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27 Ott 2019

La coscienza di Gaia

Scritto da: Emanuela Sabidussi

Hai mai pensato che il nostro pianeta Gaia potrebbe essere un essere vivente? E se lo fosse, cosa succederebbe se svegliandosi una mattina qualunque, si rendesse conto di essere malata? E noi, esseri umani, che ruolo avremmo in questa situazione?


Gaia si alzò alle prime luci dell’alba, dopo una notte in cui non era riuscita a chiudere occhio. Ormai da molto tempo avvertiva la sua salute peggiorare: si sentiva sempre stanca e i dolori nel suo corpo aumentavano insistentemente di giorno in giorno. Nel parlare di sé raccontava di sentire al suo interno un fuoco che cresceva di intensità: un bruciore che via via si espandeva. Cosa le stava accadendo? Gaia provava paura.

Molti medici interpellati dai suoi familiari erano giunti, anche da lontano, per visitarla, ma nessuno tra questi era riuscito a comprendere quale fosse l’origine della sua malattia, poiché, a loro avviso, essa non era riconducibile a nessuna causa esterna plausibile. Eppure nel corpo di Gaia era innegabile che qualcosa di grave stesse accadendo: l’acqua del suo corpo, infatti, stava diminuendo sempre più, i suoi polmoni verdi si stavano via via rimpicciolendo e il suo respiro sempre più esitante faceva serpeggiare in tutti l’angosciante idea che la sua fine fosse imminente.

Un giorno un vecchio saggio di nome Bedin, che aveva sentito parlare del suo malessere volle incontrarla e quando le si trovò davanti, guardandola dentro, nella parte più profonda del suo essere, come solo i vecchi saggi riescono a fare, ipotizzò che l’origine della sua malattia fosse proprio in Gaia e le spiegò che «tutti gli esseri viventi sono composti a loro volta da minuscole forme di vita, chiamate cellule. Esse sono invisibili ai nostri occhi, ma non per questo non esistono. Sono nostre alleate: ci permettono, anche quando non ce ne accorgiamo, di svolgere ogni singola funzione vitale, come respirare, mangiare, muoversi».

«Talvolta, però – continuò il saggio Bedin -, alcune tra queste, percepiscono di non essere prese in considerazione e accettate dalle cellule a loro vicine, e a lungo andare esse si arrabbiano sino ad impazzire, iniziando così ad agire in modo apparentemente insensato. Esse in questo stato di alterazione non riescono più a distinguere ciò che è vita da ciò che è morte e, prese da una rabbia incontenibile, vanno in conflitto con tutte le cellule vicine sperando che così facendo qualcuno possa finalmente accorgersi di loro. Ma “come in alto così in basso”, ciò che avviene al nostro interno, si ripercuote sull’esterno».

«Tuttavia – disse ancora il vecchio saggio – non pensare che siano nemiche, sono solo esseri in cerca di qualcuno che le accetti e che si prenda cura di loro, come tutti noi» e continuò: «Siamo noi a nutrire quelle emozioni di rabbia: ognuno di noi può scegliere ogni giorno se nutrire la nostra parte che contiene rabbia e odio, o quella di amore e gratitudine. Spetta a noi la scelta. Solo a noi. Ma una cosa è certa: per uscire dalla malattia il meccanismo di queste cellule va conosciuto e fermato».

Una notte di alcuni giorni dopo la conversazione con Bedin, Gaia fece un sogno: si trovava in cima ad una montagna impervia quando un grande drago, dalla pelle rosso fuoco, le fece visita e la invitò a seguirlo. Sorvolando una verdeggiante valle passarono in volo per cascate e torrenti, atterrarono all’interno di una grande grotta sotterranea dove, d’un tratto, Gaia si ritrovò da sola e fu in quel momento che si svegliò e aprì gli occhi. Nulla apparentemente era cambiato, ma si sentiva diversa: la speranza che la sua malattia potesse finalmente trovare un nome ed una cura si era riaccesa nel suo cuore. Ora ne era assolutamente certa: spettava solo a lei trovare una soluzione per tornare a godere dello stato di piena salute che aveva conosciuto in passato. Sì, ma come?

Quella mattina, carica di una nuova e sconosciuta speranza, si recò nel luogo nel quale tendeva a rifugiarsi ogni qual volta avvertiva disagio e sentiva il bisogno di avere silenzio intorno a sé. Lo aveva soprannominato il suo “posto sicuro”. Decise pertanto di fare ciò che a lungo aveva temuto: guardarsi dentro. Si sedette, fece lunghi respiri profondi per qualche istante al termine dei quali chiuse gli occhi: cercò di trovare il silenzio e la calma dentro di sé, ma mille pensieri, paure e preoccupazioni si susseguivano in una danza scoordinata e dal ritmo frenetico.

Tuttavia, man mano che respirava, il suo corpo si distendeva, i muscoli si allentavano e i pensieri si calmavano. E fu proprio lì che finalmente iniziò a scorgere qualcosa di assolutamente inaspettato. All’inizio le apparvero solo grandi macchie, ma osservando più in profondità le sembrò di vedere sempre più nitidamente qualcosa, e cercò di mettere a fuoco quanto via via si mostrava ai suoi occhi.

E solo allora li vide: erano piccoli esserini rosa dalla forma stretta ed allungata. Gaia ben sapeva che il suo corpo era composto da cellule, ma mai avrebbe pensato di poterle vedere ad occhio nudo. Eppure ora erano lì. Una parte di sé lo sapeva con certezza, anche se esse.. non erano affatto come se le era immaginate.

Nel grande serbatoio dell’immaginario collettivo dal quale Gaia pescava, le cellule erano sempre raffigurate come esseri armoniosi che vivevano sereni e lavoravano per mantenere verde l’organismo. Ma adesso le forme di vita che stava contemplando manifestavano espressioni di rabbia e di ostilità o, nel migliore dei casi, di confusione.

Alcune di queste entità, anche se non tutte fortunatamente, correvano in maniera frenetica all’interno di scatole grigie che emettevano altrettanto fumo grigio, producendo montagne di scarti di varie forme e colori. Qualcuno di loro stava addirittura tagliando il verde dei suoi polmoni, che fetta dopo fetta si stavano assottigliando.

A Gaia salì una sempre maggiore irritazione nel vedere cosa stavano facendo al suo interno quegli esserini. Chi credevano di essere? Come si permettevano e perché nessuno li stava fermando? L’irritazione si trasformò velocemente in ira e poi in odio. Pensò che quegli esseri rosa insolenti erano delle minacce per se stessa e dovevano essere al più presto fermati. Anzi no: annientati, distrutti.

Fu in quel momento che ricordò gli insegnamenti del vecchio saggio. Da allora non l’aveva più rivisto, ma le sue parole, che dal quel giorno sembravano essere state dimenticate, tornarono a galla all’improvviso. E allora Gaia sentì. Sentì che ciò che sino ad allora aveva pensato fosse una malattia, era in realtà una richiesta di aiuto. Si era persa molto tempo fa, aveva perso insieme a se stessa il senso della sua vita e non era più riuscita a ritrovarlo. E ciò le scatenava rabbia. Nulla da quel momento aveva più avuto senso. Il senso era perso e con sé la pace. Ricordò una frase letta da qualche parte:

“Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando?
Passiamo la nostra esistenza a cercare
qualcosa o qualcuno in grado di risponderci.
Alla ricerca di un senso, il viaggio scorre velocemente
fino al capolinea” (1)

Gaia non poteva dire di aver capito sino in fondo il discorso di Bedin e la frase letta. Le domande erano tante e le risposte ancora nessuna: Chi erano queste cellule? E da dove proveniva questa rabbia di cui soffrivano? Gliel’aveva trasferita lei stessa? Non si potevano solo distruggere e basta? Gaia fu sopraffatta dalla disperazione e da un senso di impotenza e frustrazione. Si strappò i capelli urlando a gran voce: nell’intero universo un grido di sconforto e di dolore si fece largo inarrestabile, come le onde scatenate da un grosso meteorite che piomba in un oceano. Era la voce di chi perde anche l’ultimo spiraglio di speranza, di chi si sente sconfitto dalle ingiustizie e teme non ci sia più alcuna via d’uscita.

Gaia pianse per ore, giorni, mesi e interi anni, in alcuni momenti quasi impercettibilmente, in altri la disperazione era tale e le lacrime così copiose, da poter creare onde immense. Nulla e nessuno riusciva a placare questa disperazione. Alcuni amici e familiari avevano provato a consolarla, distraendola, ma appena Gaia ricordava ciò che le stava accadendo, ricominciava a piangere. Passarono così decenni interi accompagnati solo da un pianto quasi ininterrotto.

Sino a che un giorno Gaia, aprendo gli occhi, si rese conto che la tristezza era sparita, lasciando un vuoto: come un grande libro che viene tolto da una libreria. Tutto era tornato in silenzio dentro di sé. Ora poteva ricominciare. Ora aveva imparato quanto anche la sua rabbia fosse importante: un mare di dolore si era nascosto al suo interno e solo tutte le lacrime di questi anni erano riuscite a scioglierlo.

E in questo atto si rese conto che non percepiva più quelle cellule piene di rabbia e di odio, erano come scomparse. Al loro posto una nuova forza era comparsa: una sensazione di amore, armonia, compassione e gratitudine. Le cellule che ora percepiva dentro al suo organismo sembravano finalmente aver compreso che la vita, in ogni sua espressione, andava rispettata.

Non sappiamo cosa successe a Gaia nei secoli seguenti. Si narra, però, che una volta abbandonato il senso di impotenza di fronte agli eventi che la vita le aveva presentato, Gaia potè riscoprire la forza peculiare che contraddistingue un organismo pienamente cosciente di sé e del senso della propria esistenza.

Qualunque avventura le fosse capitata in seguito, è certo che fu con questa nuova consapevolezza che Gaia proseguì il proprio percorso tra le stelle e le cellule che sovrastavano e sottostavano il suo corpo e la sua essenza.

The End


Note:
1. Vita di Valentina Rizzi ed. Bibliolibrò

Immagini in acquarello di Silverio Edel

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