi anche quelli caseari o lo yogurt – non possono essere equiparati ai loro omologhi plant based. Per intenderci: non si può più dire “latte di riso” ma bisogna dire “bevanda vegetale a base di riso”.
È vietato in generale il milk sounding e questo rende illegale qualsiasi uso della parola “latte”, anche per negare che la bevanda è effettivamente latte. Sono dunque proibite diciture come “not milk” o anche assonanze e giochi di parole che richiamano al latte – ad esempio “mylk“. Questa posizione rafforza la linea inaugurata con la “guerra” alla carne vegetale, scoppiata negli USA e giunta in Italia con la motivazione ufficiale di proteggere la filiera zootecnica.
Ma la vera novità della crociata contro le bevande vegetali sono le sanzioni. La legge 1519 infatti prevede: sanzione amministrativa pecuniaria da 4.000 a 32.000 euro oppure pari al 3% del fatturato totale annuo se superiore a 32.000 euro, con tetto massimo di 100.000 euro; sequestro della merce e di ogni materiale o supporto mediante cui è commessa la violazione, ai fini della confisca e distruzione; esclusione del pagamento in misura ridotta; applicazione della sanzione anche qualora le denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che specificano l’origine vegetale del prodotto o siano accompagnate da formulazioni negative.
Come anticipato e come sottolineato anche dal portale Veganok, quest’ultimo punto è quello più penalizzante, quello che rischia di avere le ripercussioni maggiori sulla diffusione delle bevande vegetali. “Significa che non basta più scrivere ‘bevanda a base di soia, tipo latte’ o ‘alternativa vegetale al latte’ per stare al sicuro: anche le formulazioni più trasparenti verso il consumatore rientrano nel perimetro sanzionatorio”.
Quali potrebbero essere dunque queste temute ripercussioni? Principalmente una riduzione del volume d’affari – che oggi ammonta a circa 639 milioni di euro – delle bevande vegetali. Come ci ha spiegato anche dalla redattrice di Veggie Channel Isabella Vendrame, associare prodotti vegetali, il loro sapore e l’esperienza gustativa in generale a quella dei prodotti animali è un passaggio importante per avvicinare chi segue una dieta onnivora alle alternative plant based. Inoltre con la legge 1519 vengono indistintamente penalizzate anche le buone pratiche di etichettatura, un aspetto che ancora oggi rappresenta un tallone d’Achille dell’alimentazione.






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