Nel Sud del Libano la crisi ambientale e umanitaria del suolo contaminato dalle bombe israeliane
Una prima campagna indipendente di monitoraggio dei suoli avviata nel Sud del Libano mostra un aumento significativo di piombo, antimonio, rame e zinco: metalli pesanti associati ad armi, munizioni ed esplosioni.
Se vi trovaste a camminare per le strade di Houla, nel distretto di Marjaayoun, nel Sud del Libano, vedreste intorno a voi case distrutte, resti di ordigni bellici e alberi sradicati. Ciò che non vedreste, ma di cui è fondamentale comprendere la presenza, è quel che i bombardamenti hanno lasciato nel terreno. È proprio lì infatti, nei primi centimetri di suolo, nei campi che le persone dovrebbero tornare a coltivare, che – con l’aiuto di sofisticati strumenti di laboratorio – si può leggere una parte meno raccontata degli effetti del conflitto.
Quando parliamo di guerra, tendiamo a concentrarci sulle vittime, gli edifici colpiti, gli sfollamenti, le infrastrutture distrutte. Raramente ci chiediamo quale sia lo stato di salute del suolo che li ospita. Eppure è proprio il suolo a conservare la memoria della violenza subita: frammenti metallici, polveri, residui di esplosioni, contaminanti che possono rimanere nell’ambiente per anni, entrare nella catena alimentare e rendere più difficile – o impossibile – il ritorno delle comunità alla propria vita.
È proprio da questa preoccupazione che nasce Turabna – Janoub Soil Monitoring, il progetto di monitoraggio realizzato da Source International in collaborazione con Amel Italia e Amel Association International nel Sud del Libano. Nell’agosto 2025, a quasi due anni dall’inizio dell’escalation militare nell’area, siamo stati nei distretti di Nabatieh e Marjaayoun, tra le zone più colpite dagli attacchi iniziati nell’ottobre 2023, per raccogliere campioni di suolo.

In quella regione infatti sono stati registrati oltre 8.500 attacchi tra bombardamenti, shelling e raid aerei; il conflitto ha causato quasi 4.000 morti, più di 1,2 milioni di sfollati e l’incendio di oltre 2.200 ettari di foreste e terreni agricoli. Questa campagna di monitoraggio ha preso vita proprio a partire dalle richieste e dalle preoccupazioni di agricoltori, residenti e comunità locali sugli effetti a lungo termine della guerra sulla qualità del suolo, sulla produttività agricola e sulla sicurezza alimentare.
Le armi lasciano una firma chimica
Il dato più rilevante emerso dalle analisi fatte riguarda quattro elementi: piombo, antimonio, rame e zinco. Tra il 2001 e il 2025, questi metalli sono aumentati in modo statisticamente significativo nei suoli campionati. La scelta di analizzare proprio questi elementi deriva dal fatto che essi sono delle impronte tipiche delle attività militari, perché possono essere presenti in proiettili, bossoli, frammenti di ordigni, schegge e altri residui bellici.
Per capire se il conflitto avesse lasciato una traccia misurabile nei suoli, i risultati della campagna sono stati confrontati con campioni storici raccolti nella stessa area nel 2001 e con valori di riferimento internazionali. L’obiettivo non era quindi soltanto “fotografare” la situazione attuale, ma costruire una prima base scientifica indipendente per capire quanto il conflitto abbia alterato la composizione chimica dei terreni.
Il quadro che emerge è difficile da raccontare. Si osserva un deterioramento diffuso della qualità del suolo: rispetto ai campioni storici del 2001, le concentrazioni mediane sono aumentate di 1,5 volte per il piombo, 3,6 volte per l’antimonio, 2,5 volte per il rame e 2,6 volte per lo zinco. Inoltre, ci sono hotspot molto più gravi, dove le concentrazioni superano nettamente sia i valori storici sia i valori di riferimento internazionali. Il caso più evidente è stato rilevato proprio a Houla, dove l’antimonio è risultato circa 500 volte superiore alla mediana del 2001, mentre il piombo ha superato il valore precauzionale tedesco. Altri hotspot sono stati identificati vicino ad abitazioni bombardate, con concentrazioni elevate di piombo, rame, zinco e antimonio.

Il ritorno impossibile alla normalità
Di fronte a questi numeri, diventa impossibile non interrogarsi sul concetto di “ritorno”. Dopo un conflitto, alle persone viene spesso chiesto di rientrare nei propri villaggi, riaprire le case, riprendere il lavoro, tornare a coltivare. Ma cosa significa tornare, se il territorio a cui si torna è stato trasformato anche nella sua composizione chimica?
«Il principio fondamentale del diritto umanitario, il ramo del diritto internazionale che regola la guerra, è molto semplice: una volta finita una guerra, tutto dovrebbe tornare come prima e la popolazione civile dovrebbe poter riprendere la propria vita», spiega Flaviano Bianchini, direttore di Source International e coordinatore scientifico del progetto. «Ma com’è possibile, se l’ambiente in cui le persone vivevano è stato devastato? Se i campi non possono più essere coltivati a causa dell’inquinamento? Se le fonti d’acqua sono contaminate o distrutte?».
Ciò che accade oggi nel Sud del Libano mostra proprio questa contraddizione: «Le ostilità sono finite e a più di un milione di persone è stato detto di tornare alle proprie terre e coltivare i propri campi. Ma quei campi non sono più coltivabili o vivibili. Le conseguenze ambientali della contaminazione possono continuare per decenni, colpendo i terreni agricoli, la salute pubblica e la ripresa a lungo termine delle comunità del Sud del Libano».
Perché il piombo e gli altri metalli pesanti sono un problema
La presenza di metalli pesanti nei suoli non significa automaticamente che ci sia un rischio immediato per tutte le persone esposte, ma indica una criticità che deve essere approfondita. Alcuni elementi, come il piombo, sono particolarmente preoccupanti per la loro tossicità e per la loro persistenza ambientale. Anche arsenico e cadmio sono da tenere sotto osservazione per i possibili impatti sulla salute umana e sugli ecosistemi. Questo è un punto centrale: la contaminazione bellica non è solo un problema ambientale astratto, ma riguarda il cibo, l’acqua, il lavoro agricolo, la possibilità di abitare un territorio.
Quello che abbiamo visto nei villaggi del Sud del Libano è la violenza indiscriminata che caratterizza il colonialismo d’insediamento israeliano
In molte aree del Sud del Libano, la terra non è solo paesaggio. È reddito, identità, autosufficienza, sicurezza alimentare. Se i campi diventano contaminati o se le comunità non possono più fidarsi della qualità del suolo, la guerra continua anche dopo il cessate il fuoco. Continua nella difficoltà di coltivare, nella paura che il cibo non sia sicuro, nella perdita di mezzi di sussistenza, nell’incertezza su cosa sia davvero possibile ricostruire.
È una preoccupazione confermata anche da Hoda Khatoun, presidente di Amel Lebanon e coordinatrice del progetto, che descrive la situazione come «catastrofica». Secondo Khatoun, l’aumento dei metalli pesanti associati alla guerra conferma la presenza di materiali proibiti a livello internazionale e apre preoccupazioni gravi sul lungo periodo: «Gli effetti a lungo termine sono molto preoccupanti per la salute, con un aumento dei problemi respiratori e un incremento osservato dei pazienti oncologici, oltre ad almeno il 75% degli agricoltori che ha perso i propri mezzi di sostentamento per gli anni a venire».
La guerra come problema ambientale e alimentare
Parlare di suolo contaminato in un contesto di guerra vuol allargare lo sguardo su ciò che rende possibile la vita dopo la guerra: le case e le strade si possono ricostruire, ma un suolo contaminato può continuare a produrre effetti negativi per decenni. È per questo che il monitoraggio ambientale dovrebbe diventare parte integrante dei processi di ricostruzione post-conflitto.

Il Sud del Libano è già un territorio esposto agli effetti della crisi climatica, alla pressione sulle risorse idriche e alla fragilità dei sistemi agricoli. In questo contesto, la contaminazione dei suoli aggiunge un ulteriore livello di vulnerabilità. Non colpisce solo il presente, ma restringe le possibilità future delle comunità: cosa si potrà coltivare? Dove? Con quali rischi? Chi si assumerà la responsabilità di verificare, bonificare, proteggere?
Per Roberto Renino, presidente di Amel Italia e coordinatore del progetto, ciò che è accaduto nei villaggi del Sud del Libano va letto anche dentro una dinamica più ampia di distruzione sistematica del territorio: «Quello che abbiamo visto nei villaggi del Sud del Libano è la violenza indiscriminata che caratterizza il colonialismo d’insediamento israeliano. Interi villaggi distrutti, campagne devastate, alberi sradicati e infrastrutture sabotate».
Renino sottolinea poi il legame tra distruzione ambientale, crisi climatica e sicurezza alimentare: «Oltre agli effetti immediati devastanti e allo sfollamento forzato, la distruzione sistematica dell’ecosistema provoca danni di lungo periodo meno visibili: in un’area già altamente esposta agli effetti del cambiamento climatico, la contaminazione del suolo è un ulteriore fattore che mette a rischio la sicurezza e la sovranità alimentare di un’intera popolazione».
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.









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