Barriere artificiali e frangiflutti stanno accelerando l’erosione delle spiagge italiane
Le opere rigide di difesa costiera – come scogliere e pennelli – coprono già il 18% del litorale italiano. Un nuovo database ISPRA aiuta a ripensare strategie più naturali.
Le coste italiane stanno diventando sempre più fragili. In molti tratti il mare avanza, le spiagge si assottigliano e gli spazi naturali che un tempo proteggevano il litorale – come dune, foci dei fiumi e zone umide – sono stati ridotti o trasformati da case, strade, porti, stabilimenti balneari e altre infrastrutture.
Per difendere questi territori sono state costruite molte opere rigide di difesa costiera. Sono strutture artificiali, spesso fatte di massi, cemento o altri materiali pesanti, pensate per frenare la forza delle onde e proteggere spiagge, abitazioni e attività economiche. Le più diffuse sono scogliere parallele alla riva, pennelli perpendicolari alla costa e barriere aderenti alla spiaggia.
Queste opere possono essere utili in alcuni punti, soprattutto dove ci sono centri abitati o infrastrutture esposte. Ma non sempre risolvono il problema: spesso lo spostano. Le spiagge, infatti, non sono ferme. La sabbia si muove continuamente lungo la costa, trasportata da onde, correnti e fiumi. Quando una barriera interrompe questo movimento, può trattenere sedimenti da una parte e lasciare senza nuovo apporto i tratti vicini, aumentando l’erosione.
Secondo il XVII Rapporto della Società Geografica Italiana, Paesaggi sommersi, entro il 2050 circa il 70% delle spiagge italiane sarà in erosione e il 20% rischia una quasi completa sommersione; al 2100 la quota potrebbe salire al 45%. Le aree più esposte comprendono Alto Adriatico, alcuni tratti tirrenici, Gargano, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia.
In questo quadro, ISPRA ha pubblicato un nuovo geodatabase nazionale sulle opere rigide di difesa costiera. Lo strumento mappa in alta risoluzione scogliere, pennelli, barriere e altre strutture presenti lungo il litorale, integrando le informazioni sull’assetto costiero e offrendo una base utile per monitoraggio e pianificazione.
Il punto, però, è complesso. Le opere rigide possono proteggere tratti specifici di costa, abitati o infrastrutture esposte. Ma nel lungo periodo possono anche interrompere il trasporto naturale dei sedimenti, ridurre il ripascimento spontaneo delle spiagge e aggravare l’erosione nei tratti vicini, soprattutto sottoflutto.
Oggi quasi un quinto della costa italiana è interessato da queste strutture: nel 2020 erano oltre 1.500 chilometri, pari al 18% del totale, con una crescita del 27% rispetto al 2000. In Calabria l’aumento è stato del 66%.
Alla rigidità fisica si somma quella del modello di sviluppo. La fascia entro i 300 metri dal mare è tra le più artificializzate del Paese: seconde case, porti, parcheggi, stabilimenti, passeggiate, alberghi e infrastrutture hanno spesso occupato spazi che un tempo permettevano alla costa di muoversi, arretrare, assorbire mareggiate e rigenerarsi.
Il nuovo database non è quindi solo un archivio tecnico. Può diventare uno strumento per scegliere dove intervenire, dove evitare nuove barriere, dove ripristinare dune, zone umide e continuità sedimentaria, e dove iniziare a discutere di arretramento pianificato, ovvero la scelta consapevole di spostare nel tempo edifici, strade o attività più lontano dalla linea di costa, invece di continuare a difenderli con nuove barriere.
Si tratta di una strategia ancora poco diffusa in Italia, ma già utilizzata in altri Paesi: significa accettare che in alcune aree il mare non può essere fermato e accompagnare questo cambiamento in modo graduale, evitando interventi emergenziali e riducendo i danni nel lungo periodo.







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