La lezione della rugiada: coltivare la coscienza come atto rivoluzionario
Alla scoperta dell’agricoltura naturale, del “non fare” e di un nuovo rapporto con la terra attraverso le parole di Kutluhan Özdemir, che ha appena pubblicato il suo nuovo libro: “La lezione della rugiada”.
Ci siamo talmente abituati alla distopia da chiamarla “normalità”. Viviamo in un sistema agricolo che, nato per produrre cibo e dare la vita, finisce troppo spesso per toglierla: impoverisce i terreni, depaupera Gaia, manipola i semi e imprime una violenza metodica alla Terra in molti dei suoi passaggi. Il risultato è un nutrimento che si trasforma in “disnutrimento”, generando squilibri che poi cerchiamo di compensare con farmaci, integratori, terapie e ospedali.
Siamo immersi in questo cortocircuito a tal punto che, quando qualcuno si ferma e ci dice che il “non fare” può essere il modo più efficace per generare cibo e rigenerare la vita, lo guardiamo con un misto di sufficienza, sospetto e pena. Ci sentiamo troppo pragmatici, troppo “esperti” per dare retta ai poeti, anche se sono in realtà contadini. Lo ammetto: anche la parte più razionale di me a volte fa ancora fatica.
Ma quando mi è stato chiesto di scrivere la prefazione per il nuovo libro di Kutluhan Özdemir, La lezione della rugiada. Tornare alla Terra: dall’esperienza di Fukuoka al risveglio interiore, Terra Nuova Edizioni, ho dovuto fermarmi e ricordare. Kutluhan è uno dei massimi esperti mondiali di agricoltura naturale. È un contadino viaggiatore, un uomo che ha ereditato la via del “non fare” da Masanobu Fukuoka attraverso Panos Manikis. Chi si aspetta da lui un manuale tecnico di agronomia alternativa però rimarrà felicemente deluso. O forse, inizialmente, persino infastidito.

Perché Kutluhan in queste pagine parla di silenzio, di rugiada, di spiritualità, usando un linguaggio poetico e quasi mistico. Tuffandomi in questo testo mi sono ricordato del suo sguardo, dei suoi silenzi spiazzanti, della sua dolcezza e della sua fiducia radicale nella Natura. Una fiducia cieca, direbbe qualcuno. Ma siamo sicuri che il cieco sia chi ha fiducia? Mi sono ricordato del mio viaggio nelle Marche a visitare la sua fattoria, di colline totalmente ricoperte di piante commestibili, apparentemente disordinate, irrazionali, eppure straordinariamente vive e fertili.
Il seme non conosce dualismi
Immergendomi nelle bozze del libro per scriverne l’introduzione, ho capito che il cuore del messaggio di Kutluhan è racchiuso in un’evidenza che tendiamo a dimenticare: la transizione ecologica non è una questione di sole tecniche, ma di trasformazione umana. “Coltivare la terra è un atto agricolo. Coltivare la coscienza è un atto rivoluzionario”, scrive l’autore. Kutluhan ci costringe a guardare i nostri dualismi quotidiani. Noi viviamo scissi: lo spirito da una parte, la materia dall’altra; il cielo separato dalla terra; il “noi” contro il “loro”; la ricerca ossessiva di una teoria a cui aderire. Il seme invece ci fa da maestro: “Nasce nella luce e nell’oscurità insieme, respirando sia il cielo che l’humus”. Non conosce divisioni.
Quando avrete questo libro tra le mani, leggetelo voi a qualcun altro, permettendogli di respirare, sentire e, per un attimo, non fare
E soprattutto, questo testo tocca un nervo scoperto della nostra società iper-attivista e performante: la nostra incapacità di fermarci. Quante volte ci diciamo che non abbiamo tempo per le cose davvero importanti? Quante volte pensiamo che realizzare al meglio un compito richieda un logorio totale? “Solo le mani umane sembrano dimenticare quando è tempo di smettere”, ci ricorda Kutluhan. Mentre il bosco cresce nel silenzio e il suolo si rinnova nell’oscurità, senza sforzo, noi continuiamo ad agitare le mani e la testa in un’eterna confusione.
La natura non trattiene rancore
In un’epoca di polarizzazioni, conflitti ed eco-ansia, la via del “Non-Fare” non è pigrizia, ma cooperazione profonda con ciò che sa già come vivere. È la saggezza degli alberi quando lasciano cadere le foglie o delle nuvole quando ci donano la pioggia. Ed è anche una straordinaria lezione di ecologia delle relazioni e dei sentimenti, che passa attraverso il superamento del senso di colpa e del rancore: “Il suolo non era arrabbiato per essere stato dimenticato. Aveva solo aspettato. La natura non trattiene rancore. Dona di nuovo non appena viene accolta”. Accogliere la terra, accogliere l’altro, accogliere noi stessi diventano così sfumature dello stesso gesto: smettere di combattere la vita.

Un invito (e una proposta)
La lezione della rugiada è un libro prezioso per chi legge Italia che Cambia perché si inserisce esattamente in quel solco di ecologia profonda e bioregionalismo che da anni cerchiamo di raccontare. Ci ricorda che un altro mondo non è solo possibile, ma è già qui, sotto i nostri piedi, se solo fossimo capaci di fare un passo indietro e lasciarlo esprimere. Proprio perché ho avuto il privilegio di curare la prefazione di questo volume, mi sento di farvi una proposta apparentemente “scomoda”. Quando avrete questo libro tra le mani, provate a non leggerlo da soli, in silenzio. Fatevelo leggere ad alta voce. Oppure leggetelo voi a qualcun altro, permettendogli di respirare, sentire e, per un attimo, non fare.
Proviamo a usare queste pagine per immaginare un mondo capovolto rispetto a quello odierno. Un mondo in cui i boschi non vanno semplicemente gestiti, la pesca e l’agricoltura non devono rispondere solo alle logiche della produzione a tutti i costi e le merci non devono essere consumate per forza. Un mondo in cui tutti torniamo a essere prima che a fare e in cui la fiducia nella Vita non sia più un simpatico pensiero esotico per pochi idealisti, ma la nostra straordinaria normalità. Proviamo a immaginarlo, questo mondo. E iniziamo a viverlo attraverso il gesto più difficile: lasciare andare.









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