30 Luglio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Il punto di rugiada

Piante autoctone: imparare a conoscere il luogo

Cosa significa scegliere piante autoctone? Conoscere clima, suolo, esposizione e storia di un luogo, lasciando spazio anche a specie dimenticate dal mercato.

Autore: Stefano Passerotti
piante autoctone 2

Quando parliamo di piante autoctone, parliamo prima di tutto di conoscenza del luogo. Non basta dire che una pianta è italiana o mediterranea: bisogna capire dove siamo, che temperatura c’è, il tipo di terreno, l’altitudine, come si muove il sole, quali venti arrivano e quanta umidità rimane nel suolo. Per me queste dovrebbero essere le basi del lavoro di un giardiniere e di un progettista.

Ecco perché quando vengo chiamato a progettare in una zona che non conosco bene, cerco sempre di arrivare uno o due giorni prima. Cammino, guardo, osservo. Voglio vedere quali piante sono già presenti, quali vivono bene, quali appartengono davvero a quel paesaggio e quali invece sono state portate lì con una forzatura. Questa osservazione mi aiuta a capire le possibilità e le criticità del posto. Solo dopo comincio a pensare al progetto.

Meno varietà, più identità: il valore delle piante dimenticate

Un giardino rispettoso e fruibile non ha bisogno di essere riempito con troppe varietà. Oggi si tende spesso a fare il contrario, inserendo tante specie diverse solo perché colpiscono lo sguardo o perché sono disponibili sul momento. Il risultato è uno spazio magari ricco dal punto di vista estetico, ma difficile da mantenere e poco coerente con l’ambiente.

Piante autoctone

Io preferisco lavorare con meno varietà, ma scelte bene. Le piante vanno conosciute, valorizzate, messe nelle condizioni di esprimersi: una pianta adatta al posto in cui vive darà sempre molto di più di una scelta solo per la forma o per il colore. Per questo mi interessano molto le piante dimenticate. Sono specie che si trovano sempre meno nei vivai, anche se sarebbero ideali per tanti nostri ambienti. Crescono con tempi più lenti, creano meno problemi, si ammalano di meno e richiedono meno prodotti o sostituzioni.

Una parte del mercato vivaistico tende invece a privilegiare piante veloci e appariscenti, capaci di raggiungere presto una taglia commerciabile. È una logica di vendita comprensibile, ma rischia di allontanarci dalla conoscenza reale della natura: se una pianta cresce in fretta si vende prima e se poi soffre o si ammala entrano in gioco trattamenti, concimi e nuove sostituzioni. Il problema non è il singolo vivaio, ma un modo di pensare il verde soprattutto come prodotto da vendere. La natura viene forzata dentro tempi che rispondono al mercato, mentre il giardino avrebbe bisogno di un altro sguardo. Il compito del giardiniere è anche questo: riportare l’attenzione sulle piante giuste, non solo su quelle più richieste.

Oltre il muro verde: far esprimere la natura

Scegliere piante del luogo significa rendere più semplice la gestione. Una pianta adatta al terreno, al clima e all’esposizione vive in equilibrio e restituisce il massimo del suo splendore, tra fioriture bellissime e profumi intensi che spesso non riusciamo a vedere perché le costringiamo in spazi poco idonei.

Penso alle siepi, per esempio. Molte vengono trattate solo come muri verdi da tagliare e tenere immobili. Ma una siepe è fatta di piante vive, ognuna con la sua fioritura e la sua forma. Se le potiamo e le forziamo continuamente, restano imprigionate nell’immagine che abbiamo deciso per loro, perdendo la propria natura. Facciamo lo stesso errore con molte altre piante: le scegliamo perché ci piacciono e pretendiamo che si adattino a qualsiasi condizione. Dovrebbe essere il contrario: siamo noi a doverci avvicinare alla natura per capire cosa può vivere bene in un certo luogo e cosa invece farà fatica.

Piante autoctone

L’insegnamento dei giardini storici

Per orientarsi, una persona comune può partire dall’osservazione. Camminare nei giardini storici, nei parchi, nei paesaggi che hanno attraversato il tempo. Guardare quali alberi resistono, quali arbusti ritornano e quali piante prosperano senza bisogno di continui interventi. Nei giardini storici troviamo spesso pochissime varietà rispetto ai giardini contemporanei, ma selezionate attraverso un rapporto profondo con il territorio.

Anche il modo in cui camminiamo conta. Se attraversiamo un giardino di fretta vediamo solo la superficie; se rallentiamo ci accorgiamo dell’ombra, del terreno, della distanza tra un albero e l’altro, del modo in cui un percorso accompagna lo sguardo. All’ingresso di alcuni giardini mi è capitato di posare a terra un vecchio telaio di finestra senza vetri. Chi entrava doveva passarci sopra: poteva inciampare o rallentare. Era un modo semplice per dire: da qui il tempo cambia. Entrando in un giardino, anche l’osservazione deve cambiare.

Il compito del giardiniere è anche questo: riportare l’attenzione sulle piante giuste, non solo su quelle più richieste

Nessuna imposizione: la risposta non è mai rigida

Se in un giardino ci sono già piante non autoctone o poco adatte, la risposta non deve essere la tabula rasa. Tagliare tutto sarebbe solo un’altra forma di imposizione. Bisogna invece valutare caso per caso: se la pianta ha trovato un suo equilibrio può rimanere dov’è; in altri casi si può pensare di spostarla nel momento corretto, o magari regalarla a un altro giardino o a uno spazio botanico dove possa vivere meglio.

Sradicare una pianta dal suo ambiente per portarla in uno totalmente diverso la fa soffrire. Non possiamo stupirci se poi ingiallisce, si indebolisce e non cresce. Alla base c’è quasi sempre una mancanza di conoscenza. Ogni territorio ha le sue particolarità: persino un giardiniere esperto, quando arriva in un luogo nuovo, dovrebbe prima di tutto chiedere, ascoltare e parlare con chi vive lì. Le piante autoctone ci riportano proprio a questo atteggiamento. Ci ricordano che un giardino non nasce mai da un catalogo, ma dall’incontro con il luogo. Prima viene l’ascolto, poi la scelta.

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