14 Aprile 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

L’accessibilità culturale non è un optional ma un diritto. Il lavoro della cooperativa Sottofondo

Film, musei e festival sono ancora pensati per uno spettatore senza disabilità. Il lavoro di Sottofondo mostra cosa significa progettare davvero l’accessibilità culturale.

Autore: Sara Brughitta
accessibilità culturale
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L’accessibilità culturale continua a essere trattata come un’aggiunta, un elemento secondario da inserire solo se restano tempo e risorse. Ma cosa accade quando l’accesso alla cultura non è garantito? Chi resta fuori? Basti pensare al settore audiovisivo: film, festival, musei e spazi culturali sono ancora pensati per uno spettatore implicito, senza disabilità, mentre tutto ciò che non rientra in quella norma resta – per usare un termine cinematografico – fuori campo. È in questo spazio che si colloca il lavoro della cooperativa Sottofondo, creata nel 2024  da Laura Cocco, Chiara De Giorgio e Valeria Tutino. Il progetto è attivo nel campo dell’accessibilità audiovisiva, tra sottotitoli per persone sorde e audiodescrizioni per persone cieche e ipovedenti.

Sottofondo nasce nel 2024, ma affonda le sue radici in un percorso precedente. Qual è stata l’esigenza che vi ha portato a costruire questa realtà e che tipo di spazio cercate oggi nell’audiovisivo?

Noi siamo tre socie: io e Chiara siamo a Cagliari, mentre Valeria vive e lavora a Torino. La cooperativa è nata nel 2024 grazie a un bando Coop Startup di Legacoop, ma in realtà ci conoscevamo già da prima e avevamo collaborato come traduttrici nel settore audiovisivo. Alla base c’è sicuramente una grande passione per il cinema e per tutti i prodotti audiovisivi. Durante il nostro percorso accademico ci siamo avvicinate al mondo dell’accessibilità, in particolare all’audiodescrizione e ai sottotitoli per persone sorde, e abbiamo deciso di continuare su questa strada, unendo passione e lavoro. Ma c’è anche un’altra esigenza molto concreta: quella di lavorare in modo più diretto con chi realizza i contenuti.

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Immagine di repertorio Canva

Noi abbiamo lavorato per grandi studi di localizzazione e anche di doppiaggio, ma in quei contesti il contatto con registi e produttori è minimo. Sei sempre un po’ l’ultima ruota del carro e non hai modo di confrontarti con chi ha creato il prodotto. Questo influisce sulla qualità del risultato finale, perché soprattutto nell’audiodescrizione ci sono scelte interpretative importanti che, senza un dialogo, rischiano di essere parziali. Il nostro obiettivo è proprio questo: entrare nei processi, non intervenire solo alla fine e lavorare anche con le istituzioni per far sì che l’accessibilità diventi una parte reale del settore audiovisivo.

Quando si parla di accessibilità culturale, spesso si riduce il tema a una questione tecnica o strutturale. Che cosa significa davvero oggi rendere la cultura accessibile?

Significa ripensare completamente il modo in cui la cultura viene progettata. Non si tratta solo di accesso fisico agli spazi, ma di tutto ciò che permette di fruire dei contenuti: sottotitoli, audiodescrizioni, percorsi tattili, spiegazioni. Il problema è che queste cose nella maggior parte dei casi non vengono proprio previste. I video raramente sono sottotitolati, nei musei si sta iniziando adesso a fare qualcosa, ma per anni non è stato considerato. Per quanto riguarda i film è vero che i registi spesso hanno budget limitati, ma il fatto è che l’accessibilità non viene pensata in fase di progettazione.

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Immagine di repertorio Canva

Nel racconto emerge l’idea che l’accessibilità venga considerata un’aggiunta. Verrebbe quasi da pensare a come se, nella progettazione di una casa, fosse trattata come una dependance e non come elementi essenziali come bagno o cucina. È qui che si manifesta la dimensione più strutturale del problema?

Sì, assolutamente. L’accessibilità non viene pensata: ci si arriva alla fine. Quando il prodotto è già chiuso, quando il budget è già stato speso. E a quel punto diventa un costo che non si riesce a sostenere. Ma questo succede proprio perché viene considerata un’aggiunta, non una base. Se invece fosse pensata fin dall’inizio cambierebbe tutto. Anche a livello di finanziamenti: se nei bandi fosse prevista una quota per l’accessibilità, quei soldi verrebbero messi da parte subito. Invece oggi succede il contrario: si arriva alla fine e si scopre che non ci sono più risorse

Entrando nel merito del vostro lavoro: cosa significa concretamente rendere accessibile un prodotto audiovisivo?

Significa fare un lavoro complesso, che parte da una fase di analisi. Guardiamo il prodotto e valutiamo se e come può essere reso accessibile, perché non tutti i contenuti si prestano allo stesso modo. Se un prodotto è molto dialogato, per esempio, l’audiodescrizione diventa difficile da inserire perché non ci sono spazi. E anche i sottotitoli possono diventare pesanti, perché la persona si trova a dover leggere continuamente senza riuscire a seguire le immagini. Poi si passa alla produzione: scrittura del copione per l’audiodescrizione o sottotitolazione.

L’accessibilità culturale non viene pensata: ci si arriva alla fine

Nel caso dei sottotitoli per persone sorde, non si tratta solo di riportare i dialoghi, ma anche i suoni, i rumori, le informazioni necessarie per capire cosa sta succedendo. Quello che vediamo spesso però è che questo lavoro viene fatto in modo superficiale. Ci sono sottotitoli che non sono sottotitoli, ma trascrizioni: troppo lunghi, occupano tutto lo schermo e restano per pochi secondi. Non sono leggibili. E questo ha conseguenze molto concrete. Una persona arriva, prova a seguire e non ci riesce. E a quel punto se ne va.

Alla luce di tutto questo, in conclusione, l’accessibilità è ancora percepita come un optional?

Sì, nella maniera più assoluta. È vista come un optional, non come un diritto. Viene trattata come qualcosa da aggiungere alla fine, quasi come un’etichetta, ma il problema è culturale: nella maggior parte dei casi non ci si pensa proprio. E finché resterà qualcosa a cui pensare dopo, continuerà a lasciare fuori una parte di pubblico che esiste e ha diritto di fruirne.