Radizi, il progetto che racconta l’identità dei luoghi attraverso il vino
Radizi è un progetto che conduce alla scoperta della Sardegna, dei suoi luoghi, della sua gente, attraverso il vino. Lontano dalle logiche di mercificazione turistica, per conoscere meglio il dialogo fra territorio e persone che lo abitano.
C’è una frase del geografo francese Marc Augé che ritorna spesso quando si parla di territori contemporanei: i luoghi rischiano di diventare “non luoghi”, spazi attraversati velocemente, consumati senza essere davvero abitati. Vale per aeroporti, centri commerciali, autostrade. Ma a volte vale anche per certi territori turistici, raccontati sempre attraverso le stesse immagini fino a perdere spessore. Forse è anche contro questo svuotamento che prova a muoversi Radizi, il progetto promosso dall’associazione Vinos – Vignaioli Nord Ovest Sardegna, che dal 7 al 9 maggio ha attraversato il Nord Ovest della Sardegna insieme a giornalisti, comunicatori e professionisti della divulgazione.
Sulla carta potrebbe sembrare un normale evento dedicato al vino. In realtà, dopo tre giorni tra Coros, Nurra, Romangia e Sassari, la sensazione è che il vino sia quasi un pretesto. O meglio: uno strumento per leggere il territorio. Le vigne diventano una soglia attraverso cui entrare dentro paesaggi, memorie, economie locali, stratificazioni storiche. Insomma, non la Sardegna da cartolina, ma quella abitata e dunque fatta di relazioni, di pietra, di vento e di lavoro quotidiano.

Il vino come linguaggio del territorio
Nel lessico contemporaneo il territorio è spesso ridotto a brand. Per facilitarne o invogliarne il consumo si costruiscono slogan, itinerari rapidi, identità facili da divorare e digerire velocemente, senza assimilarne nulla. Radizi sembra invece tentare un’operazione opposta: rallentare lo sguardo. Gli organizzatori insistono molto su questo aspetto: «Il nostro obiettivo primario non è mai stato semplicemente quello di promuovere etichette o cantine», spiegano, ma raccontare «il patrimonio vitivinicolo del Nord Ovest della Sardegna» nella sua totalità.
Nel progetto il vino non viene mai separato dal resto. Le vigne vengono raccontate insieme ai siti archeologici, ai laboratori artigiani, ai piccoli centri, ai paesaggi agricoli. Il vino emerge non come prodotto isolato, ma come elemento culturale, quasi antropologico. Qualcosa che parla di comunità prima ancora che di mercato. I luoghi non esistono mai da soli, ma attraverso le relazioni che costruiscono. Coros, Nurra e Romangia vengono presentati non come territori chiusi, ma come parti di una geografia comune fatta di differenze. Ed è forse questo il punto più interessante: non cercare un’identità uniforme, ma tenere insieme frammenti diversi. In un contesto socioculturale di colonizzazione che vuole continuamente la semplificazione, il progetto sceglie invece la complessità.

Paesaggi che raccontano il lavoro
Guardando certe vigne della Romangia affacciate verso il Golfo dell’Asinara o i campi della Nurra battuti dal maestrale, si capisce quanto il paesaggio agricolo sardo sia lontano dall’idea di natura incontaminata spesso narrata per essere più appetibile ai turisti. Sono territori costruiti dal lavoro umano, modellati nel tempo da generazioni di contadini, vignaioli, pastori. C’è una distinzione tra il semplice “occupare uno spazio” e l’“abitare”. Abitare significa anche intrattenere con il luogo un rapporto profondo. E, una volta spostato lo sguardo dalla mercificazione dei luoghi, in queste terre il concetto sembra ancora visibile: le vigne non sono elementi decorativi, ma il risultato di una lunga relazione tra persone e paesaggio.
Radizi prova a restituire proprio questa densità. Non racconta il vino come lusso o status symbol, ma come parte di un ecosistema umano e nella sua narrazione vengono inserite le storie delle aziende familiari, dei piccoli produttori, delle economie locali che resistono dentro un mercato sempre più standardizzato. Gli organizzatori parlano anche di sostenibilità, ma anche qui si distanziano dagli slogan, riferendosi alla necessità di «generare opportunità mantenendo forte il rispetto per l’identità dei luoghi». Ed è qui che il discorso si allarga. Perché in Sardegna parlare di territorio significa inevitabilmente parlare anche di spopolamento, di aree interne, di economie fragili. Il vino diventa allora una delle possibilità attraverso cui immaginare permanenza.
Le vigne diventano una soglia attraverso cui entrare dentro paesaggi, memorie, economie locali, stratificazioni storiche
Le cantine ipogee e ciò che resta sotto la superficie
Le cantine ipogee del centro storico di Sassari sono luoghi sotterranei, scavati nella pietra, umidi, testimoni di una parte meno visibile della città. Scendere lì sotto è come entrare dentro una memoria materiale, lontana dal monumentale, ma più vicina a gesti ripetuti per secoli, botti, conservazione, commercio, fatica. Le città infatti custodiscono il passato nelle tracce minime, nei dettagli che sfuggono a uno sguardo vorace e superficiale, e in quest’ottica le cantine ipogee sono piccoli archivi della vita quotidiana.
Radizi evita la spettacolarizzazione: questi luoghi non vengono trasformati in scenografie, ma inseriti in un racconto più ampio sul rapporto tra città e vino. Perché Sassari, storicamente, è stata anche questo: un nodo commerciale e agricolo profondamente connesso ai territori circostanti.

La scelta di chiudere il percorso con una masterclass che intrecciava vino e musica va nella stessa direzione. Il giornalista Maurizio Pratelli ha associato ogni etichetta a un brano musicale, creando un dialogo inatteso tra degustazione e ascolto. Potrebbe sembrare un dettaglio secondario, ma in realtà racconta bene la filosofia dell’intero progetto: il vino non viene mai trattato come oggetto isolato, bensì come esperienza culturale capace di attraversare linguaggi diversi.
Contro la narrazione da cartolina
Gli organizzatori parlano della volontà di «superare una narrazione frammentata e costruire un racconto comune». Perché è necessario superare una narrazione frammentata? La Sardegna, da tempo ormai e ahinoi immemore, è stata raccontata quasi sempre attraverso immagini veloci e facilmente consumabili: il mare, l’estate, le coste. Narrazioni che alimentano la concezione secondo cui il territorio finisca per esistere solo nella sua superficie più fotografabile. Invece, urge lavorare sulla profondità, attraverso la costruzione di relazioni tra produttori, comunità e paesaggi.
Vuoi approfondire?
Sul tema della turistificazione dell’isola leggi anche La Sardegna e il mito dei borghi autentici: quando il paese diventa vetrina e l’identità resta in ombra.










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