29 Aprile 2026 | Tempo lettura: 11 minuti

La vita difficile dei giornalisti indipendenti in Serbia

In Serbia i giornalisti locali indipendenti subiscono sempre più pressioni, minacce e cause intimidatorie. Ma reti come NDNV provano a proteggerli e a tenere viva l’informazione nelle comunità.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
Zarko Bogosavljevic

In breve

In Serbia fare giornalismo locale è sempre più difficile. Dopo la tragedia di Novi Sad e l’inizio delle proteste, molte redazioni indipendenti sono finite sotto pressione.

  • Dal 2025 la Serbia registra 208 violazioni della libertà di stampa su 1.481 casi europei.
  • Tutto cambia dopo il crollo della pensilina di Novi Sad, in cui muoiono 16 persone.
  • Le proteste studentesche chiedono giustizia, documenti pubblici e fine della repressione.
  • I media locali raccontano le mobilitazioni, ma il potere li presenta come oppositori politici.
  • Gli attacchi seguono spesso lo stesso schema: esclusione, minacce, diffamazione e violenza.
  • Le Slapp colpiscono le redazioni più fragili con cause costose e intimidatorie.
  • La rete NDNV monitora gli attacchi e offre supporto legale, psicologico e professionale.
  • Resta aperto il nodo tra giornalismo e attivismo: raccontare i fatti oggi è già rischioso.

Da circa un anno a questa parte la vita di Žarko Bogosavljević, giornalista del portale indipendente Razglas News, è cambiata radicalmente. Racconta di aver subito una decina di attacchi solo negli ultimi mesi: aggressioni fisiche durante le proteste, spinte e maltrattamenti da parte della polizia, campagne diffamatorie e minacce. L’ultimo episodio risale a circa un mese fa: Žarko si trovava con un gruppo di studenti quando è stato aggredito. L’attacco è stato ripreso da studenti, cittadini e telecamere di sorveglianza, eppure nessuno dei responsabili è stato arrestato o convocato dalla polizia per rendere dichiarazioni. «Sono il giornalista più attaccato in Serbia», commenta sorridendo amaramente. La sua storia, però, è tutt’altro che isolata.

La Serbia, il Paese con più attacchi alla stampa in Europa

A partire dal 2025 la situazione dei giornalisti in Serbia è peggiorata nettamente. Secondo il Media Freedom Rapid Response (MFRR) ci sono state 1.481 violazioni della libertà di stampa in Europa, lo scorso anno. Di queste, 208 sono avvenute in Serbia, colpendo 358 operatori dei media o entità mediatiche. Una quota enorme: circa il 14% delle violazioni totali in un paese in cui vive attorno all’1% dei giornalisti europei. 

Questa anomalia statistica ha un’origine e delle motivazioni ben precise. Nasce il 1° novembre 2024, una data spartiacque nella storia recente del Paese, quando il crollo di una pensilina a Novi Sad è costata la vita a 16 persone. Quella tragedia, attribuita da molti cittadini a un sistema di corruzione, opacità e irresponsabilità politica, ha innescato una lunga ondata di proteste studentesche e civiche in tutto il paese che dura tutt’ora.

crollo pensilina Novi Sad
Il crollo di una pensilina a Novi Sad, che ha ucciso 16 persone dando il via alle proteste.

I manifestanti, perlopiù studenti, hanno chiesto la pubblicazione dei documenti sul crollo, giustizia per i responsabili e la fine delle repressioni nei loro confronti. Le mobilitazioni sono proseguite per mesi, fino a provocare anche le dimissioni del primo ministro Miloš Vučević nel gennaio 2025. Un gesto che però non ha spento le proteste, che al contrario hanno finito per mettere radicalmente in discussione l’intero impianto del potere nel paese e il modo autoritario con cui questo esercita il controllo sulle istituzioni, sui media e sullo spazio pubblico.

Sono nate decine di assemblee cittadine a livello delle comunità locali, che insieme ai blocchi studenteschi oggi formano la base del movimento informale emerso dopo il crollo della pensilina. In risposta, il partito di governo, il Partito progressista serbo (SNS) – a dispetto del nome, una forza di destra populista al potere dal 2012 – ha ulteriormente stretto il controllo sullo spazio pubblico, aumentando la pressione su media indipendenti, opposizione e società civile.

Da quell’episodio tutto è cambiato: «Prima i media locali erano ignorati, dopo il crollo della pensilina sono diventati nemici da combattere, quasi fossero loro a organizzare le proteste studentesche», ha raccontato Zarko. «Purtroppo siamo diventati noi la notizia», ha aggiunto Dalibor Stupar, giornalista di Autonomija.info e rappresentante dell’Associazione indipendente dei giornalisti della Voivodina (NDNV). «Oggi il regime cerca di presentare giornalisti e media locali come se fossimo tutti opposizione politica», ha osservato Branka Ćurčić, cofondatrice del Group for Conceptual Politics (GKN) di Novi Sad.

Abbiamo incontrato Žarko, Dalibor, Branka e altre giornaliste e giornalisti serbi, molti dei quali parte della rete NDNV, in una videoconferenza organizzata grazie al progetto europeo “Change Comes from the Community Media (3CM)”, coordinato dal GKP, organizzazione serba basata nella regione di Voivodina e impegnata sui temi della partecipazione civica, dell’autogoverno locale e dei media di comunità. «Fino al 2024 – ci ha spiegato Dalibor – i giornali locali in Serbia seguivano molte le tematiche ambientali, culturali, sociali. Ma da dopo la tragedia di Novi Sad si sono ritrovati a raccontare quasi solo le proteste, la repressione e gli attacchi contro la stampa».

Gli attacchi non iniziano quasi mai con la violenza fisica, ma molto prima, con la discriminazione

Un pattern ricorrente

Il 4 marzo 2024 la giornalista Verica Marinčić, direttrice del giornale locale In Medija, stava seguendo la protesta dei residenti di Čortanovci, una frazione del Comune di Inđija, nella regione settentrionale di Vojvodina. Decine di persone si erano radunate davanti alla sede del municipio per protestare contro la soppressione della loro stazione ferroviaria. Mentre era in corso un incontro tra il presidente del Comune di Inđija e rappresentanti delle comunità locali, alcuni cittadini erano entrati per assistere al confronto.

Quando anche la giornalista ha cercato di entrare, le è stato detto che “non era sulla lista” dei giornalisti autorizzati a seguire l’incontro. Un addetto alla sicurezza l’ha quindi afferrata duramente per il braccio, cercando di farle lasciare il telefono con cui stava registrando e l’ha allontanata con la forza dal municipio. Il caso, risalente a prima dello scoppio delle proteste, è diventato emblematico della discriminazione subita dai media locali indipendenti in Serbia e ben presto sarebbe diventato l’antesignano di un pattern ricorrente. 

«Gli attacchi non iniziano quasi mai con la violenza fisica, ma molto prima, con la discriminazione», ci spiega Miodrag Blečić, giornalista del quotidiano locale della Vojvodina In Medija. «Si comincia con l’esclusione dai luoghi in cui si produce informazione, quindi niente inviti a conferenze stampa, eventi pubblici o sedute istituzionali, rifiuto di fornire dati e rilasciare interviste ai giornalisti sgraditi. Poi arrivano le minacce verbali, le campagne diffamatorie e le intimidazioni sui social media. Infine, in molti casi, la pressione si trasforma in aggressione fisica o in azione giudiziaria, spesso sotto forma di Slapp».

Branka Curcic Credits GKP
Branka Ćurčić, cofondatrice del Group for Conceptual Politics (GKN) di Novi Sad. Credits: GKP

L’acronimo inglese Slapp sta per Strategic Lawsuit Against Public Participation. Si tratta di cause legali intentate non tanto per ottenere giustizia, quanto per logorare economicamente e psicologicamente giornalisti, attivisti o redazioni indipendenti e scoraggiarne il lavoro. Un caso emblematico è quello che ha coinvolto sempre la testata locale In Medija. Durante un ricevimento ufficiale organizzato dal Comune di Inđija, ad alcuni bambini che praticavano karate era stato regalato un miele pubblicizzato come “miele per la virilità”. La testata aveva dedicato un articolo piuttosto critico verso l’iniziativa, a cui corredo aveva usato una foto dei bambini presa dal sito ufficiale del Comune e diffusa anche da altri media. 

Dopo la pubblicazione però, i genitori di sette dei bambini premiati hanno avviato – solo nei confronti di In Medija – altrettante cause per la diffusione di immagini di minori senza autorizzazione. Nel luglio 2025 la Corte d’appello ha confermato la prima condanna: 160.000 dinari tra danni e spese legali, circa 1.370 euro. Presa da sola, la cifra non è enorme; a preoccupare è però il fatto che si tratta solo del primo di sette procedimenti quasi identici, potenzialmente sufficienti a mettere in ginocchio una piccola testata locale indipendente. «Alla fine abbiamo perso in tribunale, ma abbiamo organizzato un crowdfunding per poter pagare e continuare a esistere», ci ha raccontato Miodrag.

Una rete di salvezza

Miodrag Blečić è anche uno dei “commissari” locali della rete legata all’Associazione indipendente dei giornalisti della Voivodina (NDNV). Si tratta della più antica associazione indipendente di giornalisti dell’ex Jugoslavia, nata a Novi Sad il 17 gennaio 1990 per difendere i giornalisti dalle pressioni del potere e tutelare libertà di stampa e interesse pubblico. Offre supporto ai giornalisti, formazione, advocacy, assistenza legale e psicologica, e pubblica anche due propri media: Autonomija e VOICE.

Oggi, pur restando un’associazione centrata sul territorio di Vojvodina, NDNV collabora e include nei suoi progetti anche giornalisti e referenti locali di altre parti della Serbia. I “commissari” locali come Miodrag sono dei giornalisti, dieci in tutto, scelti dalla rete per monitorare sul territorio pressioni, discriminazioni, minacce e attacchi contro i media locali. Sono delle antenne diffuse: «Il nostro compito – spiega Miodrag – è registrare tutto: dalla discriminazione, per esempio il mancato invito a conferenze o eventi e le informazioni negate, fino alle minacce sui social media e agli attacchi fisici».

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Sanja Đorđević, giornalista di Storyteller. Credits: Sanja Đorđević

I commissari sono diventati presto un punto di riferimento essenziale per i tanti colleghi e colleghe che subiscono ingiustizie: «I giornalisti oggetto di attacchi e discriminazione spesso non sapevano a chi rivolgersi», continua. «Per questo l’associazione ha creato questi referenti locali». La rete fa un lavoro prezioso di monitoraggio, che contribuisce anche al quadro informativo con cui l’Unione Europea valuta lo stato della libertà di stampa in Serbia. Inoltre mette in campo formazione, supporto legale e sostegno psicologico, in risposta a un contesto in cui fare giornalismo locale significa sempre più spesso lavorare sotto stress, minaccia e isolamento.

Dilemmi etici

Aleksandar Latas, corrispondente da Novi Sad del quotidiano nazionale Danas finisce ciclicamente nel mirino del governo, dei tabloid e dei social, insieme alla sua famiglia. Sono sufficienti le sue origini – è nato nella città croata di Vukovar – e le sue posizioni politiche, per trasformarlo nel perfetto bersaglio di campagne diffamatorie da parte dei media nazionalisti e filogovernativi. «Personalmente ho scelto di denunciare le minacce, ma non sempre gli insulti. Se qualcuno sui social mi chiama ustaša [un insulto molto pesante nei Balcani, che richiama il movimento fascista/collaborazionista croato della Seconda guerra mondiale, ndr] non lo denuncio».

«Non sono d’accordo – interviene Miodrag –, credo che dovremmo denunciare tutto, anche gli insulti. Tollerare le offese significa lasciare spazio all’escalation». Il dibattito su quando e cosa denunciare è acceso, nella rete. E non è l’unico. Fa parte di un dilemma etico-deontologico più generale e complesso che ruota attorno al ruolo dei giornalisti in un contesto caratterizzato da conflitto sociale elevato, repressione e polarizzazione. 

Dopo il crollo della pensilina di Novi Sad e l’ondata di proteste che ne è scaturita infatti, il semplice fatto di documentare ciò che accade viene spesso trattato dal potere come una presa di posizione politica. E questo ha messo i giornalisti in una posizione scomoda. «Siamo stati costretti a diventare degli attivisti», ha commentato Dalibor. E in effetti diversi report documentano il fenomeno sempre più diffuso, in Serbia, degli attivisti-giornalisti. Accanto ai media indipendenti tradizionali, hanno acquisito peso attori ibridi: attivisti che documentano, producono report, diffondono materiali e costruiscono memoria pubblica delle mobilitazioni. 

Ma non tutti sono d’accordo. «Non vogliamo essere attiviste, ma giornaliste» ha spiegato Sanja Đorđević, giornalista di Storyteller, un media di comunità di Bački Petrovac, cittadina della Voivodina abitata in maggioranza da slovacchi. Anche il suo portale, che pubblica in due lingue, slovacco e serbo, e che per questo dovrebbe ricevere finanziamenti ulteriori legati alle minoranze, ha smesso di ricevere fondi statali. Non solo: secondo il suo racconto, i Comuni hanno smesso di condividere le informazioni con loro, rendendo molto difficile svolgere il normale lavoro giornalistico. 

Zoran Gajić
Zoran Gajić, sociologo, attivista e analista politico di Novi Sad, cofondatore del GKP. Credits: GKP

La situazione però non ha cambiato la postura delle giornaliste: «Abbiamo sempre cercato di attenerci al codice professionale, raccontando in modo oggettivo ciò che accade, anche quando siamo state accusate di fare attivismo. Con l’inizio delle proteste abbiamo iniziato a fare una copertura quotidiana, pur lavorando su base volontaria e senza soldi. È il nostro dovere verso le comunità locali». Secondo Zoran Gajić, sociologo, attivista e analista politico di Novi Sad, cofondatore del GKP, «il problema non è soltanto fare informazione, ma capire come si raccontano certi processi collettivi».

Dal suo punto di vista, raccontare iniziative civiche autonome come le proteste e le assemblee cittadine richiede un tipo speciale di giornalismo. Non basta applicare meccanicamente i criteri della cronaca tradizionale: «Serve una “particolare sintonia” con le azioni delle persone, una sensibilità etica ed estetica capace di capire la logica propria delle iniziative civiche e non governative». In altre parole, Zoran pensa che esista una forma di giornalismo che non coincide né con il distacco freddo né con la pura militanza, ma che prova a comprendere dall’interno i processi sociali: «Noi stessi – prosegue – abbiamo fondato un media di comunità, Bilten Stanar (“Bollettino dell’inquilino”), per raccontare le attività politiche che svolgiamo».

Per Zoran, il problema centrale non è tanto scegliere tra giornalismo e attivismo, ma capire come documentare processi vivi di auto-organizzazione senza tradirli. Come si raccontano assemblee, iniziative autonome, forme di autogoverno? Come si informa il pubblico su questi processi? Chi deve essere il destinatario di questi report? Domande che restano aperte e che possono guidare i giornalisti e le giornaliste serbe – e non solo – nella ricerca del fragile equilibrio fra osservazione, partecipazione e racconto di una società in cambiamento.

Vuoi approfondire?

Leggi anche il nostro resoconto sul percorso di giornalismo costruttivo Change Comes from the Community Media fatto insieme a giornalisti serbi.