24 Giu 2024

I parchi italiani e la difficile convivenza fra residenti, amministrazioni locali ed enti di gestione

Scritto da: Paolo Piacentini

Paolo Piacentini, insieme a un nutrito gruppo di persone, è appena rientrato da un lungo trekking attraverso i parchi italiani intitolato Missione Parchi. Come suggerisce il nome, uno degli obiettivi dell'iniziativa era tastare il polso delle aree protette, delle comunità che le abitano e degli enti che le amministrano. Ecco cos'è emerso da questa "indagine itinerante".

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Condivido volentieri con voi altre riflessioni e un altro pezzo di resoconto sul lungo viaggio a piedi nelle aree protette dell’Appennino. Si può dire che siamo davvero sul pezzo visto che, proprio in questi giorni, si sta alimentando il dibattito sul futuro dei parchi italiani, a seguito di un libro scritto da Enzo Valbonesi, uno dei primi presidenti di parco dopo l’approvazione della legge 394/91

Su questo dibattito tornerò con calma anche se alcune prime risposte alle analisi di Valbonesi arrivate dall’attuale direttore delle Foreste Casentinesi, Andrea Gennai, mi trovano abbastanza allineato. In particolare condivido l’idea forte della necessità di non abbassare la guardia sul fronte della conservazione, che è stato il filo conduttore del nostro cammino Missione Parchi. Non sono assolutamente le azioni di tutela a dover indietreggiare per far diventare le aree protette dei contenitori in cui tutto e il contrario di tutto deve essere possibile. 

parchi italiani

Bisogna ripartire con forza dai principi ispiratori della legge quadro nazionale e dalla strategia nazionale sulla biodiversità per costruire nuove realtà socio economiche che possano determinare un benessere reale per le comunità locali. Questa è la grande sfida che si deve accettare, come sottolineato con forza nel primo resoconto di qualche giorno fa. In questi giorni a dare qualche speranza in più a un possibile futuro cambiamento di rotta è arrivata l’inaspettata approvazione da parte del Consiglio dell’Unione Europea – l’Italia ha votato contro – della Nature Restoration law, una legge molto importante che dovrebbe favorire su scala europea la rigenerazione degli ambienti naturali portando ricadute positive anche su nuovi modelli economici su scala locale e globale. 

Di contraddizione in contraddizione, il nostro cammino è servito a sporcarsi le mani con ascolti non sempre semplici ma necessari. La dialettica accesa, finita con abbracci commossi con il gestore del rifugio della Val Chiarino, un paradiso incastonato tra le pareti della catena del Gran Sasso, ci ha confermato quanto sia difficile l’ascolto e il calarsi nei problemi quotidiani di chi resiste a vivere in montagna, nonostante le difficoltà. 

parchi italiani

Domenico, il gestore, ci appare in un primo momento prevenuto rispetto al gruppo, con una vena polemica verace da vero tosto montanaro abruzzese, ma dopo le prime battute capiamo che in fondo è un buono innamorato della sua Valle a cui lo legano legami familiari e comunitari profondi. La sua rivendicazione di quasi possesso di una valle che il Parco ha deciso di inserire tra i luoghi di maggior pregio ci appare esagerata e proviamo a intavolare qualche ragionamento più articolato. 

Il confronto non è semplice e Annalisa, che sta studiando il territorio da tempo, cerca di mediare facendo presente che gli usi civici, in cui ricade la Val Chiarino, hanno una storia particolare in cui si intrecciano vicende familiari e comunitarie importanti. La riflessione che ne segue è che in quella vicenda specifica localizzata in uno degli angoli di più alto valore paesaggistico e naturalistico del parco le soluzioni per far convivere le esigenze dell’uso collettivo dei boschi con quelle della conservazione, vanno cercate con un dialogo costante.

Il nostro cammino è servito a sporcarsi le mani con ascolti non sempre semplici ma necessari

Non basta pianificare ponendo sacrosanti vincoli che poi vengono continuamente violati. Bisogna fare in modo che i modelli virtuosi di gestione del territorio, come quelli messi in atto da Federico e soci con l’ideazione e gestione accurata del Cammino del Gran Sasso, in perfetta sintonia con l’azione straordinaria della mitica botanica Daniela Tinti, diventino un modello da replicare. Se non si vince la sfida in Val Chiarino, dove una comunità intera chiede di poter sentire quei boschi come qualcosa che gli appartiene da secoli, sarà difficile fare il salto di qualità fondamentale capace di trasferire ai residenti una nuova consapevolezza. 

Tutti gli sforzi devono andare nella direzione di una gestione che, senza traumi ed eccessivi conflitti, sia capace di trasformare le stratificate consuetudini d’uso del territorio, oggi non più sostenibili, in nuovi modelli che non mettono in discussione le politiche di tutela. I Domenico della situazione devono essere informati e formati su modelli di gestione e uso del territorio che siano coerenti senza che venga meno quella spontaneità e capacità d’accoglienza che potrà sembrare anche un po’ burbera, ma nasconde bontà e disponibilità uniche e autentiche.  

parchi italiani

È faticoso ? Sì, è un percorso a ostacoli, ma la scelta di abbassare i livelli di tutela venendo meno a obiettivi internazionali frutto di decenni di studi sulla conservazione della biodiversità e sulle norme riportate nella Convenzione Europea del Paesaggio rappresenta un pericoloso arretramento culturale. Va ricordato che anche la Carta Costituzionale all’art 9 da un’indicazione molto precisa su quale sia la strada giusta da intraprendere: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

La sera in cui Daniela Tinti ha presentato le sue canzoni, che con una ironia gioiosa denunciano ignoranza e malefatte nella gestione della biodiversità, c’erano ben sei sindaci del territorio ad ascoltare le nostre riflessioni sul viaggio a piedi. Una discussione interessante che solo in parte ha colto le ficcanti provocazioni di Daniela ma che ci ha consegnato la misura dei grandi limiti culturali di una parte degli amministratori locali.

Mi hanno colpito molto le fake news di una sindaca che parlava di una presenza del lupo molto pericolosa anche per l’essere umano. Affermazioni buttate al vento che sentivo più di quindici anni fa nei bar dei piccoli paesi del Parco dei Monti Lucretili nel periodo in cui ero presidente. È molto grave che un sindaco possa alimentare narrazioni che allontanano ancora di più le popolazioni locali da una già scarsa consapevolezza sul valore della conservazione. 

parchi italiani

La dice lunga, questa triste realtà, su come la gestione già poco attenta all’ascolto da parte di alcuni enti di gestione va a insistere in una sorta di terra bruciata nel processo di sensibilizzazione. Per fortuna a riequilibrare le situazioni negative ci sono molti sindaci virtuosi come Sabrina a Fontecchio e Luca a Gagliano Aterno. Un virtuosismo che non toglie il fiato a una critica costruttiva sul rapporto con il Parco Regionale Velino – Sirente, la loro area protetta di riferimento. 

Anche loro lamentano una certa distanza con gli amministratori ma le loro le azioni, intraprese per una rigenerazione urbana, culturale ed economico-sociale, sono molte e alcune iniziano a incontrare un rapporto nuovo con la montagna. Significativa è l’attività dell’associazione di guide escursionistiche Orsa Maggiore, che valorizza dal basso tutta l’area del Parco e il progetto molto innovativo della “ Foresta Modello” il cui principale responsabile è Alessio di Giulio. Da questo punto ripartirò con un ultimo articolo per completare le riflessioni lungo il tracciato e trarre delle conclusioni da lasciare con umiltà alla politica. 

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