Tra nuovi OGM e DDL caccia, la natura è sotto attacco
Due offensive normative contro la natura preoccupano molto. Il regolamento sui nuovi OGM e il disegno di legge sulla caccia sono infatti due facce della stessa medaglia: la pretesa di dominio sulla natura da parte dell’essere umano.
Viviamo in un’epoca di grandi narrazioni green. Ci definiamo difensori del clima, separiamo meticolosamente i nostri rifiuti, riempiamo i carrelli di alternative vegetali perché la sofferenza animale non ci lascia indifferenti. Poi, il sabato mattina, passeggiamo tra i banchi del mercato biologico a chilometro zero, convinti che quel gesto basti a sancire la nostra connessione con la Terra. Ma la verità è che mentre perfezioniamo la superficie delle nostre abitudini, stiamo scivolando in un’indifferenza profonda, anestetizzati dai ritmi di una vita social e superficiale che ci allontana, giorno dopo giorno, dall’essenza autentica della natura.
È l’effetto di una deriva silenziosa. Una deriva che si consuma nelle stanze del potere normativo e che si manifesta attraverso due recenti e inquietanti approvazioni: la deregolamentazione dei nuovi OGM – le TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita – e il nuovo decreto caccia. Due facce della stessa medaglia. Da un lato, un futuro di cibo ingegnerizzato, costruito in laboratorio e strappato alle leggi millenarie dell’adattamento ambientale; dall’altro, l’imposizione violenta dell’essere umano che, per puro passatempo, si elegge a sovrano assoluto della fauna selvatica.
Dietro la bandiera del progresso tecnologico e della sostenibilità di facciata, si sta compiendo un atto di supremazia antropocentrica senza precedenti. La tecnocrazia e il lobbismo che sostengono i nuovi OGM hanno ribaltato la realtà: l’artificio diventa cura, la dominazione diventa ecologia.

I nuovi OGM TEA e il “finto green”
Ci dicono che i nuovi OGM sono necessari, che sono l’unica risposta per avere colture resistenti al collasso climatico e alla siccità. Ce lo presentano come un “editing” pulito, un’evoluzione accelerata e frutto dei vantaggi che la tecnologia ci offre. Ma la narrazione crolla non appena si scava sotto la superficie del marketing agrochimico. Ad oggi, la deregolamentazione di queste biotecnologie sta procedendo a tappe forzate senza che vi sia alcuna reale sperimentazione di lungo periodo in pieno campo, senza studi indipendenti che ne garantiscano la sicurezza e la stabilità ecologica, e senza alcun dibattito pubblico.
La spinta politica punta a eliminare addirittura l’obbligo di etichettatura per questi prodotti. Si cancella così, con un colpo di spugna, il principio di precauzione stabilito dall’Unione Europea e le conquiste fatte in termini di etichettatura, sacrificando la trasparenza sull’altare dei brevetti industriali delle multinazionali del seme. Andremo a fare la spesa e non potremo più sapere se gli ingredienti sono TEA oppure frutto di agricoltura tradizionale. Cambia il cibo, violiamo quella biodiversità che di cui dovremmo essere tanto orgogliosi, perdiamo la natura e l’autenticità.
Dai grani modificati alle intolleranze moderne: una storia che si ripete
Questa totale assenza di lungimiranza etica sui nuovi OGM ha un sapore amaro di già visto. La storia recente d’altronde ci ha già presentato il conto. Negli anni del boom dell’industria alimentare, la corsa alla massima produttività spinse a modificare la natura non per evoluzione e adattamento, ma per forzatura meccanica. Fu così che nacque in laboratorio il grano Creso, ottenuto a metà degli anni Settanta bombardando il grano duro Senatore Cappelli con raggi gamma. L’obiettivo era prettamente industriale: accorciare la spiga per renderla bassa, resistente al vento e adatta alla mietitura meccanizzata e alla logistica dei grandi pastifici.
La deregolamentazione dei nuovi OGM e il nuovo decreto caccia sono due facce della stessa medaglia
Il risultato economico fu un successo, ma quello biologico si è rivelato un disastro a lungo termine. Decenni dopo quel boom, ci ritroviamo con una popolazione occidentale colpita da un’epidemia invisibile di infiammazioni intestinali, sensibilità al glutine e intolleranze. Modificare artificialmente la struttura proteica di un alimento per scopi industriali, senza valutarne l’impatto sul microbioma e sull’organismo umano, ha scardinato il nostro equilibrio digestivo. Oggi, con le TEA, rischiamo di ripetere lo stesso identico errore, ma su una scala infinitamente più pervasiva e globale.
L’arroganza dell’essere umano “autoregolatore”
Mentre nei laboratori con i nuovi OGM si ridisegna il codice della vita vegetale, nei boschi si legittima la sottomissione del mondo animale. Il parallelismo con il nuovo decreto caccia è speculare: laddove la genetica sostituisce la selezione naturale nei campi, la politica affida l’equilibrio degli ecosistemi ai fucili da caccia. Definire i cacciatori come “autoregolatori” o “coadiutori della gestione faunistica” è l’ennesimo capovolgimento linguistico di questa epoca complice.
La fauna selvatica non ha bisogno di essere gestita da un passatempo umano basato sull’uccisione. Ha bisogno di habitat intatti, di corridoi ecologici e del ritorno dei grandi predatori naturali. Consentire l’ingresso dei cacciatori persino nelle aree protette o nei periodi di silenzio venatorio, mascherando il tutto come un servizio di pubblica utilità e controllo ambientale, svela la vera natura di questi provvedimenti: una concessione clientelare a una lobby anacronistica che pretende di esercitare un comportamento assolutista e di prevaricazione sul territorio.

Rompere il silenzio dell’indifferenza
Questa narrazione distorta cancella il diritto più sacro che abbiamo: la scelta consapevole. Rimanere indifferenti oggi davanti alla deregolamentazione dei nuovi OGM e all’avanzata dei fucili nei boschi significa non aver capito il valore profondo di uno stile di vita autenticamente ecologista e sostenibile. Il cibo non è solo una merce o una serie di calorie, è fonte di salute, è memoria, è rispetto, è il legame biologico profondo tra noi e la Terra. Se accettiamo che la genetica dei nostri campi venga modificata in segreto – privandoci del diritto di sapere cosa stiamo acquistando – e che i nostri animali vengano decimati per svago, rinunciamo alla nostra stessa dignità di consumatori e di cittadini.
Cercare la connessione con la natura significa innanzitutto praticare l’indignazione contro chi impone questa supremazia. Non basta consumare vegetale se poi accettiamo che il codice della vita venga riscritto e brevettato dalle multinazionali dell’agrochimica. Non basta amare gli animali se restiamo in silenzio mentre l’ecosistema viene consegnato alle logiche del profitto e del divertimento venatorio.
È tempo di svegliarsi dal torpore dei feed dei nostri smartphone e guardare in faccia la realtà. Difendere il diritto di sapere cosa mangiamo, l’effetto che quel cibo avrà sui nostri corpi e il rispetto per i ritmi biologici della Terra non è un vezzo nostalgico. È l’ultimo baluardo di resistenza etica che ci rimane per non disimparare, definitivamente, cosa significhi essere umani.
Vuoi approfondire?
Clicca qui per firmare la petizione contro il DDL caccia.









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