16 Luglio 2026 | Tempo lettura: 10 minuti
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Via Decia, il cammino dei boschi di ferro. Quando la bellezza di una valle si fa comunità

In Val di Scalve un gruppo di volontari del CAI ha collegato sentieri dimenticati, trasformandoli in un progetto di turismo sostenibile di una comunità montana.

Autore: Maura Benedetti
Via Decia cammino dei boschi
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In breve

In Val di Scalve un gruppo di volontari ha trasformato una rete di sentieri dimenticati in un cammino che unisce l’intera valle.

  • La Via Decia è un percorso di 95 km, diviso in cinque tappe, inaugurato nel 2023
  • Il cammino collega i quattro comuni della valle: Colere, Vilminore di Scalve, Schilpario e Azzone
  • Il progetto è nato dal volontariato del CAI e ha coinvolto quasi cento persone in un anno e mezzo, tra esperti locali, fotografi e amministrazioni
  • Il percorso recupera solo sentieri già esistenti, un tempo vie di collegamento tra paesi e minatori
  • Il cammino racconta la storia mineraria della valle e il disastro del Gleno, di cui nel 2023 ricorreva il centenario
  • Il cammino sta facendo nascere nuove attività economiche in una valle a rischio spopolamento, dalle pizzerie alle chiese aperte per i camminatori

Ci sono luoghi che si spopolano perché nessuno racconta più le strade e le storie che li attraversano. In Val di Scalve, in provincia di Bergamo, un gruppo di escursionisti della Sottosezione Valle di Scalve del Club Alpino Italiano (CAI) ha deciso di ribaltare questa equazione: invece di raggiungere le vette, ha rimesso in cammino le vie orizzontali, quelle che per secoli hanno unito paesi, frazioni e valli vicine prima che le strade carrozzabili le rendessero superflue.

Il risultato è la Via Decia – Il cammino dei boschi di ferro, 95 chilometri in cinque tappe inaugurati il 22 aprile 2023 a Vilminore di Scalve.

Un sogno condiviso che diventa un progetto

Tutto nasce da un’intuizione semplice: la rete di sentieri “minori” che attraversa i boschi scalvini, un tempo viabilità ordinaria per pellegrini, minatori e merci, custodisce oggi una bellezza silenziosa quanto quella dei percorsi verso le grandi cime.

Siamo in una delle tante valli italiane a rischio spopolamento. La Regione Lombardia ha inserito la Val di Scalve fra le 14 aree interne caratterizzate da isolamento geografico, calo demografico e bassi livelli nell’offerta di servizi essenziali di cittadinanza.

«Siamo ormai meno di quattromila abitanti nella valle, sparsi in trenta minuscoli centri abitati», racconta Alessandro Romelli, volontario del CAI di Bergamo, Sottosezione della Val di Scalve, uno degli ideatori e coordinatori del cammino. «Montanari, per secoli minatori, un po’ campanilisti ma anche incredibilmente generosi. Soprattutto innamorati di questo nostro bellissimo territorio».

Fatto sta che dall’idea iniziale, coltivata da un piccolo gruppo di escursioniste particolarmente attive nella sottosezione, è nato un cantiere che nel giro di circa un anno e mezzo ha coinvolto quasi cento persone tra volontari, esperti di storia locale, fotografi e amministrazioni.

Il lavoro è partito nel gennaio 2022 dalla definizione del tracciato, con un vincolo preciso: usare solo sentieri già esistenti, per non aggiungere impatto a un territorio prezioso. Il percorso tocca i quattro comuni della valle – Colere, Vilminore di Scalve, Schilpario e Azzone – e si chiude a Corna di Darfo, presso la chiesetta del Sacro Cuore che ancora ricorda le vittime del disastro del Gleno, quando il muro di contenimento realizzato per creare un invaso per la produzione di energia elettrica, crollò lasciando dietro di sé 359 persone morte.

Via Decia tracciato
Il tracciato della Via Decia, che unisce i comuni della Valle.

Nel 2023 ricorreva il centenario del disastro del Gleno. Non a caso quella data storica, fortemente identitaria per quel territorio, insieme alla nomina di “Bergamo e Brescia. Capitale della cultura 2023” e ai centocinquanta anni del CAI di Bergamo, ha convinto il gruppo che fosse il momento giusto per aprire un cammino nuovo.

Non sono mancate le difficoltà: «Un progetto che sta crescendo richiede una cura costante, direi quotidiana – spiega Romelli – e questo significa tempo, energia, dedizione. Servirebbero forse nuovi ingressi nella squadra di coordinamento e capire se la strada del volontariato può essere la più opportuna per durare nel tempo».

Lo sforzo però, almeno al momento, è ampiamente ripagato. «Sono sorprendenti l’apertura e la disponibilità che stanno maturando man mano la Via mette radici e produce i primi germogli. E poi la bellezza del nostro territorio continua a stupirci ogni giorno, anche solo aprendo le finestre di casa».

Boschi, miniere e centri abitati: un patrimonio da raccontare

Il nome “Decia” richiama la Val Decia, come i romani chiamavano questa valle attraversata dal fiume Dezzo. E il sottotitolo, “il cammino dei boschi di ferro”, rimanda a un’economia antica che qui ha lasciato tracce profonde: le gallerie minerarie, le aie carbonili con i “poiat”, cataste di legna che venivano cotte per farne carbone, i forni fusori dove si lavorava una prima volta il minerale appena estratto, i roccoli, le baite.

Per raccontare tutto questo, i volontari hanno realizzato oltre settanta schede di approfondimento sui punti di interesse naturalistico e culturale lungo il tracciato, con il contributo di appassionati di storia locale e il lavoro di un fotografo professionista che ha percorso ogni tratto scattando più di mille immagini.

bosco Via Decia
Un bosco lungo il cammino della Via Decia.

Il cammino attraversa luoghi simbolo come la Diga del Gleno, le miniere del Parco Andrea Bonicelli sopra Schilpario, la cascata del Vò, il Roccolo dei Cricoi, la Riserva dei boschi del Giovetto — dove si tutela la formica rufa — fino alla forra del Dezzo, un intarsio naturale all’ombra del Castello Federici, nell’ultimo tratto verso la Valle Camonica.

«Abbiamo disegnato un percorso che collega fra loro tutti i comuni della nostra vallata – spiega Romelli -, lanciando un messaggio di unità in un tempo in cui, come tutte le aree interne del nostro paese, ci stiamo interrogando sul nostro futuro».

Un’infrastruttura leggera

Dietro la poesia dei boschi c’è un lavoro molto concreto: la registrazione delle tracce GPX, la progettazione e posa della segnaletica realizzata con il contributo del CAI di Bergamo, la mappatura di tutte le strutture ricettive disponibili – da quelle per singoli o famiglie a quelle per gruppi – costruita insieme agli uffici turistici della valle e alle parrocchie locali.

Sul sito ufficiale laviadecia.it sono disponibili le informazioni tecniche del percorso, comprese le indicazioni per chi vuole percorrerlo in mountain bike o e-bike, oltre alle indicazioni su dove mangiare e dormire; i contenuti principali sono già tradotti in inglese, grazie ad altri volontari.

Chi cammina può acquistare le credenziali del percorso tramite il sito, negli uffici turistici o in alcuni esercizi commerciali della valle, e ricevere ad Azzone il Testimonium ufficiale dopo aver completato almeno quattro delle cinque tappe.

Quale modello di sviluppo?

In una fase storica in cui il turismo viene spesso descritto come l’ultima ancora di salvataggio per le aree interne del nostro paese – spesso senza una disamina dei modelli e degli effetti talvolta nocivi che può produrre – il progetto “Via Decia” si presenta come esperienza di condivisione aperta a chi intende attraversarla.

«Il nostro obiettivo – racconta Romelli – era di promuovere una frequentazione consapevole del nostro territorio, che desse un contributo all’economia della valle ma non calando dall’alto un modello di turismo preso in prestito da altri contesti, bensì investendo sul nostro patrimonio culturale e sociale».

Un’economia di prossimità che può diventare un contributo reale e significativo all’economia della valle; un motivo in più perché i giovani scelgano di restare, o di tornare, come stanno facendo, promuovendo piccole imprese sul territorio.

Via decia volontari legambiente
La Via Decia ha ricevuto nel 2025 la Bandiera Verde di Legambiente. Nella foto alcuni volontari mentre la ricevono (Alessandro Romelli è il secondo da destra).

«A volte si prende per vera la formula “più economia uguale più sviluppo per tutti” – commenta il volontario CAI -. Invece non è così! L’economia è essenziale ma se non si hanno le idee e soprattutto i valori chiari, l’economia può anche consumare un territorio. Bisogna investire sulla cultura, sulle relazioni, sull’ambiente, sui servizi. Al modello delle monocolture dobbiamo contrapporre la logica degli ecosistemi, che sono sempre plurali».

Gli effetti di questo approccio non si sono fatti attendere. «Ci sono alcuni finanziamenti anche importanti che La Via Decia ha saputo attirare sul territorio. O ancora, l’assegnazione della Bandiera Verde da parte di Legambiente. Ma vorrei menzionare soprattutto il fatto che il progetto sta stimolando tante persone ad attivarsi: dalle pizzerie che si sono inventate la pizza del cammino, a chi ha deciso di aprire ogni giorno la chiesetta della propria piccola frazione (normalmente aperta solo in occasione della messa settimanale) perché possa essere visitata dai camminatori. E gli esempi potrebbero continuare».

Camminare per accogliere, non solo per essere accolti

C’è un aspetto della Via Decia che va oltre il turismo lento e riguarda il senso dell’ospitalità. Chi cammina arriva nei paesi col passo lento del viandante e porta con sé una storia, delle domande, dei desideri: un patrimonio che arricchisce chi lo accoglie tanto quanto il cammino arricchisce chi lo percorre. È uno scambio bidirezionale, come la parola stessa.

«La Via Decia – spiega Romelli – sta entrando nel sentire degli abitanti che la percepiscono come un patrimonio comune e un’occasione per tutti, senza essere proprietà di nessuno».

La Via Decia dimostra come la cura di un territorio possa partire dal basso, da un gruppo di volontari innamorati dei propri boschi, e trasformarsi in un progetto capace di tenere insieme memoria storica, tutela ambientale, economia locale e legami comunitari.

Ospite è chi accoglie e chi è accolto insieme: non si dà accoglienza senza reciproca esposizione all’incertezza dell’incontro, senza essere già stati chiamati in causa dall’altro, direbbe Levinas. Questo incontro sulla Via Decia si realizza nei bar, nelle case che aprono le porte, nelle piazze dove le persone che le abitano incontrano volti mai visti prima. In questa idea di reciprocità sta forse il cuore del progetto: un cammino che non serve solo a far conoscere la valle al mondo, ma anche a far incontrare la valle con il mondo che la attraversa.

Un modello replicabile

La Via Decia dimostra come la cura di un territorio possa partire dal basso, da un gruppo di volontari innamorati dei propri boschi, e trasformarsi in un progetto capace di tenere insieme memoria storica, tutela ambientale, economia locale e legami comunitari.

«Dico sempre che La Via Decia è un sentiero – conclude il volontario – ma è soprattutto un filo che attraversa le diverse comunità delle valli e le chiama a raccolta, le unisce. Il cammino sta dimostrando che, soprattutto in un momento di spopolamento, quello che fa la differenza è lavorare di squadra. Non è sempre facile, ma La Via Decia sta dimostrando che è possibile, che funziona. E piano piano non vale più solo per La Via Decia, sta entrando anche in altre esperienze e in altre sfide che interessano il nostro territorio».

In un momento in cui le terre alte si interrogano sul proprio futuro, la Val di Scalve offre una risposta che non promette scorciatoie: rimettere in cammino ciò che esiste già, tessere relazioni, e lasciare che sia la lentezza del passo a raccontare, di nuovo, il valore dei luoghi e delle relazioni che accoglie e che lì ritornano a sbocciare.

Informazioni chiave

Recuperare, non costruire

Il vincolo di usare solo sentieri già esistenti ha reso il progetto sostenibile fin dall’inizio, senza aggiungere impatto a un territorio prezioso, e ha dimostrato che la cura di un luogo può partire da ciò che già c’è.

Una squadra prima che un sentiero

Il cammino nasce per unire i quattro comuni della valle e le persone che li abitano, non solo per attirare camminatori. Il volontariato diffuso ne è stato il motore.

Accoglienza reciproca

Chi cammina non è solo ospite: porta con sé una storia che arricchisce chi lo accoglie tanto quanto il cammino arricchisce chi lo percorre.

Un modello replicabile

La Via Decia sta già ispirando altre esperienze sul territorio, dimostrando che lavorare insieme, anche in un momento di spopolamento, è possibile e funziona.