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16 Apr 2020

Davide Tamagnini e la classe senza voti che “ribalta” la scuola – Io faccio così #287

Scritto da: Paolo Cignini

Autovalutazione e promozione di un metodo non basato sul giudizio e la comparazione con gli altri, in virtù dell'unicità di ogni bambino. Riconoscimento reciproco dei punti di forza e debolezza, senza passare per il voto decimale. Una scuola che educhi davvero al confronto con la vita e al coinvolgimento attivo delle famiglie. Sono solo alcuni dei punti cardine su cui Davide Tamagnini, approdato all’insegnamento dopo numerosi cambiamenti personali, ha sviluppato la sua proposta di insegnamento, in una scuola primaria vicino Novara.

Nel mondo dell’ipertesto, dell’overdose di comunicazione e della tendenza (tipica dei social) a dover dire per forza la nostra prima di leggere e ascoltare attentamente l’articolo o il video, mi rendo conto che parlare di una scuola senza voti, con una pagella che viene costruita grazie ad un processo di autovalutazione collettiva tra alcuni bambini (esatto, i bambini) delle scuole elementari, incentrata sulla messa in discussione e sull’apertura alla vita fuori dall’aula, possa suonare rischioso o solo una bella favola. Eppure, è la realtà.

Siete dunque avvertite e avvertiti: la storia di Davide Tamagnini va letta per bene, così come va visto il video di approfondimento qui sotto. Solo se volete davvero farvi un’idea per capire di cosa si tratta e non cadere nei luoghi comuni.

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Abbiamo incontrato Davide nella sempre stimolante cornice di Scirarindi, dove parla al pubblico della sua “Storia di una rivoluzione tra i banchi di scuola”, che è anche uno dei titoli dei suoi libri: sostanzialmente, racconta la sua originale esperienza come maestro di scuola elementare, per cinque anni, in un istituto a Pombia, piccolo paesino alle porte di Novara, dopo essere stato nella sua vita un chimico, un animatore sociale e facilitatore, un sociologo e un docente nei corsi regionali di formazione professionale. Una storia di vita incentrata sul cambiamento.


Le sue parole: «Se la scuola deve preparare alla vita, è la vita ad essere il banco di prova. John Dewey, pedagogista che per me è un importante punto di riferimento, sosteneva che la scuola è vita. Io ho cercato di provare a creare una scuola che abbia a che fare con la vita. In sostanza, una didattica che non abbia più bisogno dei libri di testo, dei voti. Non c’è bisogno di schemi, ne di fotocopie: si può stare in aula ma anche fuori da essa, in paese ad incontrare le persone e a parlare con il sindaco, per capire come funziona la vita fuori dall’aula. Si può inoltre parlare e dialogare tra di noi, confrontarsi con alcuni esperti e chiedere un ruolo proattivo anche ai genitori, non vedendoli come un corpo estraneo utili solo in alcuni frangenti, ma come parte integrativa della scuola».

Nella classe che ha guidato, il maestro Davide ha così introdotto alcune innovazioni importanti, rispetto a come siamo abituati a vedere la scuola. Innanzitutto, una scuola senza voti decimali, sostituiti da una valutazione con le tre luci del semaforo, legata non ad una logica comparativa ma più che altro ad un processo di vera e propria messa in discussione dei bambini. Un sistema di autovalutazione, creato insieme ai bambini e ai genitori, in un processo di vera e propria messa in discussione di ogni ruolo; questo metodo, costruito collettivamente, ha portato alla costruzione di una nuova pagella, che tenesse conto dell’idea che i bambini si erano fatti gli uni degli altri. Il tutto con la fondamentale collaborazione delle famiglie, parte attive del processo (vi invitiamo a guardare il video per scoprire tutti i dettagli).

Il “paradosso” è che Davide, per realizzare il suo sogno, ha seguito le indicazioni del… Ministero dell’Istruzione! Infatti, a partire dal 2012, il MIUR ha diffuso alcune indicazioni agli insegnanti che, sostanzialmente, hanno mandato in soffitta la precedente programmazione con cui i docenti erano soliti pianificare l’anno scolastico, per sostituirla con una struttura che mira al raggiungimento di alcuni precisi obiettivi per il bambino.

Indicazioni che, come potete vedere nel video, si sposano alla perfezione con questo modello di scuola, costruito con l’esperienza e l’osservazione dei processi: «Il problema è che la scuola che ho conosciuto io, per certi versi, è una scuola che si è costruita delle gabbie da sola, si è intrappolata in delle rigidità che la rendono a volte sclerotica. Credo che l’abitudine la faccia da padrone, in questo senso: questo tipo di scuola richiede meno impegno, è più facile paradossalmente. Per questo è così presente nella nostra realtà».

Le lettere: le parole dei bambini

Davide descrive i suoi cinque anni nella scuola come travolgenti, «gli anni che mi hanno cambiato per davvero la vita». Dopo questa esperienza, aveva bisogno di fermarsi a riflettere per cogliere le luci e le ombre di quel periodo. Attualmente è impegnato in un Dottorato di Ricerca presso l’Università Bicocca di Milano, in Scienze dell’Educazione, nel quale sta approfondendo la ricerca sul ruolo della scrittura e della lettura nella didattica. Soprattutto la scrittura, per Davide, è un aspetto cardine non solo per la formazione dello studente ma anche per la formazione dell’idea di cittadino, di uomo e di donna.

Per questo, uno degli strumenti che ha utilizzato per la sua esperienza educativa è stato la lettera: «Io avevo la necessità di provare a raccontare, ai bambini e alle bambine, quello che era il mio punto di vista su quello che stavo vedendo di loro. Così mi è venuta in mente l’idea di scrivere delle lettere, una delle mie modalità di espressione prediletta. Ho trovato che la lettera era uno strumento molto diretto per comunicare concetti importanti in cui credevo. 

I bambini hanno così  cominciato a scrivere lettere ai compagni tutte le volte che erano assenti. Io, personalmente, ho scritto delle lettere ai genitori e gli stessi genitori hanno scritto delle lettere ai bambini. Abbiamo scritto delle lettere ai bambini di una scuola di Gubbio, con cui eravamo in corrispondenza. Abbiamo scritto una lettera anche alla scuola, quando abbiamo dovuto presentare una nostra idea di scuola in un convegno all’università.  La lettera è così diventata un modo di essere per noi, a scuola e anche fuori. 

Davide è una fonte di ispirazione continua. Parliamo per oltre quaranta minuti ma ad un certo punto ci rendiamo conto di una cosa importante: sono le 15.30, non abbiamo mangiato e siamo allo stremo delle forze. Realizzo che, durante il nostro scambio, gli ho più volte chiesto se questa sua esperienza d’insegnamento potesse essere incasellata in una sorta di metodo d’insegnamento: «Tante persone hanno bisogno che si descriva un metodo per la scuola. Invece, secondo me, aveva ragione Don Milani: bisognerebbe chiedere come bisogna essere per fare l’insegnante, non cosa bisogna fare.

Io ho scelto di fare questo lavoro, di farlo con i bambini, perchè secondo me questo è il modo di cambiare il mondo. Questo mi aspetto dalla scuola: che metta le persone nella condizione di migliorare il mondo in cui siamo. Per riuscire a realizzare questo ideale, ognuno di noi dovrebbe avere un’utopia dentro di sé, da inseguire e raggiungere. Il sogno è il grande motore del cambiamento, ognuno deve coltivare i propri per vedere quello degli altri fiorire. La scuola è un luogo fantastico, da questo punto di vista».

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