Il silenzio dopo le proteste: in Iran una nuova ondata di arresti, stavolta lontano dai riflettori
In Iran sta tornando gradualmente l’accesso a internet e il clamore delle piazze si sta placando. Eppure questo non ha portato a una riduzione della repressione, che prosegue in maniera meno eclatante ma, se possibile, ancora più preoccupante per la popolazione.
Dopo 88 giorni di pesanti restrizioni a internet seguite allo scoppio del conflitto nel febbraio 2026, l’accesso ai social media sta lentamente tornando in tutto l’Iran. Secondo quanto riportato da media internazionali e organi di informazione statali iraniani, a fine maggio 2026 il presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato il graduale ripristino dell’accesso alla rete internazionale, mettendo fine a quasi tre mesi di restrizioni su scala nazionale. La decisione è arrivata dopo un lungo blackout che aveva lasciato gran parte del paese scollegata da internet globale. Le app di messaggistica stanno tornando a funzionare, gli account ricominciano ad attivarsi e le famiglie rimaste separate digitalmente per settimane riescono finalmente ad avere notizie dai parenti all’interno del paese.
Ma per molti questo ritorno è incompleto. Alcuni account restano muti. Alcuni telefoni rimangono spenti. E in diversi casi le famiglie aspettano ancora voci che, dopo il blocco della rete, non sono mai tornate. Ali, un attivista di 26 anni, è uno di quei nomi che non sono più riapparsi online. Nell’Iran di oggi, gli arresti non cominciano sempre con il suono delle sirene. A volte iniziano con un post che scompare. Durante il recente periodo di interruzioni della rete e di crescente tensione interna, Ali ha continuato a pubblicare online critiche contro le autorità.
Come molti giovani iraniani che cercavano di restare connessi durante il blackout, si affidava a VPN e configurazioni alternative per accedere alle piattaforme bloccate e comunicare con persone fuori dall’Iran. Secondo i suoi familiari, pochi giorni dopo l’intensificarsi della sua attività online, forze di sicurezza legate al ministero dell’Intelligence iraniano sono entrate nella casa di famiglia e lo hanno arrestato. La famiglia sostiene che l’arresto sia avvenuto senza preavviso e con la forza. Per settimane, amici e conoscenti hanno saputo pochissimo della sua situazione.

Solo quando l’accesso a internet ha iniziato gradualmente a tornare, la notizia della sua detenzione ha cominciato a circolare tra le persone a lui vicine. Mentre altri account tornavano lentamente online, i suoi profili social restavano in silenzio. Ali deve ora rispondere di accuse tra cui “diffusione di falsità” e “turbamento dell’opinione pubblica”, ai sensi dell’articolo 698 del Codice penale islamico iraniano. È detenuto da quasi due mesi. Il suo non è un caso isolato. Fa parte di un quadro più ampio di arresti avvenuti durante e dopo il blocco di internet, in gran parte lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.
Dopo le proteste, gli arresti sono continuati
Le manifestazioni pubbliche che avevano riempito le strade iraniane e dominato i titoli dei media internazionali sono ormai scomparse dalla scena. In molte città, la vita quotidiana appare oggi più calma rispetto ai momenti più duri delle proteste e dei blackout. Ma le organizzazioni per i diritti umani avvertono che la diminuzione delle proteste visibili non significa necessariamente una riduzione della pressione.
In rapporti recenti, Amnesty International ha documentato arresti, interrogatori e procedimenti giudiziari ancora in corso, condotti sulla base di ampie accuse legate alla sicurezza nazionale anche dopo il calo delle manifestazioni. L’organizzazione ha inoltre segnalato un aumento della pressione su attivisti, giornalisti e comuni cittadini accusati di aver condiviso informazioni o comunicato con media stranieri.
Mentre l’attenzione internazionale si sposta verso i negoziati e gli sviluppi diplomatici tra Iran e Stati Uniti, dentro il paese continua a svolgersi un’altra storia. Famiglie e attivisti raccontano di arresti che proseguono lontano dai riflettori, senza la visibilità che un tempo accompagnava le manifestazioni di massa e gli scontri nelle strade. Le proteste possono essere uscite dai titoli dei giornali, ma per molti detenuti e per i loro familiari le conseguenze non sono affatto finite.

Dalle strade agli schermi
Nelle fasi precedenti delle proteste, la repressione avveniva sotto gli occhi di tutti: manifestazioni, scontri con le forze di sicurezza, arresti di massa nelle strade. Ora, secondo ricercatori che si occupano di digitale, l’attenzione sembra essersi spostata sempre più verso l’attività online e i comportamenti individuali in rete. Post sui social media, app di messaggistica, video condivisi e comunicazioni online sono diventati elementi centrali in molti casi collegati ad accuse come “propaganda contro lo Stato” o “turbamento dell’opinione pubblica”.
Diverse famiglie contattate per questo articolo hanno raccontato di arresti avvenuti non durante le manifestazioni, ma settimane o mesi dopo, nel pieno dell’escalation del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti nella primavera del 2026, spesso in seguito ad attività online. In molti casi, i parenti hanno detto di aver ricevuto poche informazioni sul luogo di detenzione o sulle prove specifiche usate contro i detenuti. Alcuni hanno preferito non parlare pubblicamente per timore che una maggiore visibilità potesse peggiorare la situazione dei propri familiari detenuti.
Per molte famiglie la scelta è carica di incertezza. Parlare con giornalisti o organizzazioni per i diritti umani può portare attenzione su un caso, ma alcuni temono che possa anche esporre i detenuti a nuove pressioni da parte delle autorità. Così, i familiari si trovano spesso a dover valutare i possibili benefici della visibilità pubblica contro il timore di conseguenze indesiderate, scegliendo il silenzio anche mentre cercano risposte.
Spesso la paura si manifesta in piccole decisioni: messaggi mai inviati, account cancellati durante la notte, conversazioni spostate offline
Quando la vita digitale diventa prova
Con l’estendersi della repressione agli spazi digitali, anche normali attività online sono diventate sempre più spesso parte di procedimenti legali e di sicurezza. Post, commenti, video inoltrati, chat di gruppo e messaggi condivisi durante i periodi di protesta e durante l’ultima guerra possono riemergere in seguito in processi legati ad accuse di sicurezza nazionale.
I ricercatori che studiano le restrizioni a internet in Iran hanno inoltre descritto sistemi di monitoraggio e filtraggio sempre più centralizzati, capaci di tracciare i modelli di comunicazione durante e dopo i blackout. Per molti iraniani questo ha cambiato il significato stesso della presenza online. Diversi giornalisti e ricercatori hanno osservato, dopo le proteste e il blocco della rete, un clima crescente di autocensura. Alcuni utenti hanno cancellato vecchi post o disattivato del tutto i propri account. Altri hanno smesso di parlare di politica online, persino nelle conversazioni private, incerti su come la loro attività digitale potesse essere interpretata in futuro.
Gli effetti vanno oltre il dibattito politico. Attivisti, giornalisti e utenti comuni raccontano di essere diventati più cauti su ciò che condividono, sulle persone con cui interagiscono e sulle piattaforme che utilizzano. In alcuni casi, account che un tempo documentavano eventi o ospitavano discussioni pubbliche sono rimasti completamente in silenzio. La paura non è sempre immediata o esplicita. Più spesso si manifesta in piccole decisioni: messaggi mai inviati, account cancellati durante la notte, conversazioni spostate offline. Col tempo, queste scelte individuali possono trasformare lo stesso spazio pubblico digitale, rendendo alcune discussioni meno visibili e lasciando online meno tracce di dissenso.

Famiglie in attesa, nel silenzio
Le recenti ricostruzioni di Amnesty International indicano un quadro più ampio che va oltre gli arresti in sé. L’organizzazione ha documentato casi in cui le famiglie sono rimaste per settimane senza sapere dove fossero detenuti i loro parenti, mentre ad altri detenuti è stato negato l’accesso a un avvocato o a contatti significativi con il mondo esterno. Diversi avvocati, giornalisti e difensori dei diritti umani sarebbero scomparsi dalla scena pubblica per lunghi periodi dopo l’arresto, prima che emergessero informazioni sulla loro situazione.
Le famiglie intervistate per questo articolo hanno descritto una simile sensazione di incertezza. Alcune hanno raccontato di aver contattato ripetutamente autorità, avvocati e conoscenti alla ricerca di informazioni, ricevendo spesso risposte scarse o inesistenti. Un familiare ha detto di non sapere ancora dove fosse detenuto il figlio, settimane dopo il suo arresto.
Per molti parenti, il periodo successivo alla detenzione è segnato più dall’attesa che dalle risposte. L’attesa di una telefonata, di una notizia, di sapere dove sia stata portata una persona cara e che cosa accadrà dopo. Per chi aspetta notizie, il momento più difficile comincia dopo l’arresto, quando le informazioni ufficiali diventano rare e la vita quotidiana viene scandita dall’attesa, dall’incertezza e dalla speranza che il silenzio prima o poi venga spezzato.
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